“ZAHARA” di Cetta Brancato – recensione

ZAHARA di Cetta Brancato, ed. David and Matthaus, Serrungarina (PU) ,2016  Eur. 15,90

Questo è l’ultimo romanzo scritto da Cetta Brancato, scrittrice e drammaturga palermitana, che avevo conosciuto in quanto curatrice del libro di memorie “L’inferno di Pianosa” che avevo recensito qui ; ero favorevolmente rimasto impressionato allora, per l’uso della lingua italiana, e la lettura di quest’ultima sua fatica mi ha dato la conferma: Cetta Brancato è un’ottima scrittrice, che andrebbe molto rivalutata nel panorama culturale italiano.

Veniamo al romanzo. Esso si apre col funerale d’estate (“Morire d’estate è una iattura.” conclude il I° capitolo, e sopratutto in Sicilia, aggiungerei io…) di Adelina, sordomuta, che, raggiunge le sue quattro sorelle al camposanto, di una imprecisata località della provincia siciliana . La descrizione che ce ne dà la Brancato è a dir poco vivida: l’uso degli aggettivi, dei verbi, il linguaggio metaforico ci danno l’impressione di averla conosciuta anche noi, Adelina: la bara, uscendo dalla chiesa sul sagrato, scivola di mano a uno dei becchini, e

“La salma si è scomposta: le belle cosce ingabbiate di nero hanno un tremore, ma il rosario resiste fra le dita di cera.

È bella Adelina con la veletta del Venerdì santo che era della madre. Che diceva di voler portare con sé nel suo ultimo viaggio. …

Il suo viso di gatta, con quell’onda nera dai fiori modesti, si è addolcito. I capelli, provati da una breve agonia, si sono raccolti in un odore di viola…

A causa della caduta le si sono sfilate le scarpe. I piedi, asciutti in ogni vena, hanno avuto l’ultimo sussulto di terra. E i seni, in un estremo vibrare, si sono spinti verso la camicia tanto da far saltare il bottone di madreperla.

Adelina è stata una donna con un amore sottile e testardo per la bellezza. Le sue mani parlavano. Si sbagliava suo padre: teneva gli occhi bassi, mai rassegnati. Aveva in disprezzo ogni voracità per l’esistere.

Le sue giornate furono fiori di zagara annegati nella cera. Interminabili, eppure vissute con la leggerezza astuta del dominio.”

I fiori di zagara ritornano poi per tutto il romanzo, tal ché diventano da nota di colore, e di profumi, predominante nel libro, il titolo stesso: Zahara è il corrispettivo arabo del nome del fiore. Ma questa metafora dei giorni interminabili che “furono fiori di zagara annegati nella cera” è un esempio del tipo di linguaggio che usa la scrittrice per quasi tutto il suo romanzo: linguaggio “onirico”, lo definirei, pieno di colori e profumi: il bianco dei fiori di zagara, o il nero: quello dell’onda che addolcisce “il suo viso di gatta”, o quello che ingabbia le cosce (“le belle cosce ingabbiate di nero hanno un tremore”); e il profumo della viola, che si emana dai suoi capelli…Il corpo di di Adelina è descritto con minuzia: dai capelli (“raccolti in un odore di viola“), al viso (“il suo viso di gatta“), dalle mani (“le sue mani parlavano“) ai seni (“in un estremo vibrare, si sono spinti verso la camicia tanto da far saltare il bottone di madreperla“) alle cosce (“le belle cosce ingabbiate di nero hanno un tremore”), ai piedi (“asciutti in ogni vena,”); ma quello che più mi descrive il carattere dell’Adelina quando era in vita è il fatto che abbia vissuto le sue interminabili giornate con la leggerezza astuta del dominio: il fatto che seppur sordomuta, abbia dominato sulle sue sorelle con leggerezza astuta, è degno di una grande scrittrice.

Assistono al funerale un gruppetto di donne, tra cui svetta una bionda; e il nipote di Adelina, il barone Pietro, che è il co-protagonista del romanzo insieme a Vito, personaggio onirico per eccellenza, perché è colui che frequentando assiduamente, seppur non ancora quindicenne, il cimitero, riesce a parlare con le anime dei morti:

“Egli conosce tutto del paese dei morti. Non c’è angolo che non gli sia familiare, di cui non ravvisi un cambiamento. Sente, perfino, il canto dei cipressi in autunno: il loro respirare di resina, la loro ombra di squame fitte.

In fondo vi è il più grande di tutti.. Ha messo radici al limitare del muro di cinta. Solitario e astuto, vive schivo ad ogni bellezza. Il ragazzo lo venera come il dio di quel quartiere di ossa. E, mentre gli altri si lamentano o sibilano con la pioggia, questo mantiene un silenzio vigoroso. Non ne ha mai sentito la voce.”

Ecco, Vito riesce a cogliere il canto dei cipressi, meno uno: è una natura che si fa umana, e qui la scrittrice sembra pervasa dalla filosofia di Giordano Bruno; Pietro “da fanciullo credeva che ogni cosa avesse un’anima”, in effetti questa “natura naturans” emerge quasi in ogni pagina, come sul finale:

“La Sicilia è costruita sulle ossa di uno spirito metafisico. La sua energia emerge da un introvabile nucleo magmatico che si palesa e avverte, talvolta, con la forma di un vulcano o con l’impassibile bellezza delle spiagge. In ogni caso, l’uomo ne è succube, schiavo di un paradiso, cosciente di una nascita irreparabile. Pertanto colto e violento, domato dalla fierezza della sua genesi.”

 

Al funerale di Adelina assiste anche Sara, personaggio misterioso la cui identità sarà svelata solo alla fine del romanzo da Gina, la serva fedele, al suo padrone, il barone Pietro; e la vicenda di Pietro, diventato vecchio, che riflette sul fatto che della sua famiglia di nobili sia rimasto solo lui in paese,  diventa l’occasione per chiedersi il senso della vita, il rapporto con la morte, e con i morti e infatti il romanzo si chiude con una lettera  di Pietro a Sara, che è un testamento spirituale.

La lettura di questo romanzo, che invito tutti a fare, mi fa riflettere che in Italia non sono solo  le firme famose che vincono i vari premi letterari, a fare letteratura “alta”, ma anche nomi meno prestigiosi – come Cetta Brancato –  che non sfigurerebbe  affatto nell’olimpo dei migliori.

 

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