“Oggi in Italia camminare è un gesto politico: non basta un clic per capire i territori, e non basta un selfie per garantire il consenso.” di Paolo Rumiz

PAOLO RUMIZ
Capitava spesso, mentre me ne andavo zaino in spalla sulle strade o in sentieri di casa mia, che la gente mi chiedesse “where are you going?”, prendendomi per straniero. L’italiano in cammino era spesso visto dai suoi connazionali come un’eccezione, un perditempo o un disturbo, anziché come il portatore di un messaggio nuovo in chiave europea. Oggi il Paese assiste a una trasformazione epocale. Non ci sono solo tedeschi o francesi a pattugliare la Penisola. Ci siamo anche noi, stanchi di essere presi per stranieri e finalmente accettati come viaggiatori a pieno titolo dalle popolazioni “indigene”.
Il camminatore italiano è entrato a far parte del paesaggio che gli appartiene. «Vi state allenando per Santiago?», mi chiedevano anche gliitaliani, come se il loro Paese non contenesse sufficienti meraviglie per invitarti a un viaggio a piedi.
Era il segno di un’autostima clamorosamente bassa, di una difficoltà congenita a essere fieri della propria storia e geografia. Di un rapporto sbagliato col territorio.
Anche qui c’è una rivoluzione in atto. A furia di sbucare dai sentieri, gli italiani hanno mandato segnali, hanno detto alle genti che le loro terre erano degne di attenzione e cura. Hanno prestato ascolto ai luoghi senza voce, quelli dove talvolta non arriva lo Stato e dove spesso altri poteri puntano al controllo del territorio.
Il viaggio a piedi che
Repubblica ha organizzato sulla via Appia, ripercorsa dopo decenni di abbandono, è un altro segno di questa ripresa di possesso del Paese da parte dei suoi abitanti. I luoghi non basta descriverli. Bisogna ascoltarli, altrimenti ci scappano di mano, come è avvenuto con le perierie inglesi che hanno votato contro l’Europa.
Mai come oggi camminare, in Italia, è diventato politico. Un messaggio ai reggitori della cosa pubblica che dice: non basta un clic per capire i territori, e non basta un selfie per garantire il consenso. Ci vuole la pazienza delle scarpe.

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