“Un commissario Ricciardi a Gomorra” di       MAURIZIO DE GIOVANNI

LOJACONO AVEVA finito il turno. Era presto per recarsi a cena da Letizia, e Laura era ancora nel pieno del lavoro. Avrebbe riempito il tempo che mancava facendo un giro per la città; si sforzava di conoscerla meglio, e due passi in quel tardo pomeriggio di inizio estate lo avrebbero aiutato nell’intento.
Stava proprio pensando a dove andare quando l’agente Guida, di servizio alla porta, lo chiamò, tossicchiando imbarazzato.
«Ispetto’, scusatemi. Hanno lasciato una busta per voi».
Lojacono lo fissò torvo, ispezionandone la divisa, peraltro in perfetto ordine; Guida aveva un sacro terrore dei suoi rimproveri e lui, con gran divertimento di tutti, non perdeva occasione di alimentarlo.
«Guida, hai una scarpa allacciata male. Se dovessi all’improvviso inseguire qualcuno, inciamperesti finendo col culo per terra tra le risate dell’intero quartiere».
L’agente imprecò sottovoce e si chinò. In realtà la stringa era solo allentata, ma Lojacono, maligno, non si era trattenuto dal farglielo notare. Sul suo viso dai tratti orientali passò un sorriso fugace.
La busta che Guida gli aveva consegnato era un po’ ingiallita, come se fosse di carta vecchia. Sul retro, in un corsivo molto inclinato, c’era scritto: Egr. Ispettore Lojacono Giuseppe. Come su una scheda dell’ufficio personale. Dentro c’era un biglietto con una sola frase, semplice e lapidaria: Gambrinus, tavolo interno, vicino all’ultima vetrata.
«Guida, chi lo portò ’sto biglietto?».
La guardia sbattè le palpebre: «Come lo portò? È successo dieci minuti fa. È venuto un ragazzino. Era combinato male, però, sporco in faccia, scalzo, con la canottiera strappata e i pantaloni legati con lo spago. Pareva uno di quegli scugnizzi di prima della guerra, che si vedono nei film vecchi».
Lojacono non ritenne di specificare che il passato remoto era un retaggio delle sue origini siciliane. Uno scugnizzo di un’altra epoca, rifletté, e sentì montare dentro un inspiegabile disagio. Salutò Guida e si avviò per la discesa che portava dal commissariato di Pizzofalcone al famoso caffè liberty di piazza Plebiscito; passeggiata per passeggiata, anche quella andava bene.
Lungo la strada pesò la strana inquietudine che lo pervadeva. Non aveva mai visto la grafia del biglietto, eppure aveva qualcosa di familiare; inoltre c’erano l’inchiostro sbiadito, scritto evidentemente con una penna stilografica, la carta vecchia, e lo scugnizzo con lo spago in vita. La sua mente da poliziotto collegava gli elementi, e il risultato non quadrava.
Sul foglietto non c’erano orario né data, così Lojacono decise di andarci subito, al
Gambrinus: troppa curiosità.
Al solito la folla dei turisti in cerca di sapori tradizionali integrava la massa di impiegati in perenne pausa caffè, riempiendo i tavolini sotto i tendoni e lo spazio antistante il banco. L’ispettore si fece strada verso la sala interna, semivuota; troppo bello il tempo e troppo gradevole la frescura della sera per scegliere la penombra un po’ polverosa dei tendaggi e degli affreschi. Percorse qualche metro tra le sedie, disposte in modo ordinato attorno ai tavoli, e intravide una figura seduta nel posto indicato dal bigliettino; si avvicinò ancora. Era un uomo; doveva avere qualche anno meno di lui. Portava una cravatta stretta, una giacca grigia e un soprabito, fuori contesto data la stagione; il suo profilo affilato non si spostò dalla vetrata, dietro la quale la città scorreva come un film muto. Lojacono strinse gli occhi per abituarli alla penombra e gli parve di notare che i capelli neri dello sconosciuto avessero un aspetto un po’ unto, come se fossero coperti di gel, o roba del genere; solo un ciuffo ribelle gli ricadeva sulla fronte. Mentre l’ispettore si chiedeva chi fosse lo strano personaggio, l’altro si girò a fissarlo, mostrando un paio di occhi verdi quasi trasparenti, di sicuro l’elemento più notevole del viso.
Lojacono sentì un tuffo al cuore. Conosceva quell’uomo, ne era certo, ma con altrettanta certezza non aveva la minima idea di chi fosse. Restarono a guardarsi per un lungo attimo, poi l’individuo fece un cenno col capo verso la sedia che aveva di fronte. Lojacono, un po’ rigidamente, si sedette, quindi si schiarì la voce e disse: «Sono l’ispettore…».
«Lojacono, sì, lo so. Sono io che ho chiesto di incontrarvi. Scusate il modo poco gentile, ma non posso muovermi da questo tavolino ».
«Si figuri, non c’è problema. È successo qualcosa? Ha bisogno di aiuto o…».
Negli occhi verdi passò un lampo di ironico divertimento.
«No, no. Vedete, sono anch’io un poliziotto. Mi chiamo Ricciardi, sono un commissario. Almeno lo ero. Forse lo sono ancora, da qualche altra parte. Sono in… trasferta, diciamo. Solo di passaggio».
Lojacono annuì.
«Ah, un collega. Lei è di qui? Di quale commissariato?».
«Ho lavorato in città, sì. Ma vengo da un paese della bassa provincia di Salerno, ci vuole una giornata per arrivarci».
«Nemmeno io sono di qui, ho lavorato in Sicilia e… Ma come, una giornata? Salerno sarà a mezz’ora, sì e no!».
Ricciardi sorrise, e sembrò più giovane.
«Adesso, magari. Non ai miei tempi».
Lojacono sentì di nuovo il disagio di quando aveva ricevuto il biglietto. Tossì e si guardò attorno, come per ancorarsi alla realtà, ma non c’era nessuno. La sala era deserta, non si vedeva nemmeno un cameriere.
«Posso sapere perché mi ha fatto chiamare, collega? Forse avrebbe dovuto mettersi in contatto con Palma, che è suo pari grado: io sono solo…».
Di nuovo quel lampo negli occhi verdi.
«… un ispettore, lo so. Ma io posso mettermi in contatto solo con voi, ispettore Lojacono. Condividiamo qualcosa, anche se non so bene cosa. E sono molto curioso di sapere cosa è successo alla città. Io, vedete, manco da parecchio tempo. Mi servono delle informazioni ». «Se posso, dica pure. Ma sa, io non… Insomma, non sono di qui e nemmeno lo capisco bene, questo posto. È strano, complicato. Perfino per un meridionale». Ricciardi tornò a guardare fuori.
«Sì, lo so bene. Io ci sono venuto a studiare, e non me ne sono più andato, ma in fondo sono sempre rimasto un forestiero. Avete fatto caso al rumore?».
Lojacono sospirò.
«Non me ne parli. Non c’è mai silenzio, da nessuna parte. Traffico, motori, clacson e trombe a qualsiasi ora del giorno e della notte… ».
«Posso assicurarvi, ispettore, che anche quando le automobili erano poche il rumore non mancava. I cavalli, le ruote di legno e ferro sulle pietre delle strade; e le urla della gente, le lavandaie, i venditori ambulanti».
L’ispettore assentì, convinto.
«E la musica? Cantano in continuazione, o ascoltano la radio ad altissimo volume; e non parliamo della televisione…».
Ricciardi corrugò la fronte.
«Non capisco tutto quello che dite, ma cantano, sì. Come se ci fosse da cantare e da ballare, con la povertà e la fame che ci sono. Perché ci sono ancora, no?».
Lojacono guardò fuori a sua volta.
«Sì, ci sono, commissario. In certi quartieri, soprattutto in periferia, si sente una rabbia enorme che passa sulle facce della gente, e i bambini…».
Ricciardi strinse le labbra.
«I bambini, sì. Abbandonati a se stessi, a subire le violenze e le colpe dei genitori. Io una volta ho indagato sulla morte di un piccolo orfano. Sembrava accidentale, invece… Me lo sogno ancora. Matteo, era il suo nome, ma lo chiamavano Tettè, perché era balbuziente».
Lojacono sentì un brivido. In qualche strana maniera sentiva quell’uomo venuto dal nulla più vicino di un fratello.
«Non creda che i figli dei ricchi stiano meglio, commissario. Io ho avuto un rapimento, un po’ di tempo fa, e purtroppo non siamo riusciti a trovare il ragazzino; pensi che il colpevole era… Lasciamo perdere, va’. È troppo doloroso anche solo ricordare».
Un tizio, in strada, diede una spinta a una signora che barcollò e riuscì a non cadere per miracolo; l’uomo nemmeno si voltò. Ricciardi fece un sospiro.
«Corrono, corrono. Ma perché corrono tutti? E perché neppure si guardano?».
Lojacono si strinse nelle spalle.
«Perché sono soli, commissario. La gente in questa città è sola e disperata, come in tutte le grandi città del nostro tempo. Forse ».
Ricciardi scosse il capo, malinconico. Più lontano, al limite della piazza, una vecchia carrozza raccoglieva turisti da portare sul lungomare.
Lojacono disse, d’impulso: «Secondo me, commissario, questa città non è mai cambiata, in realtà. E non cambierà mai». Dopo una lunga pausa, l’uomo dagli occhi verdi mormorò: «Magari non in tutto. Ditemi una cosa, Lojacono. Una volta, proprio a pochi metri da qui, c’era un negozio di cappelli e guanti. La figlia del proprietario era una signorina alta, con gli occhiali, di nome Enrica. Vedo che il negozio non c’è più: mi sapete dire perché?».
Lojacono allargò le braccia.
«Da quando abito in città i negozi sono sempre stati questi, commissario. Ma ho… un’amica magistrato che è qui da più tempo, magari ne sa qualcosa. O può dare un’occhiata agli archivi della Camera di Commercio. Se mi dice dove e come posso farle sapere…».
Ricciardi lo fissò con inaspettata dolcezza. Poi rispose: «Non importa, ispettore. Magari lo scoprirò da solo. E vi voglio dare un consiglio: tenete da conto questa vostra… amica. Non la perdete. Le cose belle passano, e non ritornano ». Restarono in silenzio per un po’. Poi Ricciardi fece cenno a un cameriere molto, molto anziano. E disse: «Per favore, due caffè. E due sfogliatelle. Le più fresche che avete».
© 2016, Maurizio de Giovanni

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