“L’Arcangelo e il Marajà” Un’anticipazione dal prossimo romanzo di Roberto Saviano

DOMENICALE
Don Vittorio si girò stanco.
«Nel posto dove devo andare a prendere le imbasciate… no?».
Non c’erano cimici eppure Nicolas su certe parole manteneva un istintuale riserbo. Le armi non si pronunciano mai.
«Allora?» disse l’Arcangelo.
«Mi dovete fare la cortesia di mettere dei guardiani che io posso leva’ ’a miez’. Devo fare almeno due pezzi per far vedere che le armi me le sono fottute. Così io non ho avuto le armi da voi e tutto quello che fa la paranza mia non sono imbasciate vostre» «Mettiamo due zingari con le botte in mano, ma sparate in aria ché gli zingari mi servono ».
«E quelli poi ci sparano addosso».
«Gli zingari, se sparate in aria, scappano sempre… cazzo, v’aggia ’mpara’ proprio tutte cose».
«E se scappano che li mettete a fare?».
«Quelli ci avvertono del problema e noi arriviamo ». «Adda muri’ mammà, don Vitto’, non dovete tenere pensiero, farò come avete detto ».
I ragazzi accompagnarono Nicolas alla botola, mentre aveva già messo i piedi sul primo piolo, sentì don Vittorio: «Oh!», lo fermò. «Porta ’na statuetta alla professoressa per il disturbo. Va pazza per le porcellane di Capodimonte».
«Don Vitto’, ma veramente fate?».
«Tie’, piglia ’o zampognaro, è un classico e fa fare sempre bella figura».
( Fine della seconda e ultima parte.
La prima è stata pubblicata domenica scorsa) © 2016 Roberto Saviano. All rights reserved © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano 2016
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il riassunto
Nel gergo camorristico “ paranza” significa gruppo criminale. Il termine ha origini marinaresche e indica le piccole imbarcazioni per la pesca che, in coppia, tirano le reti nei fondali bassi, dove si pescano soprattutto pesci piccoli per la frittura di paranza. L’espressione “ paranza dei bambini”, fenomeno emerso relativamente di recente, indica invece una batteria di fuoco, ma restituisce anche l’immagine di pesci talmente piccoli da poter essere cucinati solo fritti: piscitiell’, proprio come i ragazzini protagonisti del prossimo romanzo di Roberto Saviano (“ La paranza dei bambini”, appunto) che la casa editrice Feltrinelli pubblicherà a dicembre 2016. Domenica scorsa abbiamo anticipato in esclusiva la prima parte di uno dei capitoli de “ La paranza dei bambini”, intitolato “ Adda murì mammà”. Lì il giovanissimo Nicolas decide di mettere in piedi “ una paranza tutta nostra” ma per farlo ha bisogno di armi. Le chiederà a Don Vittorio, boss di camorra agli arresti domiciliari. L’incontro tra le due generazioni criminali è quanto racconta questa seconda e ultima parte dello stesso capitolo.
© ILLUSTRAZIONE DI RAK PER “ REPUBBLICA”
SECONDA PUNTATA
SI INTITOLERÀ “LA PARANZA DEI BAMBINI” IL NUOVO ROMANZO DI ROBERTO SAVIANO CHE LA CASA EDITRICE FELTRINELLI FARÀ USCIRE IN DICEMBRE. QUI PUBBLICHIAMO LA SECONDA PARTE DEL CAPITOLO INTITOLATO “ADDA MURI’ MAMMÀ”. LA PRIMA È STATA PUBBLICATA DOMENICA SCORSA
ROBERTO SAVIANO
ORA RICONOSCEVA LA VOCE DI UN UOMO abituato comandare. «Spogliati? E cioè?». Nicolas accompagnò la domanda con un’espressione di incredulità. Non si aspettava questa richiesta. Aveva per cento volte immaginato come sarebbe andato questo incontro e per tutte e cento le volte mai aveva preso in considerazione l’ipotesi di doversi spogliare. «Spogliati, guaglio’, chi cazzo ti sa. Chi me lo dice che non tieni registratori, cimici e maronne…». «Don Vitto’, adda muri’ mammà, ma come vi permettete di pensare…». Usò il verbo sbagliato. Don Vittorio alzò la voce per farsi sentire dalla cucina, per sovrastare la voce del comico e le risate. Un boss è boss quando non ha limiti a ciò che si può permettere.
«Qua abbiamo finito».
I due con i pantaloncini del Napoli non fecero nemmeno in tempo a tornare indietro che Nicolas già aveva iniziato a sfilarsi le scarpe.
«No, no, vabbuo’, mi spoglio. Lo faccio».
Tolse scarpe, poi pantaloni, poi la maglietta e rimase in mutande.
«Tutto, guaglio’, ché i microfoni pure nel culo te li puoi mettere».
Nicolas sapeva che non era questione di microfoni, davanti all’Arcangelo doveva essere solo un verme nudo, era il prezzo da pagare per quell’appuntamento. Fece una piroetta, quasi divertito, mostrò d’essere senza microfoni e microtelecamere, ma di possedere autoironia, spirito che i capi perdono, per necessità. Don Vittorio gli fece il gesto di sedersi e senza fiatare Nicolas indicò se stesso, come a chiedere conferma di potersi sedere così, nudo, su sedie bianche e immacolate. Il boss annuì.
«Così vediamo se ti sai pulire il culo. Se lasci sgommate di merda significa che sei troppo piccolo, non ti sai fare il bidet e ti deve ancora pulire mammà».
Erano uno di fronte all’altro. Don Vittorio non si era messo a capotavola di proposito, per evitare simbologie: se l’avesse fatto sedere alla sua destra, il ragazzino avrebbe pensato chi sa cosa. Meglio uno di fronte all’altro, come negli interrogatori. E nemmeno volle offrirgli nulla: non si divide cibo sulla tavola con uno sconosciuto, né poteva fare il caffè a un ospite da vagliare.
«Allora sei tu ’o Marajà?».
«Nicolas Fiorillo…».
«Appunto, ’o Marajà… è importante come ti chiamano. È più importante il soprannome del nome, lo sai? Conosci la storia di Bardellino?».
«No».
«Bardellino, guappo vero. Fu lui che fece, di bande di bufalari, un’organizzazione seria a Casal di Principe».
Nicolas ascoltava come un devoto ascolta messa.
«Bardellino aveva un nome che gli fu dato quando era piccolo e se lo portava appresso pure da grande. Lo chiamavano Pucchiacchiello ».
Nicolas si mise a ridere, don Vittorio annuì con la testa, allargando gli occhi, come a confermare di star raccontando un fatto storico, non leggenda. Qualcosa che fosse agli atti della vita che conta.
«Bardellino per non tenere la puzza di stalla e terra addosso, per non stare con le unghie sempre nere, quando scendeva in paese, si lavava, si profumava, si vestiva sempre elegante. Ogni giorno come fosse domenica. Brillantina in testa… capelli umidi».
«E come uscì ’stu nomm’?».
«All’epoca era pieno di zappatori in paese. A vedere nu’ guagliunciello sempre accussì, in tiro, venne normale: Pucchiacchiello, come la pucchiacca di una bella donna. Bagnato e profumato come la fica».
«Ho capito, ’nu fighetto».
«Fatto sta che ’stu nomm’ non era nomm’ ’e chi pò cumanna’. Per comandare devi avere un nome che comanda. Può essere brutto, può non significare niente, ma non adda essere fesso».
«Ma i soprannomi non li decidi tu».
«Esattamente. E infatti quando divenne capo, Bardellino voleva che lo chiamassero solo don Antonio, chi lo chiamava Pucchiacchiello passava ’e guaje. Davanti nessuno lo poteva chiamare così, ma per i vecchi del paese sarebbe rimasto sempre Pucchiacchiello ».
«Però è stato un grande capo, no? E allora, adda muri’ mammà, si vede che il nome non è così importante».
«Ti sbagli, ha passato una vita sana a toglierselo di dosso…». «Ma che fine ha fatto poi don Pucchiacchiello? » lo disse sorridendo e non piacque a don Vittorio.
«È sparito, c’è chi dice che s’è fatto un’altra vita, una plastica facciale, che ha fatto finta d’essere morto e se l’è goduta alla faccia di chi ’o vulev’ accis’o carcerat’. Io l’ho visto solo una volta, quando ero ragazzo, è stato l’unico uomo di Sistema che sembrava ’nu re. Nisciun’comm’ a iss’».
«E bravo a Pucchiacchiello» chiosò Nicolas come se parlasse di un pari suo.
«Tu ci sei andato bene, ti hanno azzeccato il soprannome».
«Me chiamman’accussì perché sto sempre al Nuovo Marajà, ’o locale ’ncopp Posillipo. È la centrale mia e fanno i meglio cocktail di Napoli».
«La centrale tua? Eh bravo», don Vittorio fermò un sorriso «è ’nu buon’nomm’, sai che significa?».
«Ho cercato su internet, significa ‘re’ in indiano ».
«È ’nu nomm’ e re, ma statt’ accuort’ che può fa’ ’a fine ra canzon’».
«Qua’ canzone?».
Don Vittorio, con un sorriso aperto, iniziò a canticchiarla dando sfogo alla sua voce intonata. In falsetto: «Pasqualino Marajà non lavora e non fa niente… fra i misteri dell’Oriente fa il nababbo fra gli indù.
Ulla! Ulla! Ulla! La!
Pasqualino Marajà ha insegnato a far la pizza, tutta l’India ne va pazza».
Smise di cantare, rideva a bocca aperta, in maniera sguaiata. Una risata che finì in tosse. Nicolas aveva fastidio. Avvertì quell’esibizione come una presa in giro per provare i suoi nervi.
«Non fare quella faccia, è ’na bella canzone. La cantavo semp’ quann’ero guaglione. E poi ti ci vedo con il turbante a ffa’ ’e pizz’ ’ngopp Posillipo».
Nicolas aveva le sopracciglia inarcate, l’autoironia di qualche minuto prima aveva lasciato il posto alla rabbia, che non si poteva nascondere.
«Don Vitto’, devo restare col pesce da fuori? » disse solo.
Don Vittorio, seduto sulla medesima sedia, nella medesima posizione, fece finta di non aver sentito.
«A parte ’ste strunzat’, le figure di merda sono la prima cosa da temere per chi vuole diventare un capo». «Fino a mo’, adda muri’ mammà, ’a merda in faccia non ce l’ha messa ancora nessuno ».
«La prima figura di merda è fare una paranza e non tenere le armi».
«Fino a mo’, con tutto quello che avevo, ho fatto più di quello che stanno facendo i guaglioni vostri, e parlo con rispetto don Vitto’, io non sono niente vicino a voi».
«E meno male che parli con rispetto, perché i guaglioni miei, se volessero, mo’, in questo momento, farebbero di te e della paranzella tua quello che fa ’o pisciaiuolo quann’pulezz’ ’o pesce».
«Fatemi insistere, don Vitto’, i vostri guaglioni non sono all’altezza vostra. Stanno schiattati qua e niente possono fare. I Colella vi hanno fatto prigioniero, adda muri’ mammà, pure per respirare vogliono che gli chiedete il permesso. Con voi ai domiciliari e il casino che ci sta là fuori, simm’ nuje a cumanna’, con le armi o senza armi. Fatevene una ragione: Gesù Cristo, a Maronn’e San Gennaro l’hann’lasciat’ sule sule all’Arcangelo».
Quel ragazzino stava solo descrivendo la verità e don Vittorio glielo lasciò fare; non gli piaceva che mettese in mezzo i santi e ancora di più non gli piaceva quell’intercalare, lo trovava odioso, “adda muri’ mammà”… deve morire mia madre. Giuramento, garanzia, per qualsiasi cosa. Prezzo per la menzogna pronunciata? Adda muri’ mammà. Lo ripeteva a ogni frase. Don Vittorio voleva dirgli di smettere, ma poi abbassò lo sguardo perché quel corpo di ragazzino nudo lo fece sorridere, quasi lo intenerì e pensò che quella frase la ripeteva per scongiurare ciò che più teme un uccello che non ha ancora lasciato il nido. Nicolas dal canto suo vide gli occhi del boss guardare il tavolo, “per la prima volta abbassa lo sguardo”, pensò e credette in un’inversione dei ruoli, si sentì predominante e forte della sua nudità. Era giovane e fresco e davanti aveva carne vecchia e curva.
«L’Arcangelo, così vi chiamano miez’ ’a via, in carcere, in tribunale e pure ’ncopp a internet. È nu buono nome, è un nome che può comandare. Chi ve l’ha dato?».
«Patemo, mio padre, si chiamava Gabriele come l’arcangelo, pace all’anima sua. Io ero Vittorio che apparteneva a Gabriele, quindi m’hanno chiamato accussì».
«E questo Arcangelo», Nicolas continuava a picconare le pareti tra lui e il capo, «con le ali legate, sta fermo in un quartiere che prima comandava e ora non gli appartiene più, con i suoi uomini che sanno solo giocare alla PlayStation. Le ali di questo Arcangelo dovrebbero stare aperte e invece stanno chiuse come quelle di un cardillo in gabbia».
«E così è: ci sta un tempo per volare e un tempo per stare chiusi in una gabbia. Del resto, meglio una gabbia comm’ a chest’, che una gabbia a Poggioreale».
Nicolas si alzò e iniziò a girargli intorno. Camminava piano. L’Arcangelo non si muoveva, non lo faceva mai quando voleva dare impressione di avere occhi anche dietro la testa. Se qualcuno ti è alle spalle e gli occhi iniziano a seguirlo, significa che hai paura. E che tu lo segua o no, se la coltellata deve arrivare arriva lo stesso. Se non guardi, se non ti giri, invece, non mostri paura e fai del tuo assassino un infame che colpisce alle spalle.
«Don Vittorio l’Arcangelo, voi non avete più uomini ma tenete le armi. Tutte le botte che tenete ferme nei magazzini a che vi servono? Io tengo gli uomini ma la santabarbara che tenit’ vuje me la posso solo sognare. Voi, volendo, potreste armare una guerra vera ».
L’Arcangelo non si aspettava questa richiesta, non credeva che il bambino che aveva lasciato salire in casa sua arrivasse a tanto. Aveva previsto qualche benedizione per poter agire nel suo territorio. Eppure, se mancanza di rispetto era, l’Arcangelo non ne fu infastidito. Gli piaceva anzi quel modo di fare. Gli aveva messo paura. E non provava paura da tanto, troppo tempo. Per comandare, per essere un capo, devi avere paura, ogni giorno della tua vita, in ogni momento. Per vincerla, per capire se ce la puoi fare. Se la paura ti lascia vivere o, invece, avvelena tutto. Se non provi paura vuol dire che non vali più un cazzo, che nessuno ha più interesse ad ammazzarti, ad avvicinarti, a prendersi quello che ti appartiene e che tu hai preso a qualcun altro.
«Io e te non spartiamo nulla. Non mi appartieni, non sei nel mio Sistema, non mi hai fatto nessun favore. Solo per la richiesta senza rispetto che hai fatto, dovrei cacciarti e lasciare il sangue tuo sul pavimento della professoressa qua sotto». «Io non ho paura di voi, don Vitto’. Se me le pigliavo direttamente era diverso e tenevate ragione».
L’Arcangelo seduto e Nicolas in piedi, di fronte, le nocche delle mani chiuse in pugno e poggiate sul tavolo nella speranza che quel gesto dissimulasse il tremore che aveva alle gambe, tremore di nervosismo. Non voleva, Nicolas, regalare quell’emozione all’Arcangelo, un’emozione che avrebbe potuto rovinare tutto.
«Sono vecchio, vero?» disse l’Arcangelo.
«Non so che vi devo rispondere».
«Rispondi, Marajà, sono vecchio?».
«Come dite voi. Sì, se devo dire di sì».
«Sono vecchio o no?».
«Sì, siete vecchio».
«E sono brutto?».
«E mo’ che c’azzecc’?».
«Devo essere vecchio e brutto e ti devo fare pure molta paura. Si nun foss’accussì, mo’ quelle gambe tue, nude, non le nasconderesti sotto al tavolo, pe’ nun me ’e ffa verè. Stai tremando, guaglio’. Ma dimmi una cosa: se vi do le armi, cosa ci guadagno io?».
Nicolas era preparato a questa domanda e si emozionò quasi a ripetere la frase che aveva provato mentre arrivava col motorino a San Giovanni. Non si aspettava di doverla pronunciare da nudo e con le gambe che ancora gli tremavano, ma la disse lo stesso.
«Voi ci guadagnate che ancora esistete. Ci guadagnate che la paranza più forte di Napoli è amica vostra».
«Assiettete», ordinò l’Arcangelo. E poi indossando la più seria delle sue maschere: «Non posso. È come mettere ’na pucchiacca n’man’’e criature. Non sapete sparare, non sapete pulire, vi fate male. Nun sapite nemmeno ricarica’ ’nu mitra».
Nicolas aveva il cuore che gli suggeriva, battendo con ansia, di reagire, ma rimase calmo: «Datecele e vi facciamo vedere cosa sappiamo fare. Noi vi togliamo gli schiaffi dalla faccia, gli schiaffi che vi ha dato che vi considera azzoppato. L’amico migliore che potete avere è il nemico del vostro nemico. E noi i Colella li vogliamo cacciare dal centro di Napoli. Casa nostra è casa nostra».
L’ordine attuale non gli stava più bene, all’Arcangelo: un ordine nuovo si doveva creare e, se non poteva più comandare, almeno avrebbe creato ammuina. Le armi gliele avrebbe date, erano ferme da anni. Erano forza, ma una forza che non si esercita fa collassare i muscoli. L’Arcangelo aveva deciso di scommettere su questa paranza di piscitielli. Se non poteva riprendere il comando, almeno voleva costringere chi regnava sulla sua zona a venire e trattare per la pace. Non ce la faceva più a ringraziare per gli avanzi, e quell’esercito di bambini era l’unico modo per tornare a guardare la luce, prima del buio eterno.
«Vi do quello che vi serve, ma voi non siete ambasciatori miei. Tutte le cacate che farete con le armi mie non devono portare la firma mia. I debiti vostri ve li pagate da soli, il sangue vostro ve lo leccate voi. Ma quello che vi chiedo, quando ve lo chiedo, lo dovete fare senza discutere».
«Siete vecchio, brutto e pure saggio, don Vitto’».
«Marajà mo’, come sei venuto, così te ne vai. Uno dei miei ti farà sapere dove andarle a prendere».
Don Vittorio gli porge la mano, Nicolas la stringe e prova a baciarla, ma mentre lo fa l’Arcangelo la sfila schifato: «Ma che cazz’ fai?».
«Ve la stavo baciando per rispetto».
«Guaglio’, hai perso la testa, tu e tutti i film che ti vedi».
E invece a Nicolas ’o Marajà, una volta diventato capo, la mano tutti gliela dovevano baciare, la mano destra, quella con al mignolo l’anello che lo faceva cardinale della camorra.
L’Arcangelo si alzò appoggiandosi al tavolo: le ossa gli pesavano e gli arresti domiciliari l’avevano fatto ingrassare.
«Mo’ ti puoi rivestire e fai presto che tra poco c’è un controllo dei carabinieri».
Nicolas indossò mutande, jeans e scarpe più in fretta possibile.
«Ah, don Vitto’, una cosa…».

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