“L’inganno della fede” di Tahar Ben Jelloun

Così i terroristi usano l’Islam
TAHAR BEN JELLOUN
I terroristi che hanno appena portato a segno la micidiale operazione nel centro di Dacca, capitale del Bangladesh, seguono istruzioni precise per diffondere il terrore in nome della fede islamica, ovunque l’Islam non sia vissuto come essi pensano che debba essere praticato. In questo non c’è né fede né Islam ma solo odio e sangue.
L’autoproclamato califfo al-Baghdadi regna su quello che chiama “Stato islamico”, ma più perde sul campo, grazie alla coalizione internazionale, e più impartisce ordini ai commandos dormienti in Europa, Africa e Asia. Il Bangladesh è già stato teatro di vari attentati contro le minoranze religiose che vivono al fianco del 90 per cento di musulmani: indù, sciiti, cristiani, sufi (mistici). Il gruppo
Jamaat- ul- Mujahideen combatte una guerra senza pietà contro tutti quelli che non sono musulmani o buoni musulmani. Spesso uccidono con armi da taglio.
Da dove viene una così grande violenza? Alcuni sostengono che è racchiusa nel Corano.
MENTRE cercava di diffondere il messaggio ricevuto da Dio attraverso l’arcangelo Gabriele, il profeta Maometto aveva dovuto combattere e difendersi. Ai suoi tempi c’erano violenza, guerre e massacri. Era il VII secolo, un tempo preciso e un contesto storico preciso.
I jihadisti di oggi prendono a riferimento dei versetti che erano validi all’epoca della loro rivelazione ma oggi non hanno più senso.
Inoltre bisogna sempre chiedersi se tutti i terroristi che si ritengono appartenenti all’Islam abbiano la stessa fede, le stesse convinzioni religiose e gli stessi progetti. Il terrorista francese che ha ucciso un comandante della polizia e sgozzato la sua compagna davanti al figlioletto ha lasciato un video in cui spiega i suoi gesti. Cita dei versetti del Corano e degli hadith del profeta Maometto. È convinto di stare solo eseguendo gli ordini che crede di aver letto fra le righe di certi versetti. Dice di aver agito per fede e di aver combattuto i miscredenti seguendo «il sentiero di Dio».
Gli assassini del Bangladesh non hanno giustificato i delitti commessi ma fanno parte di quella “internazionale jihadista” comandata dall’Iraq dall’autoproclamato califfo dello Stato islamico. Intanto, Al Qaeda che, in paragonata a Daesh negli ultimi anni è rimasta in disparte sul palcoscenico internazionale, cerca di tornare sulla scena: ma non ha in programma l’insediamento di uno “Stato islamico” in tutto il mondo.
Ci sono terroristi che ubbidiscono senza pensare alla fede, altri agiscono sotto l’effetto di una male interpretata fede religiosa. Ma il risultato è lo stesso: l’Islam è usato come bandiera e come ideologia distruttrice.
Eppure questa violenza non è mai giustificata dal discorso musulmano. Al contrario, il Profeta, anche quando era sotto attacco, ripeteva incessantemente ai suoi soldati di non commettere crimini. Vietava alle donne e agli adolescenti di partecipare alla guerra. Diceva anche ai soldati che in battaglia non bisogna distruggere le case né uccidere donne e bambini o disturbare i religiosi raccolti in preghiera.
La sua saggezza e la sua filosofia sono ignorate dai jihadisti di oggi, per lo più manipolati dai comandanti insediati in Iraq o in Siria. L’importante per Daesh è diffondere il terrore e instaurare con la forza uno Stato di cui l’Islam, così come lo intendono quei comandanti, sarebbe la costituzione, la morale e la cultura. È l’Islam wahabita, dal nome di Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab, un teologo saudita del XVIII secolo: applicazione della sharia nuda e cruda.
In tutta questa barbarie la fede non c’entra affatto: la fede è sinonimo di pace e valori umanitari, non di crimini e brutalità.
( Traduzione di Elda Volterrani)

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