Dimmi come cammini e ti dirò chi sei veramente di PAOLO RUMIZ

Se Dante, già nel primo verso della Commedia, ci mette davanti la parola “cammino” è anche per farci riflettere sul legame che esiste fra passo e narrazione. Figurarsi se al liceo ce lo spiegano. I prof insegnano che gli esametri son divisi in piedi, ma poi non vanno oltre, come se i piedi fossero una parte poco nobile di noi. Eppure è così evidente: chiunque passeggia o corre con regolarità sa che il ritmo genera canto. A seconda della velocità, della falcata, del respiro e del nostro stato di forma, il passo sveglia in noi un motivo musicale. Produce metrica. Piedi spondei, dattili, giambici, trochei e altre meraviglie. La poesia nasce dal cammino. Un sedentario difficilmente saprà poetare o cantare.
Il cammino è una partitura musicale che ci rassicura da millenni. Se è disteso produrrà bei piedi giambici. “Nel-MEZ-zo-del”, cui segue “cam-MIN-di-no…” eccetera. Se è concitato, guerresco, esprimerà anapesti – due brevi e una lunga – un po’ come nella parola “ventitré”. Se è leggero e veloce, darà spontaneamente vita a dattili – una lunga e due brevi – come nella parola “Quindici”. C’è poi il tempo dispari, che per qualcuno è il migliore di tutti perché impedisce agli eserciti di marciare. Comunque sia, i piedi, assemblandosi, danno vita a versi, la cui pausa terminale nasce banalmente dal nostro bisogno di tirare il fiato. Se poi tutto questo si sincronizza col battito del cuore, il beneficio sarà immenso. Vi riempirete di endorfine ed esprimerete felicità. Volerete sul mondo, e la gente che vi vedrà passare dirà, invidiandovi: «Ma chi è quell’uomo così padrone del suo tempo?».
Già: metrica significa anche essere padroni del tempo, aderire perfettamente al qui ed ora. È il primato assoluto del ritmo sulla distanza. Non sono i chilometri, ma il ripartire ciclico del piede a fare il viandante. Egli potrebbe esplorare per anni un isola microscopica senza annoiarsi e scoprendo sempre cose nuove. Egli viaggia anche da fermo. Anche nel sonno. Dormendo, assume la forma di questa o quella costellazione, e ruota con l’universo stellato. È un cacciatore celeste che cammina anche di notte, perché il ritmo batte in lui come il tic-tac di un metronomo e i suoi sogni sono la prosecuzione del viaggio. Resuscitano ombre perdute e si riempiono di presagi perfettamente leggibili al momento del risveglio.
Ecco perché chi cammina subisce metamorfosi di cui egli stesso si stupisce. Il primo giorno è sbilenco, sgraziato. Il secondo sputa veleni e comincia a fantasticare. Il terzo pulisce e riordina gli scaffali della mente. Il quarto tutte le sue funzioni vitali sono tarate a meraviglia e il suo passo si fa maestoso come quello di Mosè. «El camino te limpia», ti pulisce, dicono gli spagnoli, e hanno ragione. Ma non è Santiago, è il cammino in sé ad averti trasformato. Un giorno, quand’ero piccolo, la maestra mi disse che scrivevo coi piedi, e da allora per tutta la vita ho cercato di dimostrare che non solo si può scrivere, ma si deve scrivere coi piedi. I pensieri non scendono dal cielo, ma salgono dal terreno battuto con piede libero.
Quando portavo sulle spalle mio figlio Michele di due anni, lui chiedeva ogni tanto dove andavamo invertendo comicamente il gerundio. «Papà, dove andiamo stando?». Con gli anni mi sono affezionato a questo strambolotto per insofferenza a un mondo inflazionato di gerundi telefonici – «Sì cara, sto arrivando», «Sto scendendo dal treno» – grammaticalmente corretti ma espressioni trasparenti di spaesamento generale.
Non si è mai vissuto così male il qui ed ora. Per questo rivaluto quel gerundio inverso del piccolo Michele come felice espressione di attaccamento alla vita. Sì, io vado stando. Con i piedi ben piantati nel tempo e nel mondo.
L’andatura è anche una formidabile dichiarazione di identità. Se un uomo che cammina è stressato, contento, aggressivo, infelice o disteso, lo capisci anche a cento metri. Ne consegue che se attraverso la terra d’altri, cerco in tutti i modi di far intendere già dal passo che il mio intento è andare in pace, senza fretta e senza arroganza. Lo faccio perché l’indigeno che mi vede arrivare deve essere in grado di capire chi sono prima ancora di essere a portata di voce. È una precauzione che smantella in anticipo molte ostilità e in certi casi può salvarti la pelle. È attivando questo meccanismo che lo scrittore e diplomatico inglese Rory Stewart ha potuto attraversare a piedi l’Afghanistan in piena guerra. Per quanto mi riguarda, ho visto instaurarsi flussi di simpatia con sconosciuti anche a 50 passi di distanza.
Naturalmente, tutto questo non può funzionare se non ci affidiamo totalmente al mistero dell’andare e restiamo aggrappati al nostro piccolo mondo. Chi chatta con gli amici persino tagliando a vela lo stretto di Gibilterra, alle porte del Mare Oceano, non sarà mai in viaggio, ma sempre disperatamente altrove. Uscire dalla rete è un atto sine-qua-non.
Il sortilegio e la metamorfosi non funzioneranno mai se non si compirà l’atto liberatorio e primordiale di tagliare i ponti. Non siamo noi che facciamo il viaggio, è il viaggio che ci fa, e solo quando il suo ritmo ci penetra, significa che ci siamo arresi al suo dominio e cominciamo a vivere sul serio. È la metrica il segnale che siamo sulla buona strada.
Da quel momento, tutto funziona. Si smette di programmare, di prenotare, di far provviste e si lascia che le cose vadano da sole. Scopriremo universi paralleli di cui non sospettavamo l’esistenza. Hai fame e la bisaccia vuota? Ecco un contadino che ti offre un grappolo generoso di malvasia. Il sole ti schianta? A un miglio c’è una quercia isolata che offre riparo e frescura. Ti senti sporco? Trovi una fonte che ti rigenera. Qualcuno la chiama provvidenza. Io dico semplicemente viaggio, quindi rinascita, quindi riscoperta di miracoli come la convivialità, l’incontro, la fonte battesimale. Per non parlare del pane quotidiano.
Anche le lingue diventano inutili. Era appena scesa la notte sulle risaie d’Indonesia. Stelle in cielo e lucciole a pelo d’acqua. Me ne stavo lì da solo, incantato dalla luminaria. Senza saperlo pregavo, perché preghiera è ringraziamento, mai richiesta. Venne un contadino, in silenzio, a controllare le sementi, poi si sedette gentilmente accanto a me. A suon di gesti, sguardi e parole cominciò a esprimersi. Feci altrettanto. Lui fece capire che aveva una moglie con seni grandi e cinque figli. Io spiegai che abitavo molto lontano. Il nostro desiderio di comunicare valeva più della comunicazione stessa. Vibrava, come la Croce del Sud sopra di noi.
( 5. Fine)

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