“Annibale, il generale che voleva essere Ulisse” di GIOVANNI BRIZZI

“Annibale, un viaggio”. In occasione di una ricorrenza dal fascino forte — quella del 2 agosto del 216 a.C., che vide a Canne la più spaventosa sconfitta mai subita da Roma — si inaugura con questo titolo una mostra che ripercorre il tragitto compiuto n Italia dal
grande cartaginese; proprio a Barletta, che a Canne è vicina, l’esposizione apre ora i battenti.
Ma può davvero accostarsi semplicemente a un viaggio il sanguinoso percorso che Annibale compì dalla Spagna all’Italia meridionale, fino a Canne ed oltre, fino a quella Crotone dove, oltre tredici anni dopo la sua più grande vittoria, il cartaginese avrebbe alzato le vele per tornarsene in Africa verso il fatale appuntamento di Zama? E chi era, poi, questo straordinario personaggio? Molti conoscono (o credono di conoscere…) dal ricordo scolastico il grande generale, colui che, fanciullo, giurò odio eterno ai Romani; che in seguito venne a sfidare Roma in Italia superando le Alpi con gli elefanti; che la sconfisse più volte; e che, vinto infine insieme alla sua città, concluse la vita, esule e suicida, in un lontano phrourion Bythinias, in un borgo della Bitinia costiera, non lontano dai sobborghi orientali dell’odierna Istanbul.
Certo, come capo militare Annibale è, almeno sotto il profilo della tattica, tra i sommi della storia non solo antica. Non è un caso che, dovendo affrontare Napoleone, i teorici inglesi abbiano proposto a se stessi proprio lui come termine di confronto, convincendosi di dover offrire al grande corso solo una “fabian war”, di dover fare proprio cioè lo stesso tipo di strategia che Fabio Massimo, il Cunctator, aveva adottato contro Annibale per evitare di concedergli il funesto vantaggio delle battaglie campali.
Certo, come uomo Annibale è terribilmente crudele, non esitando a compiere quanto ritenga funzionale alla vittoria, l’uccisione dei prigionieri, la distruzione di città o la deportazione di comunità intere; ma la sua crudeltà non è mai immotivata o gratuita. È dunque ben lungi sia dal Ciclope, il “comandante guercio” che, secondo Giovenale, scende in Italia cavalcando la “gaetula belua”, l’elefante africano, che dall’irrazionale Furia della vendetta che, evocata da Didone in Virgilio, si scatena contro i discendenti di Enea. Certo, la perfidia di cui Tito Livio e tutte le fonti romane lo accusano concordi si manifesta sistematicamente, in lui, attraverso l’uso costante di quegli stratagemmi in cui tanto eccelle e che tanto ripugnano ai romani del tempo; ma la sua astuzia nasce da una diversa concezione della guerra, è la greca metis nobilitata da Odisseo.
Ma Annibale è anche molto più di tutto questo: è l’uomo che — dopo il padre Amilcare e il cognato Asdrubale “il Vecchio” — sceglie a proprio alter ego divino, nella marcia per e attraverso l’Italia, Eracle-Melqart, il semidio civilizzatore e conduttore di popoli caro già, prima che a lui, al suo illustre modello Alessandro Magno. Di questa figura — l’eroe figlio di una mortale e del dio sommo, che castiga i malvagi e purga il mondo dal male, giungendo infine a farsi dio attraverso il ponos, la virtuosa fatica quotidiana esercitata per gli uomini — presente con molti nomi, l’Ogimos dei Celti, ad esempio, o il Sophax-Syphax libico, in tutto l’orbe mediterraneo, il cartaginese si impadronisce, facendone il simbolo attraverso cui dialogare con ogni gente si incontri per via; e ne segue poi — intenzionalmente? — le orme, in una sorta di pellegrinaggio, di devoto seppur sanguinoso itinerario civilizzatore. Da quella Gades-Cadice che del semidio era stata la tappa ultima verso l’estremo Occidente, le “Porte della Sera”, egli si spinge alla non identificata Onusa, dove Eracle-Melqart gli appare in sogno per fargli da guida; e come, nel mito, l’eroe aveva condotto verso l’Italia la meravigliosa mandria del vinto Gerione tricorpore, considerato il progenitore degli Iberici, tracciando l’Herakleìa odòs, la via che in suo nome superava le Alpi, così Annibale passa a sua volta la catena con l’esercito e gli elefanti.
Per vincere non gli basteranno le molte vittorie — tra cui, straordinaria, quella di Canne: accettando la strategia di Fabio e mobilitando le proprie energie fino all’ultima stilla, la res publica lo isolerà gradualmente nella parte estrema dell’Italia e riuscirà a espellerlo.
Verrà sconfitto, infine, malgrado l’immensa grandezza e l’inarrivabile genio militare. Ciò perché alle sue spalle sta una polis, Cartagine, neppure troppo concorde nella sua oligarchia, una parte della quale dialoga da tempo con Roma. Al contrario, capace da secoli di cooptare in Senato, unificandole, le diverse aristocrazie locali, la res publica è ormai qualche cosa di diverso da una città- stato, a metà tra una federazione e uno Stato nazionale, solido e concorde nelle élites dell’Italia tirrenica; e rispetto alla rivale africana possiede una superiorità in uomini, mezzi e strutture che neppure il genio del figlio di Amilcare basta a compensare. Anzi, per una sorta di singolare paradosso — punizione divina, verrebbe da dire, per l’hybris, la tracotanza sacrilega di chi ha voluto assimilarsi a un dio — a sconfiggerlo a Zama sarà, più che l’abilità del grande emulo e rivale, il disperato, rabbioso coraggio delle legiones Cannenes, dei vinti d’Italia che hanno accompagnato Scipione in Africa.
Ultima considerazione. Con una guerra che ha provocato in Italia forse più di 200 mila morti, Annibale ha insegnato ai Romani la paura; e non è un caso che il metus Punicus sia stato poi invocato come movente per la distruzione di Cartagine. Quanto restava del mondo punico sarebbe stato, in seguito, recuperato e assimilato da Roma: Cartagine sarebbe rinata e dall’africana Leptis Magna le sarebbe venuto uno dei suoi imperatori più grandi, quel Settimio Severo che avrebbe riabilitato la memoria di Annibale e ne avrebbe reso monumentale il lontano sepolcro.
L’autore ha pubblicato per Il Mulino
Canne. La sconfitta che fece vincere Roma ( pagg. 197, euro 15)

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