Istruzioni per un viaggio perduto -1    PAOLO RUMIZ

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ORA CHE MI HANNO RUBATO anche Istanbul, città che ho amato più di ogni altra, capolinea di tanti miei libri e prima grande scorribanda estiva per questo giornale (era il 2001), non posso eludere una domanda. Ha ancora senso viaggiare? Questione legittima, visto che ovunque si riformano muri e reticolati, e vecchi fantasmi tornano a galoppare per l’Europa. Non è solo che il mio mondo si è ristretto e viaggiare è diventato pericoloso. Non è nemmeno che Iraq, Afghanistan, Libia e Siria — terre amatissime — sono stati ridotti in macerie. È che nulla, ovunque, è più come prima e quasi niente di ciò che ho visto in quella prima avventura esiste ancora.
La mitica traversata in bicicletta dei Balcani fino al Bosforo, che inaugurò una serie lunga quindici anni, si compì, per oscuro presagio, alla vigilia dell’11 settembre, il giorno in cui tutto si mise a correre fino ai limiti del deragliamento. Da allora la mia vita errabonda ha preso a scivolare su un piano inclinato come verso un invisibile Gran Burrone. È stata una trasformazione così febbrile — persino il meteo non è più lo stesso del 2001 — che talvolta ho pensato di voler divorare tutte quelle miglia solo per acchiappare al volo qualcosa che mi stava sparendo sotto gli occhi.
Non c’è più nascondiglio, o isola felice. Gli spazi di libertà si sono ristretti. Fette sempre maggiori di territorio sono in mano a mafie, dittature, fanatismi armati e predoni delle ultime risorse globali. Le possibilità di viaggio dei miei figli si sono più che dimezzate rispetto alle mie. L’Europa stessa è in stato d’assedio e, quel che è peggio, si frammenta anziché serrare le file. Nel frattempo, il tritacarne della Grande Omologazione fa poltiglia delle ultime differenze tra i popoli. L’Oriente esiste o è solo un parco a tema per turisti? E l’Occidente è cosa reale o fata Morgana? Dall’America alla Cina vedo il trionfo di un identico mix esplosivo di primitivismo e internet che riduce il rapporto tra uomini a scontri di pensieri unici. E così, mentre il viaggio virtuale trionfa su quello reale, mentre il rapporto fra uomo e territorio si perde, ecco che anche l’irreperibilità, estrema roccaforte del viaggiatore, è violata dall’Occhio che tutto vede.
Il destino ha le sue simmetrie. Tutto ciò che è cominciato con quella fuga verso il Bosforo, ora sul Bosforo si compie. La Turchia è cambiata brutalmente e, con le purghe, Erdogan le ha dato solo l’ultima picconata, in nome di un’identità totalitaria che essa non ha mai avuto. Fuori dalla stazione di Sirkeci non c’è più il chiosco dove il vecchio Ara mi offriva con un sorriso burbero un tè fumante color dell’ambra. Le casette di legno sul Corno d’oro sono state rase al suolo per far posto a grattacieli e orrendi minareti di cemento che sparano preghiere a un volume insopportabile. Il fanatismo dilaga e tutto ciò che ho amato della città-ponte che fu anche greca, ebraica, armena e siriana, è stato preso di mira. Per ritrovarlo, dovrò attivare rapporti clandestini.
Ma il problema non è Istanbul. È che è finito il bisbiglio e il profumo dei luoghi. Gli dei che li abitano si sono dati alla macchia. Dove è migrata l’anima di Praga, Sarajevo, Atene? Dove è finita la vecchia Francia? Oh certo, gli aeroporti sono pieni. Giganteschi transatlantici solcano i mari. Ci si sposta con facilità immensamente maggiore rispetto a quindici anni fa. Ma anche lì è solo l’inganno del Grande Frullatore. Il viaggio, come esperienza iniziatica e individuale, antica come l’Odissea, sembra perduto.
Cosa rimane a chi si ostina a rivendicare l’accesso alla Terra come bene comune? Sì, lo spazio esiste, ed è immenso, contrariamente a ciò che appare. Ci sono ancora viaggi per Ulisse. L’Appennino non è mai stato così vuoto e il Po così selvaggio. Google maps e la banalizzazione dei flussi fanno sì che non sia mai stato così facile evitare le masse e ritagliarsi spazi propri. Ma la riconquista può avvenire solo a patto di fare del viaggio un atto politico di resistenza, se non di anarchia. A patto di ricominciare da zero, dal pianerottolo di casa nostra, mettendoci consapevolmente contro un mondo che smantella gli spazi di incontro, i giochi, il canto, le fontane, le panchine.
Riprendiamoci le nostre piccole patrie — quelle che abbiamo trascurato in nome dei voli low cost — sapendo che errare, nel clima avvelenato che ci circonda, non è più evasione, ma il suo contrario. Non fuga dal mondo, ma un modo per aggrapparsi ad esso e riattivare il contatto fra uomini. Un atto di guerra partigiana contro un sistema costruito per dividere anziché unire, nel quale i rapporti si sono velocizzati e sterilizzati al punto da far esplodere continue tempeste di malintesi e rendere invivibile qualsiasi aggregazione multietnica.
Sì: viaggiare necesse est. Non è mai stato necessario come oggi. Il nomade capisce meglio dove va il mondo. Lo sente dall’odore, dall’aria che tira. Ha percezioni da Cheyenne, diventa bardo e sciamano. Detesta i centri e ne è detestato. Si infratta in prossimità delle frontiere, pianta la tenda ai margini. Viaggia su mezzi pubblici, non prenota mai alberghi, compare all’improvviso e fa perdere nuovamente le tracce. Porta un bagaglio minimo, non usa telefoni e sa fare a meno del web. Ama le linee di faglia e le creste ventose per sentire in anticipo i terremoti e le tempeste. Vive in stato d’allerta, coltiva istinti indispensabili alla sopravvivenza della specie, come il senso del pericolo, che la società opulenta ha atrofizzato. Suona tamburi sul bordo dei laghi, al tramonto. Non fischia mai, per non irritare gli spiriti.
Il viaggiatore di lungo corso sogna di rubare bambini perduti per raccontare loro storie attorno a un fuoco. Sente a distanza l’odore di chi gli è affine e di chi gli è ostile, come un cane da punta. Riconosce gli uomini dall’andatura. Crea una rete invisibile di adepti. Sa trasformarsi in lupo, orso, salmone e scarabeo. Abbraccia alberi, parla con i fiumi e decifra il canto delle foreste. Ha una memoria infinita, soffre e gioisce senza ragione apparente, percepisce la deriva del mondo senza bisogno di giornali, apprende sui treni del mondo segreti di cui nessun ministero degli esteri è a conoscenza. Sa attraversare il tempo, superare la linea d’ombra, parlare con i trapassati, raccogliere immagini come un cacciatore del Mesolitico colleziona prede, molluschi e radici.
Ma allora, mi dicono i lettori, perché hai deciso di smetterla con i racconti di viaggio? «Erano come il campanello della ricreazione, dicevano che l’estate poteva cominciare »: così mi scrivono, esortandomi a non mollare. Ma è appunto qui il problema. Non è più tempo di ricreazione. Non voglio restare prigioniero di uno schema. È arrivato il momento di cercare altri linguaggi e sostituire i chilometri con la qualità dell’incontro, a costo di darmi alla macchia e sparire dalla Rete. Ho imparato molte cose nel mio infinito andare. Cose indispensabili come l’oralità, la condivisione, la convivialità, la lettura del terreno, la percezione del pericolo, la ricerca della traccia, l’ascolto dei luoghi senza voce.
In questi quindici, splendidi anni, è come se avessi sommato più vite. Me ne sono accorto due estati fa, scrivendo per Repubblica da un vecchio faro piantato in cima a un’isola deserta, in mezzo alle tempeste del Mediterraneo. Nel silenzio del network, in assenza di telefoni, al riparo dall’intossicazione mediatica, le mutazioni del mondo mi apparivano improvvisamente più chiare, e con esse il ruolo del viaggiatore. Non avevo più bisogno di capire, perché sentire era più facile. Mi accorgevo di diventare anch’io un po’ bardo e un po’ sciamano. Era arrivato il tempo di condividere le esperienze accumulate e comunicare il senso del viaggio come strumento-base dell’approccio fra uomini.
Ho imparato molto da questa stagione privilegiata dell’esistenza. Come tagliare i ponti dietro di me e costruire una “traccia” dentro spazi illimitati senza punti di riferimento. Come sognare sfogliando un atlante, come disegnare a mano una mappa e poi partire facendone a meno. Come sincronizzare il respiro con i battiti del cuore — due o più a seconda delle situazioni — per costruire un canto. Ho imparato la febbre della partenza e la malinconia del ritorno, studiato il rebus del taccuino che con la sua taglia dipende dall’andatura e talvolta riesce persino a determinarla. E poi l’enigma del Gerundio Inverso che ribalta il senso dell’andare, o la legge — valida solo per i viaggiatori — della lentezza che dilata il tempo e accorcia lo spazio, smentendo Albert Einstein. Per non parlare del cortocircuito evocativo fra libro e paesaggio che scatta con la declamazione, o della formula arcana — mai spiegata da alcun matematico — del peso sulle spalle che alleggerisce la falcata.
Tutto questo vi svelerò, nei prossimi giorni, in un breviario in tre puntate sull’arte dell’andare in questo mondo. Cose come la tecnica d’approccio del cagnolino di strada, l’abilità di interrogare senza far domande, o l’equivalenza tra metrica e andatura che rende il nostro passo bisillabico, trisillabico, dattilo, giambico, trocheo e altro ancora. E poi l’importanza di perdersi, o di andare a caccia di un’ombra senza che ti prendano per matto. La sindrome di Gerusalemme, che ti inchioda ai testi che ti hanno fatto desiderare una meta, al punto di tentarti con un viaggio solo virtuale, sedentario, con la rinuncia a partire: da cui discende che in ogni partenza si annida la fatica tremenda del distacco dal Libro.
A suggello del racconto vi dirò ciò che compendia e riassume tutto questo: come ridurre al minimo il bagaglio, atto che non si porta mai abbastanza all’estremo. Lo consiglia anche la “Legge del violino degli Ebrei”; ai quali, secondo un witz askenazita, è vivamente sconsigliato di scappare con un… pianoforte. Vi spiegherò come viaggiare leggeri, perché siamo tutti di passaggio su questa Terra. Esuli, clandestini. Stranieri ovunque e in nessun luogo.
( 1 – continua)

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