Il mondo da scoprire oltre lo schermo del tablet di PAOLO RUMIZ

PARIGI, Gare de l’Est, 13 novembre 2013. Stazione da cui per tre volte i soldati francesi sono partiti contro i Tedeschi invasori: 1870, 1914 e 1940. Di quei conflitti non è rimasta traccia. Annunci ferroviari in tedesco; birra bavarese in vendita assieme alle baguettes. Gli ex nemici non si odiano più, la riconciliazione sembra regnare sovrana sull’Europa. Eppure… qualcosa non torna. È la folla. Giovani digitali, immigrati attaccabrighe, funzionari irascibili, donne in carriera, turisti sperduti, ladruncoli, soldati armati fino ai denti. Un flusso di gente che si guarda in cagnesco. Una tensione tremenda. All’aggressività tra nazioni si è sostituita quella tra individui. 13 novembre 2013. Due anni esatti prima della strage islamista nella discoteca Bataclan.
Ripenso spesso a quel giorno. Uscii dalla stazione angosciato, chiedendomi che succedeva in Francia. Leggevo segni che nessuna microspia rivelava, ma che il viaggiatore sentiva, fiutando l’aria e camminando. Oggi mi chiedo se molti disastri non nascano proprio dalla scomparsa del cammino. Se nelle banlieues di Francia, invece di videocamere e strumenti d’ascolto elettronico, funzionassero ancora commissari Maigret capaci di pattugliare il terreno e fermarsi ogni tanto per una tirata di pipa o una sorsata di birra per capire “l’aria che tira”, forse si eviterebbero molte stragi. Nessuno va più a piedi ad ascoltare la gente. A Parigi vedo solo soldati immobili e giubbotti antiproiettile. Con i risultati che si vedono.
Il viaggiatore di lungo corso è un sensitivo. Uno che ruba, immagazzina, rumina ed elabora. Un collezionista di voci, suoni, odori. Uno che si lascia folgorare da presagi, tesse relazioni pericolose e attraversa frontiere da clandestino. Egli detesta la linea retta e soprattutto i luoghi “incontaminati”; aggettivo che gli puzza di agenzia viaggi. È un contrabbandiere che ai boulevard preferisce i vicoli storti dell’angiporto, un infiltrato che contende alla Mala la pretesa di controllare il territorio. Sotto certi aspetti, è un mago che sa distillare dall’ascolto idee precise su dove va il mondo e, come tutti i maghi, ha le sue formule e i suoi amuleti.
Con che strumento, per esempio, egli può attivare l’ascolto ora che il web ha sterilizzato il rapporto tra umani? Nei treni, la gente incollata ai tablet ignora chi ha accanto e non vede più il paesaggio. Negli ostelli i giovani non si scambiano più notizie sui luoghi: preferiscono chattare con la morosa. Nei rifugi s’è smesso di cantare e l’istituzione del pernottamento è quasi estinta. A piedi, per saper dove andare, non si interrogano i passanti ma si digita Google Maps. La politica ha perso il contatto col mondo e persino nelle famiglie i padri non conoscono più i loro figli incollati a internet. E allora, come bucare il tremendo silenzio della Rete?
Ero in treno, ricordo, fra Brescia e Bergamo. Una linea infame di pendolari. Ma i vagoni erano pieni di facce interessanti, un condensato del mondo. Russi, Lumbard, Africani, Indios del Centroamerica. Avevo voglia di attaccar bottone, ma erano quasi tutti chini sui loro cellulari. In rete col mondo e distanti fra loro. Allora rovistai nel sacco e ne trassi un Komboloi, un piccolo rosario greco che non mi abbandona mai, e cominciai a farlo volare fra le dita. Come se non bastasse, mi ero messo in testa uno zuccotto di lana volutamente equivoco, che poteva essere arabo, ebraico, ma anche di tradizione italiana. Così, per incuriosire.
L’esca funzionò. Mezzo vagone mollò i telefoni e cominciò a curiosare. Poi un macedone mi chiese da dove venivo. Un turco si intestardì che ero armeno. Un senegalese volle usare il mio amuleto e mi disse delle sue tre mogli. Un russo raccontò della sua casa nella taiga e cantò una canzone antica imparata dal nonno. Un cinese volle indossare lo zuccotto e si fece fotografare. Ci furono scambi di indirizzi. In mezz’ora il mio taccuino era già pieno di storie. Seppi un sacco di cose — e lì sta il bello — senza bisogno di chiedere nulla, perché erano stati gli altri a rompere il ghiaccio e a informarsi su di me prima di aprire la bisaccia dei loro segreti.
Cosa aveva fatto il miracolo? Il fattore gioco, terreno che costruisce ponti da millenni. E la mia ambiguità etnica tutta triestina. Ma soprattutto il mio modo di pormi. Il mio abbigliamento, la barba, il sacco, il rosario greco e il copricapo — nello loro ambiguità — dicevano chi ero meglio di un passaporto. Avevano disegnato i connotati di un padre pronto all’ascolto e alla narrazione, con tante frontiere alle spalle. Ecco, l’arte dell’incontro nasce dalla dichiarazione silenziosa di se stessi. Ryzsard Kapuscinski era un professionista di questo sortilegio, che rende superflua ogni domanda e mette gli altri nella condizione di aprirsi spontaneamente.
Il viaggio è magia. Registra le sue memorie non tanto su un display saturo di immagini, ma sul solco di un vinile che riassume un’avventura acustica. Sono le voci, i tuoni, i canti, i sussurri, le nenie, gli sferragliamenti, gli echi a fare unica la tua avventura. Me ne sono accorto nel 2005, dopo essere arrivato a Gerusalemme attraverso le terre degli ultimi cristiani d’Oriente. Erano stati i suoni a mettersi spontaneamente in fila come in una partitura per ridisegnare la strada.
In una notte insonne tornarono tutti. Il gocciolio dei sotterranei della biblioteca ambrosiana, dove l’ombra di Carlo Borromeo pregava al lume di candela davanti a un Sepolcro. La campana di San Marco a Venezia che chiamava i muezzin di Costantinopoli, dicendomi che il Bosforo era solo la continuazione del Canal Grande. Il coro commovente delle badanti ucraine nella cripta di San Nicola, mentre squadriglie di rondoni riempivano di stridi il cielo di Bari. Poi la gaida solitaria di Macedonia aprì la strada agli “amanedes” strazianti di una Grecia perduta oltre l’Egeo. E vennero i lugubri tuoni dell’Athos, col canto dei Traci abbracciati alle icone. Venne, a Istanbul, all’ora della preghiera serale, il tuono planetario dei minareti, che annichilì il canto dei Greci, cui è proibito suonar le campane. E l’ansimare rauco, l’orgasmo quasi, delle pellegrine velate davanti al sarcofago di Mevlana in Anatolia, e il flauto di canna che cantava lo strazio della separazione e la dolcezza dell’assenza.
Che altro se non il silenzio, dopo tutto questo? Che altro restava se non il silenzio della notte a Jerushalaim, quando i monaci etiopi, accendono candele accanto all’albero del pepe e si accucciano sul tetto del Sepolcro, immobili nel saio nero come fagotti sotto le stelle?
( 3. continua)
DISEGNO DI ROCKWELL KENT

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...