“Così cambia lo spirito del Ramadan” di     TAHAR BEN JELLOUN

Nono mese del calendario lunare, il Ramadan – che si conclude fra qualche giorno – è considerato dai musulmani un mese sacro. Il digiuno dall’alba al tramonto per 29 o 30 giorni — senza mangiare, senza bere e senza avere rapporti sessuali — è uno dei cinque pilastri dell’Islam. È anche il mese in cui «il Corano fu fatto scendere, come guida per gli uomini» (Sura 2, versetto 185). Più precisamente, questa “discesa” ebbe luogo nel corso di una notte eccezionale, la ventiseiesima, detta “Notte del Destino” e considerata “migliore di mille mesi”. Fu in quella notte che il profeta Maometto, messaggero di Allah, ricevette per la prima volta la parola divina, che gli veniva trasmessa dall’angelo Gabriele. Maometto viene presentato come l’ultimo dei profeti inviati da Dio e raccoglie l’eredità spirituale di tutti i profeti che lo hanno preceduto. Per questo si chiede ai musulmani di rispettare e celebrare anche Mosè, Abramo e Gesù.
Col tempo, il Ramadan è diventato una tradizione più sociale che religiosa. È il mese in cui i credenti osservano il digiuno totale allo scopo di provare con il proprio corpo quello che provano i poveri, quelli che la società ha lasciato indietro. Nel 1966, l’allora presidente tunisino Habib Bourguiba era apparso in televisione e aveva bevuto un bicchiere di succo d’arancia per esortare gli operai che facevano lavori di fatica a non fare il digiuno. Per qualche anno, la Tunisia fu l’unico paese musulmano a non rispettare rigorosamente il digiuno di Ramadan. Oggi quell’epoca è finita e chi non osserva il digiuno e mangia in pubblico è punito con la reclusione da sei a dodici mesi.
Una tradizione sociale, certo, ma anche un momento per rafforzare la propria devozione ai precetti dell’Islam. In Magreb nessuno osa uscire dai ranghi e mangiare in pubblico: un simile atto sarebbe percepito come una mancanza di solidarietà e un tradimento. Quello che manca al Ramadan, così come è praticato nel mondo musulmano, è lo spirito che ne è all’origine. Al calare del sole, quando tutti rompono il digiuno, non tutte le tavole sono imbandite con le stesse vettovaglie: ce ne sono di ricche e di povere o poverissime. Inoltre, la meditazione, la riflessione su se stessi e l’esame di coscienza non si fanno per davvero. Ci sono delle riunioni nelle moschee, dette “Tarawih”, con preghiere e sermoni, ma il modo in cui le persone si comportano non è molto diverso dal solito.
All’estero, durante il mese di Ramadan gli immigrati musulmani soffrono perché sono una minoranza in un contesto che ignora l’Islam e le sue tradizioni. Non possono smettere di lavorare per le preghiere o lesinare la fatica durante la giornata. Gli manca quella che il Corano chiama “la calorosa fratellanza” e che dà ai musulmani un’occasione per rafforzare i legami della solidarietà. Il credente, che non deve rendere conto che a Dio, può praticare la sua religione in silenzio senza chiedere all’ambiente circostante di partecipare alle sue azioni. L’Islam responsabilizza il credente. È per questo che nell’Islam sunnita, maggioritario, non c’è gerarchia, non ci sono intermediari tra il fedele e Dio: l’Islam è un rapporto diretto con il Creatore. Ecco che cosa rende nulle le autoproclamazioni di califfato, come quella del capo dell’Is al-Baghdadi. La sua illegittimità è insita nello spirito e nelle parole dell’Islam.
( traduzione di Elda Volterrani)

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