“Duri e volgari sono gli innocenti di Reynoso” di SEBASTIANO TRIULZI

GLI INNOCENTI
di Oswaldo Reynoso
SUR
TRAD. DI F. NIOLA
PREF. DI M. NUCCI
PAGG. 64, EURO 8
Qualche mese prima del sopraggiungere della morte alla fine del maggio scorso, lo scrittore peruviano Oswaldo Reynoso aveva accettato di fare due chiacchiere con chi scrive, dopo che Sur aveva pubblicato uno dei suoi romanzi più celebri, Niente miracoli a ottobre. Ad un certo punto la conversazione era virata sull’educazione religiosa (era nato ad Arequipa, nel 1931), che aveva ricevuto frequentando una scuola retta dai frati spediti in America Latina da Francisco Franco per la rinascita dell’ideologia fascista: «Hanno piantato nel mio subconscio l’idea del peccato e il timore dell’inferno. Per tutta la vita – disse – ho combattuto contro questi terribili fantasmi per trovare la felicità nell’innocenza». Nel 1961 pubblicò un libricino intitolato proprio Gli innocenti (riproposto da Sur con una appassionata prefazione di Matteo Nucci, traduzione di Federica Niola), una serie di racconti che possono essere letti come un romanzo, su una banda di adolescenti in un quartiere popolare di Lima: ciò che unisce questi ragazzi, al di là della pretesa un po’ stendhaliana d’essere machi, duri e volgari, è il fatto di mantenere, loro malgrado, una innocenza di fondo. Trascorrono le giornate al biliardo o davanti alle vetrine, col sogno di avere la barba, uno sguardo cattivo, avventure da criminali, ma il loro atteggiamento è in realtà solo un allenamento alla recita del disprezzo, alla recita della mancanza di sensibilità. Lo sguardo di Reynoso nei loro confronti è intenerito, e adesivo, perché li ha colti in questa linea d’ombra, non ancora corrotti, già predisposti a perdere l’innocenza, che è il peccato più grave, perché è il peccato del non voler soffrire. Ci appaiono splendidi, e inconsapevoli della loro luce, teneramente ignari nei riguardi del sesso e dell’amore, per questo fragili. Tutto ruota attorno allo sbocciare del desiderio, una sorta di epistassi della sessualità, che ha due contraltari nella forte caratterizzazione dei profumi, nell’attenzione alla fragranza dei corpi, e nell’intercalare del paesaggio, che è sempre caldo, polveroso, pieno d’aria bollente. Vuol far sentire al lettore che una volta diventati cinici, crudeli, sessualmente disimpegnati, senza tenerezze senza sentimentalismi, viene raggiunta l’agognata maturità, ma questa maturità è in realtà un marcire. Nell’ultimo racconto il narratore si rivolge direttamente ad uno dei ragazzi, Carambola, invitandolo a salvarsi: è un appello politico dettato dalla consapevolezza che tutti si perderanno, proprio perché non hanno alcuna intenzione di coltivare questa innocenza. In filigrana è possibile qui leggere alcuni dei temi che ritroveremo quattro anni dopo in Niente miracoli a ottobre, in cui l’accenno al perdersi diventerà poi un corrompersi nell’atmosfera soffocante, burocratica, militarista di Lima: non compaiono grandi orizzonti se non quello possibile della lotta e della violenza, e ancora una volta le pagine più vive sono dedicate ai «ragazzi di vita», che trovandosi in una dimensione di essenzialità appaiono quasi più umani. Il romanzo, pessimista per i critici, conserva al contrario l’idea che qualcosa di miracoloso, in senso marxista, in quell’anno 1965, potesse davvero compiersi: «Il nucleo centrale – spiegò – è il potere, che può essere usato per soddisfare qualsiasi tipo di appetito fregandosene delle vittime. Penso alla relazione di dominio tra il potente di turno, omosessuale, e un ragazzo povero; mentre il rapporto, anch’esso omosessuale, tra un professore e un suo alunno, è d’amore, di un amore che unisce il valore poetico con la condotta etica».
Accusato di essere un cattivo maestro, Reynoso fu sempre un professore, fedele all’idea d’una letteratura al servizio del popolo. Con Gli innocenti capiamo che l’interesse politico e sociale per la città di Lima era nato da una spinta erotica iniziale, che è un classico: i giovani del sottoproletariato, il cui vitalismo avrebbe potuto portare al cambiamento, li vedeva come scolari e immaginare di poterli salvare fa parte di quell’eros pedagogico che è l’unico vero criterio per l’insegnamento, proprio di chi è in grado di trasportarti di sollevarti, d’amare la giovinezza e l’idealismo che può ancora abitarvi.

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