Intervista ad Armando Spataro sulle carte ritrovate delle Brigate Rosse

Il personaggio.
Armando Spataro, oggi procuratore capo di Torino, indagò a lungo sui delitti dei terroristi di Milano

“Quelle carte delle Br ci aiutano a ricordare gli errori di un’epoca” intervista di FABRIZIO RAVELLI

Armando Spataro, procuratore della Repubblica di Torino, lei negli anni ‘70 e ‘80 ha indagato a lungo sul fenomeno della lotta armata a Milano. Diciamo che di quegli anni lei è una sorta di memoria storica. Che cosa ha pensato leggendo che da un controsoffitto del Policlinico erano saltati fuori vecchi documenti brigatisti della colonna Walter Alasia?

«Diciamo che sostanzialmente non mi sono meravigliato. Più altro ha stuzzicato la curiosità di rivedere vecchie tipologie di documenti. È un fatto noto che questo fosse un modus operandi tipico di quelle strutture brigatiste. Ma sono meravigliato del fatto che qualcuno parli di misteri o di chissà quali interrogativi. Credo proprio che non ci sia nessun mistero. Che poi fossero carte riprodotte con la carta carbone, dattiloscritte e con appunti a mano era assolutamente nella normalità degli archivi brigatisti. Parliamo degli anni ‘70-‘80, non dell’era dei computer. Erano archivi, quelli che si trovavano nelle basi, che esattamente come questo contenevano anche rivendicazioni e materiali su fatti accaduti altrove, come l’omicidio Coco in questo caso».

C’era anche una componente di feticismo cartaceo dei brigatisti, no?

«Assolutamente sì, trovavamo sempre proprio una sequenza di documenti, spesso ben ordinati. Nella loro logica era pure comprensibile, erano convinti di scrivere la Storia e per loro poteva essere importante. Ovviamente la magistratura di Milano, guidata dal collega Romanelli che è espertissimo, farà tutti gli accertamenti. Ma sono ragionevolmente convinto che non siamo di fronte a qualcosa di stupefacente o misterioso. Talvolta la realtà è molto più banale di quanto si pensi».

Non una sorpresa, dice lei. Intende anche dire che queste carte ci parlano di un’epoca storica ormai sepolta nel passato?

«Certamente. Quegli anni, quelle tragedie hanno segnato la nostra vita. Mi creda che di sicuro io non dimentico, avendo avuto amici e maestri uccisi come Emilio Alessandrini e Guido Galli. E sono però fatti che andrebbero in ogni momento esplorati dal punto di vista della ricostruzione storica. Ci sono anche miei colleghi che nulla sanno di quegli anni. Una volta ho letto la mail di un magistrato il quale era convinto che Guido Galli fosse morto per un malore cardiaco dovuto al troppo lavoro. Ecco quindi che la ricostruzione storica serve: si ricordano le persone che sono state vittime, per esempio quelle colpite dalla brigata che operava all’interno dell’ospedale, tutto ciò che serve per capire. Però poi oggi ho letto che un investigatore anonimo avrebbe detto che ci sono dei vuoti, tanto che probabilmente furono identificati solo il 70 per cento degli appartenenti alla colonna Walter Alasia. Mi fa sorridere, perché non è assolutamente vero: sarebbe rimasto non identificato quasi un terzo dei componenti, e questa è una sciocchezza».

Nel ricordo c’è anche una sollecitazione emotiva che riporta a quegli anni, al clima che si respirava e che oggi è difficile comprendere.

«Certamente sì. Questa è la ragione che ha spinto molti di noi a ricostruire, a scrivere dei testi o dei libri sulle vicende dei cosiddetti anni di piombo. Ma la Storia non è condizionata dall’esistenza o meno dei misteri. È l’evoluzione dei fatti, e ricordare quei fatti serve per l’oggi e per il futuro, anche per valutare il livello di pericolosità di movimenti cosiddetti antagonisti, e li si valuta avendo ben presente che quegli anni erano ben altra cosa».

Ripensare all’omicidio di Luigi Marangoni, direttore sanitario del Policlinico, e di altri come lui, ci fa tornare ad anni in cui la pervasività del fenomeno terroristico era enorme.

«Questo è un fatto importante da ricordare. Spesso si immagina che la categoria delle vittime colpite fosse quella che comprendeva politici, magistrati, poliziotti, carabinieri. Invece no. Questi folli, perché tali erano, andavano a colpire giornalisti, medici, professionisti dei più vari settori, più che per “punizione” o vendette, perché erano parti della società capitalista che bisognava cancellare. Sono aspetti che magari si dimenticano. Ora i magistrati e le forze dell’ordine valuteranno con competenza il ritrovamento di queste carte. Una ragione di più per non parlare di presunti misteri, ma per valorizzare l’aspetto storico della memoria. Anche con riferimento a eventi più noti, come il caso Moro: noi sappiamo praticamente tutto quel che è accaduto, e quello che non sappiamo è marginale. Io e il collega Pomarici, a questo proposito, fummo sentiti nel 2000 dalla commissione parlamentare perché si avanzavano dubbi sulla vicenda della base Br di via Monte Nevoso, faccenda peraltro del tutto lineare. Ma ancora l’anno scorso sono stato sentito dalla commissione d’inchiesta sul caso Moro, e un parlamentare mi ha domandato se mi risultava che Walter Tobagi fu ucciso perché le Brigate rosse gli avrebbero chiesto di intervistare Moro durante la prigionia, e lui si sarebbe rifiutato. Sono cose che farebbero anche sorridere, se non si parlasse di eventi tragici».

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