“La valigia del nomade elogio della leggerezza” di Paolo Rumiz

VEDO americani salire sul Frecciarossa Roma-Firenze con valigie spaventose. Le donne in particolare. Più sono piccole e più roba hanno. Sudano come bestie. I trolley troppo larghi si incastrano nel corridoio generando ingorghi e male parole. Ma negli sguardi di questi turisti-facchini splende sempre un americanissimo orgoglio del diritto. Il diritto a portarsi dietro tutto il comfort. Come dire la casa intera.
Esistono due tipi di uomini. I Tir e le mongolfiere. I primi non buttano via niente e accumulano, accumulano fino alla fine della vita. I secondi, col passare degli anni, imparano a buttare le zavorre per poter volare. Tiziano Terzani fu Tir per gran parte della vita: accumulò montagne di antiquariato nei viaggi intorno al mondo e ridusse la casa a un museo. Quando si ammalò, capì l’antifona e divenne mongolfiera. Si ritirò in una capanna con una stuoia e una teiera, a guardare il cielo.
Questo per dire due cose. Primo, il bagaglio non è forma, ma sostanza del viaggio. Secondo, la leggerezza lo semplifica enormemente. Se un giorno in Afghanistan, invece di un sacco di cinque chili sulle spalle, avessi avuto una valigia “americana”, non sarei potuto saltare al volo sul cassone di un camion pieno di Mujaheddin per uscire da una situazione a dir poco spiacevole.
Ma cosa c’era in quel piccolo zaino? Al di là di un pullover e un pugno di biancheria, solo cose superflue, secondo la società dei consumi. Due taccuini, una penna, una mappa, un coltello svizzero, un’armonica a bocca, un acciarino, un rosario greco, un pareo nero da usare come turbante o lenzuolo, due tappi per le orecchie, una radiolina a onde corte. Il superfluo era diventato essenziale. Il viaggio aveva ridisegnato la graduatoria dell’utile.
I vestiti, poi. Un altro universo. Al di là dell’ovvietà di portarsi dietro il minimo (tutto è acquistabile “on the road”) e di vestirsi “a cipolla”, sommando in caso di freddo più capi leggeri (i nuovi tessuti rapidamente asciugabili facilitano il tutto), quello che conta è la scelta delle forme e dei colori. Ogni viaggio ha la sua combinazione vincente. A parità di clima, in Iraq e in Cina non puoi vestirti allo stesso modo.
Regola base: dichiara che sei occidentale, e non camuffarti platealmente. Saresti patetico o sospetto. Nello stesso tempo devi tenere conto della cultura del Paese ospitante. Per esempio, niente braghe corte in Pakistan. Il tuo vestire nascerà dunque da un saggio compromesso “mimetico”. La reporter Monika Bulaj, con cui ho lavorato, quand’era in Afghanistan cambiava abito in ogni regione, adattandosi al contesto.
Che dire poi dell’universo delle mappe. Quelle vere, di carta. Senza demonizzare il Gps, nulla è paragonabile alla visione di insieme che esse consentono. Ti danno l’essenziale del viaggio: il sogno e la possibilità di divagare, cambiando strada. Mi secca tremendamente portarmi dietro un coso incollato a me come una zecca, che mi toglie il privilegio dell’irreperibilità. Nel viaggiatore anarchico, l’elettronica non esclude affatto le geografia. Semmai la rivaluta.
Metà della mia libreria è fatta di mappe. Ne ho comprate a Pechino e Città del Capo, a Londra e Varsavia. Rappresentano montagne, arcipelaghi, favolose piste carovaniere, e addormentarmi con loro mi rassicura. Molti miei viaggi sono nati da quel fantasticare a fine giornata. Un giorno, sul soffitto della cuccetta di un velista serbo di nome Slobo vidi una carta del mondo, e quando gli chiesi a cosa gli serviva lui rispose: “la ricchezza dell’uomo sono i sogni”.
E i libri? Altro rebus. Come conciliarli con l’indispensabile leggerezza dell’andare? Quando decisi di ripercorrere a vela la rotta della battaglia di Lepanto, affrontai un lungo lavoro preparatorio nelle biblioteche di Venezia, e la lettura mi sedusse al punto che fui tentato da un viaggio solo virtuale, sedentario, dunque dalla rinuncia a partire. Il distacco da quei favolosi manoscritti fu fatica tremenda, ma anche necessaria. Senza quel distacco non avrei mai respirato la salsedine e l’odore di salvia del grande avvicinamento. Apparteniamo al popolo del Libro e il Libro per noi è come un padre. Ci dà le mete e le regole. Ma per affrontare un viaggio “adulto” è necessario tagliare il cordone ombelicale. Dire al Libro: “Grazie di ciò che mi hai dato, ora è tempo che affronti la vita da solo”. Tempo di andare per il mondo incontrando ciò che il mondo offre, non ciò che sta scritto nel Libro. Liberamente. Senza paura di uscire dallo schema del Baedecker.
Solo così il viaggio sarà “tuo”, e solo così sarà dolce tornare al Libro, a fine corsa, per confrontarsi con lui. La fregatura dell’E-book è proprio questa: ti entra nello zaino con la scusa della leggerezza. Così non stacchi mai, viaggi attaccato al cordone ombelicale. Invece di vivere, cerchi continuamente conferme nello scritto. Cosa detestabile.
Benedetto sia dunque il peso della carta, che ti obbliga a una selezione. Un libro, uno solo, che faccia sognare, evocare. Come il testo di Polibio sulla traversata alpina di Annibale, che fu declamato in mezzo alle Cozie innevate, richiamando in vita le ombre di 23 secoli prima in un magnifico cortocircuito fra parola, vento e scenario di montagne.
Dovrei insegnarvi mille altri trucchi. Come affrontare i cani liberi. Come ricordare i sogni. Come dialogare in assenza di una lingua comune. Come decifrare i segni ammonitori del mal di schiena. Che cibo portarvi dietro e come costruire una traccia in assenza di punti di riferimento. Dovrei anche spiegarvi che il viaggiatore è uno sciamano che sente il Divino non per fede ma per schiacciante evidenza, uno che dissemina la sua traccia di segni e di offerte agli spiriti dei luoghi.
Il problema è che prima di tutto questo c’è dell’altro. La cosa principale, quella su cui tutto si regge. Le scarpe.
Un paio di buone scarpe sono inestimabili. Nobilitano l’andatura e l’approccio col prossimo. Facilitano la scrittura e la narrazione.
La prima cosa che Ryzsard Kapuscinski guardò in me furono le scarpe.
Da esse voleva capire non solo il mio grado di comfort ma anche come affrontavo il mondo. Dal che discende: onora i tuoi piedi. Offri loro scarpe che li facciano respirare. Curali appena possibile. Dai loro aria, tuffali nell’acqua viva. Essi portano tutto il tuo peso e non hanno momenti di requie, come le mani. La mani puoi metterle in tasca, i piedi no. Ma in essi si cela la più grande delle magie del viaggiare: l’andatura. Sarà questo il segreto che vi svelerò nell’ultima puntata di questo breviario vagabondo.
( 4. continua)

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