“Non siamo abituati alla forza del silenzio.”scrive Umberto Gentiloni sul papa ad Auschwitz

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Quel silenzio così diverso da complicità e indifferenza

UMBERTO GENTILONI

IL TERZO pontefice che mette piede ad Auschwitz sceglie il silenzio. Un gesto che è già nella storia. Lo si vede dalle prime immagini che lo ritraggono in cammino all’interno del perimetro del Museo e poi tra i resti di Birkenau. Papa Francesco si muove seguendo il filo del protocollo che la regia polacca ha messo a punto per poi staccarsi, cercare solitudine, quiete, tranquillità. Il silenzio rompe ogni consuetudine: nessun discorso o cerimonia, nessuna dichiarazione solenne, nessun richiamo a interlocutori istituzionali o presenze religiose. Un piccolo gesto fa il giro del mondo, due brevi frasi in spagnolo vergate sul registro d’onore dei visitatori: «Signore abbi pietà del tuo popolo! Signore perdono per tanta crudeltà».
Non siamo abituati alla forza del silenzio.
OGNI LUOGO o momento delle nostre giornate è invaso dalla potenza delle connessioni e dal sottofondo invasivo della comunicazione globale. Il silenzio al contrario prevede rispetto, attesa, limiti condivisi, un tempo sospeso nel quale l’interiorità dei sentimenti e delle riflessioni possa prevalere sull’apparenza dell’informazione in tempo reale. Lo fa un Papa che in diverse circostanze ha insistito sui rischi del presente, sulla dimensione dell’uomo, sull’essere consapevole che si può opporre alla facile apparenza di relazioni e comportamenti senza spessore. Colpisce il tono di alcuni commenti immediati: quello che pensa Francesco sulla distruzione degli ebrei d’Europa lo ha detto a Gerusalemme nel corso della visita allo Yad Vashem. Una spiegazione lineare e scontata che porterebbe al ridimensionamento implicito del gesto di ieri mattina in terra polacca. Il Papa in silenzio all’interno di in un complesso meta di quasi un milione e mezzo di visitatori all’anno, di recente emerso alle cronache per aver chiesto di essere escluso dalle frequentazioni virtuali dei Pokémon che si aggirano per la terra.
Quel silenzio — così diverso dai silenzi complici o indifferenti — porta con sé diversi significati, evidenti o nascosti. Può essere scomposto lungo tracce e percorsi che attraversano i luoghi della deportazione, del lavoro coatto, dello sterminio pianificato e che rimandano a pagine e giudizi di una storia che ci appartiene. Sarebbe un limite isolarlo e contrapporlo ad altri silenzi, a momenti in cui comportamenti e parole hanno preso una direzione contraddittoria, persino imbarazzate. Vengono così in mente pagine di giudizi critici sui silenzi della Chiesa negli anni della Seconda guerra mondiale, i richiami a una realtà composita fatta di attendismi e solidarietà, spinte opportunistiche e motivazioni umanitarie. Emerge la guerra nella sua dimensione più coinvolgente quando il silenzio può contribuire a definire schieramenti, opzioni praticabili, compatibilità percorribili. Basta voltare lo sguardo per giungere al silenzio di chi ha contribuito al male: complici, delatori nascosti, ignavi. Tanti che hanno assistito a crimini e nefandezze con quella partecipe indifferenza che ha reso possibile l’impensabile. E in fondo in quel mantello bianco che varca la soglia di Auschwitz I passando sotto il cartello che recita “Il lavoro rende liberi” è compreso il silenzio di chi non ha trovato le parole per poter spiegare ciò che era avvenuto, i tanti perché di generazioni che si sono misurate con quella realtà. Come è stato possibile? Quali i meccanismi e le responsabilità? E gli interrogativi più dolorosi sulle compromissioni, sui nessi tra la «soluzione finale» e la modernità, sulla Germania che aveva segnato la cultura del vecchio continente, sulle scelte e i silenzi dei Alleati, di chi ha sconfitto il nazi- fascismo.
Oggi sappiamo molto grazie al lavoro di studiosi che per decenni hanno indagato le fonti, raccolto testimonianze, ricostruito itinerari di vittime o carnefici. E tuttavia spesso mancano le parole giuste per spiegare, raccontare, oltrepassare il limite che permette la socializzazione di conoscenze. Ecco che torna utile il silenzio, una pausa di riflessione per approfondire, non banalizzare o ridurre a slogan o scorciatoie che si consumano nell’immediatezza della loro comunicazione. Possono venire in aiuto i silenzi di chi è sopravvissuto. Silenzi prolungati e dolorosi: non venivano creduti, venivano presi per matti, fuori di senno. Il mondo del dopoguerra non era pronto a raccogliere quell’atto di accusa, quella ferita ancora aperta. E in tanti hanno scelto il silenzio come condizione necessaria per costruirsi una nuova vita, per poter guardare al futuro. Per decenni non hanno detto una parola della loro condizione di deportato e sopravvissuto ai familiari più stretti, solo il tempo ha sciolto parte di quel dolore trasformandolo in testimonianza e memoria per tutti.
La cifra del silenzio di ieri è più profonda di quanto non possa apparire a prima vista. Quel gesto ci scuote e ci interroga, vale più di tante parole.

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