“Riscrivere la Storia. Come le democrazie illiberali usano la cultura e il passato per legittimarsi” di Roberto Toscano

Da Putin a Erdogan, dalla Polonia all’Ungheria. Ma è l’India di Modi il caso esemplare di un utilizzo strumentale della tradizione per finalità identitarie

da Repubblica in edicola

Uno dei fenomeni che caratterizzano il nostro tempo è quello dell’onda montante delle “democrazie illiberali” — democrazie perché i governi si basano sul consenso elettorale; illiberali perché una volta conquistato il potere lo gestiscono senza rispetto per le minoranze, la libertà di stampa, lo stato di diritto. Quello che le accomuna è la ricerca di una legittimazione sul terreno della cultura e della storia: Putin solleva le icone della Santa Russia ed esalta i valori conservatori di un popolo chiamato a contrapporre quei sani valori alla modernità corrotta dell’Occidente; Erdogan, novello sultano, rievoca le glorie ottomane e promuove sistematicamente un’identità turca in cui religione e nazione si fondono. E si potrebbe continuare con il caso della Polonia e dell’Ungheria, impegnate in una rilettura identitaria della storia.
È vero anche nell’India del primo ministro Modi, dove sono in corso “battaglie culturali” che riguardano soprattutto la definizione dell’identità indiana, che il governo del Bjp pretende di far coincidere con l’identità indù. Si tratta di un’offensiva ideologica particolarmente pericolosa nella misura in cui mira alle radici stesse della democrazia indiana nata sulla base di principi di pluralismo anche religioso — gli unici che possano permettere la convivenza in un paese così immenso e così straordinariamente diverso.
Alla base di questa ideologia e di questo progetto politico troviamo una precisa (e distorta) visione della storia dell’India. In questa visione la civiltà indù viene descritta non solo come antichissima, ma come omogenea e avanzatissima. Intellettuali organici al Bjp non hanno remore nel pubblicare demenziali libri e articoli su viaggi spaziali e chirurgia estetica che la superiore civiltà indù sarebbe stata capace di realizzare qualche migliaia di anni fa. Secondo questa “storia ufficiale” questa età dell’oro venne interrotta dall’arrivo di feroci (e inferiori) invasori. Per primi i musulmani seguiti, secoli dopo, dai britannici. In un recente discorso Modi ha detto che non bastava ricordare i «200 anni di schiavitù» patiti dall’India sotto il dominio coloniale inglese, ma anche i «1.200 anni di schiavitù», quelli del dominio musulmano. Emerge qui un cruciale nesso con la questione religiosa. È da questa schiavitù, prodotto di conquiste e oppressione, che viene fatta dipendere la presenza in India di milioni di musulmani e cristiani, strappati con la violenza alla religione indù. Storia ideologizzata, e come tale facilmente contestabile. Infatti, se è vero che l’arrivo in India di islam e cristianesimo è legato alla conquista musulmana e al colonialismo britannico, è falso che la conversione di milioni di indù sia stata di natura forzosa. In realtà sia nel caso dell’islam che del cristianesimo l’adesione alle religioni “importate” dipese essenzialmente dall’aspirazione — da parte di numerosissimi appartenenti alle caste inferiori, e ancora di più ai “fuori casta”, gli intoccabili o Dalit — ad abbandonare una religione che li considerava esseri inferiori, umiliati ed esclusi. Le conversioni, quindi, si spiegano con la forza del messaggio ugualitario che caratterizza sia islam che cristianesimo.
Proprio questa teoria della conversione forzata spiega la peculiare linea di condotta del fondamentalismo indù nei confronti della questione religiosa, una linea radicalmente opposta a quella dei fondamentalisti islamici, con cui pure coincidono per molti altri versi, a partire dal ricorso alla violenza in nome della religione. I radicali musulmani — oggi egemonizzati dal wahabismo promosso e finanziato dai sauditi — sono definiti takfiri (quelli che escludono, dividono) in quanto si arrogano il diritto di dire chi è vero musulmano e chi invece è apostata mascherato o eretico. I radicali indù, invece, vogliono includere. Per loro, tutti gli indiani, anche quelli di altre religioni, sono in realtà indù, e dovrebbero essere richiamati alla casa comune. Si chiama infatti “ritorno a casa” la campagna condotta per promuovere le ri-conversioni all’induismo.
Un progetto esclusivo che prende di mira il pluralismo religioso dell’India come una patologia da curare, una violenza da invertire, e che si estende anche a religioni che, avendo avuto origine dall’induismo (i Buddisti, i Sikh, i Jain)gli ideologi contemporanei dell’induismo tendono — indifferenti alle loro obiezioni — a considerare come appartenenti al grande alveo dell’induismo.
Ma perché non immaginare che questa confluenza possa ricostruire quella “galassia indù” capace di comprendere tante tendenze quante divinità, e tanti riti e interpretazioni quante le lingue del subcontinente? In fondo era questo l’induismo originale: “induismo” è un termine non-indù inventato dai conquistatori musulmani per dare un senso a un fenomeno estremamente plurale, senza una teologia, con un’etica complessa e sempre aperta alla controversia, senza una liturgia unificata. Abbracciare tutti per ricreare all’interno di un unico alveo una pluralità di correnti: perché no? Ma che il pan-induismo pluralista sia un’utopia lo rivelano vari fattori.
In primo luogo, i metodi con cui viene perseguito sono l’opposto del pluralismo. L’Rss, il movimento dal quale proviene Modi, è un organismo i cui dirigenti, fin dalla fondazione, non hanno nascosto le simpatie per il fascismo italiano e poi per il nazismo. Non solo: esso si struttura nella società in una serie di organizzazioni di militanti, dal Vhp, fronte induista internazionale (con un forte appoggio nella diaspora indiana) al Bajrang Dal, un gruppo squadrista in prima fila nelle violenze settarie.
Vi sono poi clamorosi episodi d’intolleranza, come la distruzione della Babri Masjid, la moschea del ‘500 rasa al suolo a colpi di martello nel 1992 da decine di migliaia attivisti capeggiati da dirigenti Rss e Bjp e, molto più atroce, il pogrom di Ahmedabad, in Gujarat, quando centinaia di musulmani vennero trucidati con la passività e probabilmente la connivenza del governo locale, capeggiato da Narendra Modi. Senza contare lo stillicidio di episodi locali, come il linciaggio di un musulmano accusato di conservare nel frigorifero carne bovina, la cui macellazione e consumo è oggetto di proibizione (alla faccia della tolleranza) in alcuni stati della federazione indiana — una proibizione che l’attuale governo intende estendere a tutto il paese.
La minaccia al pluralismo che è il nucleo essenziale della straordinaria ricchezza e dello straordinario fascino della civiltà indiana si estende al piano culturale. Si registrano infatti numerosi episodi di epurazione ideologica ai vertici di organismi dello stato e della società civile, dove qualificatissimi esponenti del mondo accademico e intellettuale vengono sostituiti da ideologi nazional- induisti.
La censura, e ancora più frequentemente l’auto-censura di fronte alle pressioni del potere, colpisce la produzione di saggi “sgraditi” soprattutto in materia di religione e storia dell’India. La più grande studiosa della storia antica dell’India, Romila Thapar, è oggetto di attacchi per i suoi lavori e per la sua critica serrata a quella che definisce «l’intepretazione settaria della storia» promossa dall’attuale governo, che sta anche rivedendo in senso nazional-induista (come del resto aveva iniziato a fare il governo Bjp in carica nel 2002) i libri di testo scolastici.
Non mancano gli attacchi ai più qualificati studiosi stranieri di induismo e sanscrito. È successo a Wendy Doniger, dell’Università di Chicago. Il suo libro The Hindus è stato ritirato dalla vendita e mandato al macero dalla Penguin India, timorosa delle possibili violenze dei fondamentalisti indù, che avevano denunciato un’analisi “sacrilega” (la studiosa utilizza anche strumenti psicanalitici per interpretare i testi sacri indù).
È uno scontro sempre più duro da cui dipenderà lo stesso futuro dell’India, un paese che potrà realizzare tutto il suo straordinario potenziale in termini di crescita e peso internazionale solo se saprà preservare quegli ideali e quel progetto di democrazia plurale e di religiosità non settaria che fu proprio del mahatma Gandhi. In India, e non solo in India, i veri patrioti non sono i nazionalisti, tanto meno quelli che basano i propri disegni autoritari su un’interpretazione integralista e settaria della religione.

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