Giovanni Allevi “La magia del Giappone risuona nella mia musica” di LEONETTA BENTIVOGLIO

TEMPO FA, mentre dormiva su un aereo in volo verso il Giappone, Giovanni Allevi fece un sogno «durante il quale scorreva una melodia per violino e orchestra», narra il ricciolone e smilzo compositore e pianista nella terrazza di un ristorante romano, tra una mozzarellina di bufala e l’altra. «Quando atterrai a Osaka mi chiusi in albergo e scrissi il brano. Da allora scattò in me una rinascita, un processo di ritrovamento di me stesso giunto dopo un lungo periodo di depressione nel quale mi ero sentito assediato dalle incomprensioni». Scaturì dalla renaissance giapponese l’album
Sunrise, del 2012, «che per me fu l’alba di un nuovo giorno». Poi nel 2015, spinto dall’idea che «l’amore è l’essenza di tutto», lo svagato e dinoccolato Giovanni – pare un folletto con la testa fra le nuvole e ha la fisionomia di un ragazzino malgrado i suoi 47 anni – pubblicò il disco Love, dove «la musica s’irradia come un atto d’amore universale», afferma. «Con quest’amore declinato in ogni forma, io mi consegno totalmente agli altri». Anche l’impresa di
Love è stata in gran parte generata da uno dei suoi preziosi viaggi in Giappone, «perché il progetto dell’album cominciò da
Yuzen, un pezzo che composi dentro una camera d’hotel a Kanazawa, in stato febbricitante».
“Sarei dovuto Schermata 2016-07-30 alle 08.44.35andare a vedere un museo di sete dipinte, ma avevo rinunciato a causa dei miei 39 gradi di febbre. Fantasticai nel delirio scene di passione e di estasi che scivolavano tra quei tessuti, frutti di un’arte che ha raggiunto i massimi livelli a Kanazawa».
Le suggestioni dell’Estremo Oriente affascinano Allevi, il quale conosce bene il Sud Est asiatico e ha visitato luoghi come Giacarta e Singapore. Ma è in particolare la cultura giapponese il suo patrimonio di ispirazioni, stimoli e pensieri: «Da un decennio vado a suonare in Giappone per due volte all’anno, a Tokyo e in altre città», racconta mentre i suoi ammiratori ci interrompono per scattare selfie con lui. «Mi sento legato sempre di più a quel Paese misterioso e bellissimo, col quale entro in contatto grazie all’incontro con la gente che si crea durante i concerti, che in Giappone, terra ricca di moderne sale con un’acustica perfetta, sono intesi come momenti sacri. C’è un atteggiamento affine alla meditazione nell’ascolto concentrato che dimostrano gli spettatori. Sembrano quasi aver paura di applaudire, e dopo il concerto mi sommergono di doni». Sulla maglietta che indossa Allevi, spiccano stampati i segni guizzanti dell’ideogramma Hibiki: «Vuol dire: eco o suono che si spande nell’aria e determina una risonanza. Per i giapponesi è il simbolo della mia musica, il cui segreto sta nelle risonanze che toccano il cuore di chi ascolta».
Del Giappone Allevi ama la letteratura, «in particolare lo scrittore Murakami, che riesce a spingere l’immaginazione fino a limiti estremi». Si definisce un seguace della scuola filosofica di Kyoto fondata da Nishida Kitaro: «Fu il primo a unire l’approccio filosofico occidentale, da Platone a Heidegger, con la sensibilità giapponese». Sostiene che il Giappone risveglia in lui «conoscenze ataviche » e gli ha rivelato la potenza della ritualità: «Mi hanno introdotto alla cerimonia del tè, dove il rito, in un’ottica shintoista, appare dettagliato e maniacale. Sono i riti che ci fanno vivere dentro il presente, e questo è il fulcro della filosofia buddista, da non considerare come una religione: piuttosto è un modo di agire e di percorrere la vita. Anche la mia musica vive tutta nel momento in cui viene eseguita e ascoltata». Riflette sul termine giapponese “sassuru”, «che invita a non cercare di spiegare le cose, ma a sentirle in maniera anche fisica, diretta».
Allevi ammira il senso civico dei giapponesi: «Ogni azione, per loro, è finalizzata al bene comune. Rispettano la natura, le fasce deboli, i bambini, i disabili e gli anziani. Ciascuno è fiero del proprio lavoro che contribuisce al benessere sociale, e l’interesse condiviso per la collettività emerge anche dall’urbanistica. Non a caso Tokyo è una megalopoli senza traffico». Gli piacciono sia il Kabuki, «che sembra nuovo teatro sperimentale ma è un’arte scenica antichissima», sia il Kendo, la via della spada, «di cui mi sono fatto spiegare le basi. Se nella lotta si dà un colpo privo di passione, pur se formalmente corretto, il punto non sarà assegnato, poiché l’obiettivo che conta è la passione. In quest’arte è emblematica la visione del rapporto tra vincitori e vinti, dove ai secondi si aprono nuove, importanti prospettive. Chi vince si limiterà solo a difendere la propria posizione; invece lo sconfitto potrà interrogarsi su cosa non ha funzionato e intraprendere strade diverse».
Per parte sua, non ha proprio niente dello sconfitto l’acclamatissimo Allevi, che stasera sarà ospite del Teatro del Silenzio di Andrea Bocelli: i due si esibiranno insieme sulle note di Rossini. Giovanni darà poi concerti per pianoforte solo a Palermo (domani sera) e a Marina di Pietrasanta (il 2 agosto), e il 16 dicembre dirigerà a Napoli un concerto per orchestra. Da tempo la sua musica melodica e suadente ha sedotto un pubblico globale. Ma assieme al plauso ha ricevuto critiche feroci da molti esponenti della musica classica. Ne soffrì tanto da entrare in depressione, come raccontava all’inizio di questa intervista: «L’album che pubblicai nel 2010, intitolato Alien,rispecchia l’apice di quella fase. Mi sentivo un incompreso, un marziano. Ciò nonostante ho avuto il coraggio di rialzarmi». Lo accusavano di un approccio troppo facile, melodico e orecchiabile alla musica cosiddetta “colta”. Lui replica spiegando di mirare a «superare gli steccati e i dettami precostituiti. La mia ossessione è confrontarmi con le forme classiche: scrivo un concerto per violino e orchestra, o affronto la struttura secolare della sinfonia, o compongo un concerto per pianoforte e orchestra, o mi misuro con una cantata sacra per coro e orchestra… Sono irriverente? Ho sbagliato secolo? Forse. Ma resto convinto che la musica classica non sia una dimensione intoccabile ereditata dal passato, bensì una materia soggetta a un’evoluzione».
Lo stesso termine “musica classica”, sottolinea Allevi, significa “musica da modello”, «e dunque io ho il diritto di assumerla come riferimento per esprimere la mia concezione in modo vivo e dinamico, senza bloccarmi di fronte ai monumenti. Bach è la perfezione della scrittura. Mozart è la semplicità in quanto complessità risolta. Rachmaninov è un magma emotivo. Si può contemplare il genio di questi autori rimanendo immobili davanti a loro. Oppure si possono utilizzare le forme dei capolavori per modellare il proprio mondo, oggi. La mia ricerca consiste nel recuperare gli schemi classici per vivificarli con ritmi e contenuti presenti. Ma se è vero che le mie opinioni sono sembrate sacrileghe e mi hanno fatto etichettare come un presuntuoso e un pazzo, i Forum in rete continuano a essere invasi da gente che litiga e discute sulle mie dichiarazioni. Ho provocato un dibattito senza volerlo, ho smosso temi roventi».
Giovanni Allevi rammenta il suo debutto come pianista, avvenuto 25 anni fa in una sala di Napoli: «C’erano in platea cinque spettatori, imbarazzatissimi di essere così pochi. Mi dissero: lasciamo perdere. Io invece volli suonare lo stesso. Il programma includeva Bach, Ravel e Scriabin, e durante l’esecuzione una signora si commosse fino alle lacrime, il che mi rese talmente felice! Alla fine ci abbracciammo tutti e sei… Trascorsi quella notte alla stazione perché nessuno mi aveva prenotato un hotel, né avevo i soldi per pagarmi una stanza. Ho ripensato a quei cinque temerari spettatori napoletani quando, l’anno scorso, ho presentato un concerto di fronte a cinquantamila persone in Piazza Duomo a Milano».

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