Marco Malvaldi: “Ho successo solo perché faccio ridere” di Angelo Carotenuto

da Repubblica in edicola oggi
Marco Malvaldi, chimico, 42 anni, è il nuovo re Mida del giallo italiano: “Devo tutto a Camilleri ma il mio maestro è Monicelli”
FIRENZE
“Il” Malvaldi. Come un dizionario. Così dice di sé quando vuol prendersi in giro questo pisano di 42 anni, papà da sette, per dieci studente di canto in Conservatorio («basso profondo ») e poi ricercatore di chimica alla Normale. «Diceva scemenze Einstein, figurarsi il Malvaldi». Finché sono arrivati i libri. Dieci romanzi in dieci anni, di cui sei del ciclo giallo del BarLume, dove una compagnia di pensionati fa da
cornice alle investigazioni. Traduzioni in 11 Paesi, un milione di copie, la serie tv. L’ultimo libro, La battaglia navale, è in testa alle vendite da tre settimane.
Tutto in casa Sellerio, sotto gli stessi colori delle copertine di Camilleri.
«Parrà turpe, ma a lui devo la tranquillità economica. Se Camilleri scrive e vende, consente a uno o due giovani all’anno di provarci. Ho sfruttato la sua traccia. Oggi scrivere gialli è comodo. Passa per un’operazione culturale. Quando lui partì con Montalbano, equivaleva a farsi dare del rattuso. Per me che ne sono tifoso, stargli accanto è come giocare nel Torino».
L’intrattenimento nel mondo delle lettere non è più una vergogna?
«Certo, ma io lo inseguo, anche se è più semplice immaginare di non essere stati compresi dal mondo. Quando Sordi veniva a sapere che un suo sceneggiatore stava scrivendo un film drammatico, gli diceva: allora te stai a riposa’. La risata deve distogliere l’attenzione dalle angosce in cui ci si trova. A scriver drammi son buoni tutti, ma solo se sei Böll duri nei secoli».
È per questo che nei suoi romanzi o si muore o si ride?
«Ogni scrittore predilige un’emozione. C’è chi focalizza il suo sguardo sul dolore, chi sul mistero, io sulla risata. Il giallo ha bisogno di un omicidio, ma se il cadavere è della suocera il tono cambia. Il giallo consola. Chi legge, sa che arriverà il lieto fine. Sa che dopo la morte, anche la sua, il mondo continuerà a girare. È intrattenimento puro».
Tutta la chimica studiata, dove finisce nei suoi romanzi?
«Mi è utile per avvelenare un personaggio. È nello stile, nei periodi brevi, nell’accettare il giudizio di qualcuno più competente. Quando si pubblica una ricerca, esiste un processo di revisione a cura di anonimi in cui la sincerità è inesorabile. Quello è un mondo in cui si dà per scontato che inizialmente non sai e devi imparare».
Ha smesso con le provette?
«Mi dedico a cose leggere. Con la Normale lavoro a uno studio sull’imprevedibilità nel calcio. Il calcio è una metafora grandiosa. Il risultato non dipende solo da te, ma dai dieci che stanno con te, gli undici dall’altra parte e un arbitro che non si sa bene dove collocare. E poi c’è un obiettivo condiviso: ruoli, competenze, azione. Mica solo diagnosi e analisi, come in politica fanno i Cinquestelle. Diagnosi senza terapia. È la pretesa di curare con i raggi X. In ricerca se accetti un appunto, rimuovi un difetto. Più è ruvido il rimprovero e meno lo dimentichi».
È la stessa schiettezza dei suoi personaggi?
«La schiettezza è un valore che stiamo perdendo. Comunichiamo in modo più ampio e meno sincero. Perciò su Facebook sarebbe necessario il tasto: mi fa schifo. Molti cercano solo approvazione. Se ti alleni per una maratona, a me cosa frega dei tuoi tempi? Così la pensano i vecchietti del BarLume, dove un programma come Amici non ha senso, perché i veri amici son quelli che ti prendono a schiaffi dietro la nuca per evitarti di andare in tv a mostrare la tua mediocrità, anziché inseguire l’eccellenza da solo, nel silenzio. Ho nostalgia di quel mondo. I social rimpiazzano i corpi, gli odori, la puntualità, i saluti. In chat si va via e neppure si dice ciao. Mi terrorizza l’illusione del multitasking».
Qual è il modello letterario di questa spontaneità toscana?
«Le commedie di Monicelli al cinema. In un certo senso anche Guareschi, che non era toscano ma ha radici in una giocosità finalizzata non all’umiliazione, ma alla presa di coscienza. Ettore Borzacchini era sublime nel coniugare alto e triviale. Si tuffava da cime elevate nella palude della scurrilità. Non avrebbe mai detto che il re è nudo, ma che il re ce l’ha piccolo».
C’erano molti libri in casa sua da ragazzo?
«Tanti. Nessuno proibito. Neppure Histoire d’O e la Storia d’Italia di Montanelli. Mio padre è un immunologo che viene dalla chirurgia plastica. Quando si diede alla ricerca gli chiesero: lei è ricco di famiglia? Ho iniziato a occuparmi di ecologia per il giornale di un circolo liberale, così liberale da far scrivere perfino me. Ero il rappresentante degli studenti al dottorato: mi toccavano i verbali. Convinto che non li leggesse nessuno, li infarcivo di storie. Invece li sfogliavano. Cominciarono a circolare».
Come si resta liberi nonostante il successo?
«La tentazione di assecondare il lettore c’è. Mi preoccupo di non offenderlo. Perciò i miei pensionati sono due di destra e due di sinistra. Non indirizzo simpatie. Al liceo i professori erano tutti di sinistra e lo sono rimasto anch’io: c’era il rischio che mi ribellassi alla tesi secondo cui i buoni, i giusti e i belli stanno sempre dalla nostra parte. Ma i personaggi di un romanzo sono come la musica barocca. Può piacerti anche se non credi in dio».
Erede di Camilleri le pare impegnativo?
«Spero che l’erede di Camilleri abbia più qualità di me. Spero che arrivi a fare da traino al settore uno scrittore di rottura, uno che faccia bei libri reinventando un genere negletto, che ne so, la fantascienza. Non ce l’abbiamo un Asimov, un Philip K. Dick. Io no, io sono commerciale».

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