“Quel patto del silenzio tra noi candidati Strega” di ELENA STANCANELLI

Perderai tutti gli amici. Si riveleranno ipocriti, traditori, pronti a vendersi al migliore offerente che non sei tu. Sarà la peggiore esperienza della tua vita, ne uscirai a pezzi. Non farlo: sei ancora in tempo, non farlo! Quando è uscita la notizia che La nave di Teseo avrebbe candidato il mio libro al premio Strega ho ricevuto almeno un paio di telefonate così. Adesso posso dirlo e rassicurare tutti: l’ho fatto, e mi sono divertita moltissimo. E i miei amici sono ancora tutti lì, come sempre. Alcuni di loro si sono anche divertiti insieme a me. È stato un gioco, e un regalo che ho fatto al mio libro. Niente di più e niente di meno.
Siamo partiti in ventisette tra scrittori e scrittrici, prima che una commissione interna al Premio selezionasse i dodici finalisti. La notte precedente a questo primo verdetto, ci siamo ritrovati tutti in una libreria romana, Scripta manent, per una maratona di lettura dei nostri libri. La prima foto di questo mio premio Strega è un abbraccio con Giordano Meacci che ci ha scattato l’ufficio stampa della sua casa editrice. E la prima cosa che ho capito è stata che qualunque cosa fosse accaduta non avremmo mai parlato tra noi del Premio. Per una non detta e meravigliosa sprezzatura, che ci ha permesso di attraversare questi mesi in leggerezza.
Un tabù, scrive Mircea Eliade, «è la condizione delle persone, degli oggetti e delle azioni isolate e vietate per il pericolo rappresentato dal loro contatto. In generale, sono o diventano tabù tutti gli oggetti, azioni o persone che recano, in virtù del modo di essere loro proprio, o acquistano, per rottura di livello ontologico, una forza di natura più o meno incerta». E noi, per precauzione, non pronunciavamo neanche la parola Strega.
Divenuti dodici, abbiamo iniziato la tournée. Ognuno di noi partiva da posti diversi e ci ritrovavamo in alberghi eleganti, teatri, treni. Abbiamo visitato la fabbrica di quel liquore lì, quello il cui nome non pronunciavamo, raccontato i nostri libri a ragazzi, adulti, a un pubblico sistemato nelle stesse poltrone in cui qualcun altro, molti anni prima, aveva ascoltato cantare Domenico Modugno. E proprio lì, a Sanremo, abbiamo visto il primo dei video che ci mandava Vittorio Sermonti da Roma, mentre il suo ufficio stampa sedeva al suo posto sul palco. Sermonti non avrebbe viaggiato con noi ma ci seguiva con quei suoi buffi e perfettissimi saluti da una casa piena di libri. E sempre lì siamo scoppiati tutti a ridere quando, nel cortometraggio celebrativo di quel Premio lì che non ci riguardava affatto, si è visto Primo Levi raccontare del suo romanzo,
La chiave a stella, e in un montaggio spericolatissimo subito dopo Morandi, Ruggeri e Umberto Tozzi attaccare il ritornello di Si può dare di più.Secondo me faceva ridere tantissimo pensare che Primo Levi potesse dare di più, ma forse eravamo noi molto allegri.
La cinquina viene annunciata ogni anno in una casa romana, sede della fondazione Bellonci. La votano i famosi amici della Domenica. Un po’ meno di quattrocento persone, artisti scrittori giornalisti imprenditori, sempre gli stessi (ci si può dimettere da votante del Premio ma nessun comportamento, per quanto aberrante, prevede un’espulsione) che in questa fase hanno diritto a tre voti. Questo meccanismo, e la regola per cui in ogni cinquina deve esserci almeno un piccolo editore, dovrebbero servire ad alleggerire il presunto vincolo degli editori sui votanti. Voto chi vuoi tu, d’accordo, ma poi mi restano due voti da dare ai due libri che voglio io.
Ma anche in questo modo ogni anno qualcuno tra quelli che hanno partecipato al Premio- tabù, si offende per essere escluso, scoprendo di colpo, grazie all’esclusione, che quell’odore che sentiva era il marcio.
La seconda votazione invece, il cui spoglio condotto dal vincitore dell’edizione precedente viene trasmesso in televisione, prevede un solo voto a testa. Di solito si svolge al Ninfeo di Villa Giulia, ma quest’anno, per festeggiare i 70 anni, era all’Auditorium di Renzo Piano. Che è un posto magnifico, ma tutti ci auguriamo che per i 71 si torni nella conca sudativa e sassosa del Ninfeo, dove si vagava esausti tra i tavoli, salutando e barcollando sui tacchi, al centro esatto dell’estetica un po’ cafona un po’ sublime che è di ogni cosa romana.
A casa Bellonci io sono arrivata tardi, mi sono nascosta in una terrazza e ho aspettato che qualcuno venisse a dirmi che la votazione era conclusa e ce l’avevo fatta. Mentre abbracciavo Elisabetta Sgarbi, la mia editora emozionata quanto me, sono venuti a prendermi e ci hanno messi uno accanto all’altro per la fotografia. Nessuno ricorda i nomi degli scrittori e le scrittrici entrati nella cinquina nei vari anni. E anche quest’anno tutti ci ricorderemo soltanto Edoardo Albinati e l’immagine di lui che scola la bottiglia gialla. Tutti tranne me: io mi ricorderò di un’altra foto, quella scattata a Casa Bellonci in quel momento: ci sono quattro uomini seri, Sermonti, Albinati, Affinati e Meacci, e una donna che ride felice. Quella sono io.

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