Arundhati Roy: Perché non ho paura

di RAIMONDO BULTRINI da NEW DELHI
ARUNDHATI ROY VIVE NELLA ZONA RESIDENZIALE più esclusiva di New Delhi, protetta da solide inferriate e lontana dal caos del mondo attorno che pure tutti i giorni ne stimola la creatività. Piccoli cartelli incollati tra le sbarre d’acciaio della porta recitano pressappoco così: “Scusate le precauzioni — spero ne capirete la necessità”. È un isolamento quasi innaturale quello che circonda la scrittrice e attivista indiana al secondo piano della solida palazzina affacciata su una strada silenziosa vicina al cuore del potere che controlla, attraverso Narendra Modi, ventinove Stati e sette territori dell’Unione Indiana. Gli eventi attorno a lei sembrano inseguire le sue stesse profezie, sulle onde dell’intolleranza religiosa e di casta: «Questo è un paese ancora feudale, dove è facile dire bugie ed essere creduti da chi vive nell’ignoranza», mi dirà durante il nostro incontro. Nel tinello illuminato dalla luce provieniente dalle grandi finestre che danno su due terrazze, le sue cagnette — Begum Filthy (“regina zozza”) e Maati Lal (“terra amata”) — saltano da tutte le parti reclamando coccole mentre lei prepara un caffè all’italiana con miscela del Kerala, la sua terra. Le chiediamo delle sbarre e dei cartelli, e lei ci racconta della sera quando ha visto in tv un popolare giornalista e show man, celebre per le sue tirate nazionalistiche, accusarla in diretta di arrecare vergogna al suo Paese tanto da non meritare nemmeno di farne parte.
Dovresti esserti abituata ad essere attaccata, no?
«Infatti credevo di esserlo, ma guardavo pietrificata l’uomo indemoniato che mi sgridava dallo schermo come fossi la bambina cattiva al cospetto della Grande Famiglia Indiana. Vede, in molte case di questo paese, dove non arriva alcuna istruzione, si crede a tutto quel che dice la tv. E poi dovevi vederlo, se ne stava lì, col dito puntato davanti alla telecamera, a darmi della sediziosa perché dico che il Kashmir non è parte dell’India o perché rifiuto di identificarmi nell’idea di una nazione ammantata di significati mistici quando è poco più di un’entità amministrativa. Sì, mi ha terrorizzata, mi ha fatto sentire accerchiata. Era la prima volta che venivo addidata come nemico pubblico in questo modo, in diretta tv».
Durante un’altra intervista mi avevi detto: “Vogliono spingere gli intellettuali liberi a tacere non attraverso la censura, ma attraverso la paura che può incutere la folla”.
«Non accade solo in India. Quando incontrai la scrittrice musulmana Taslima Nasreen non aveva un posto dove andare dopo le verità che aveva scritto e detto sul suo Bangladesh. Questo è fascismo allo stato puro. Qui puoi parlare apertamente della Palestina e della repressione compiuta da Israele, ma non del Kashmir, un popolo a maggioranza islamica che l’India considera suo e che controlla con centinaia di migliaia di soldati e di paramilitari. Tabù è parlare male della politica di Modi e specialmente collegarla all’ideologia della sua casa madre, gli ultra religiosi hindutva della RSS».
Però alcuni lo fanno, e anche piuttosto apertamente.
«Sì, è vero, per fortuna molti intellettuali non temono di esprimere il loro dissenso. Guarda quanti, me compresa, hanno restituito i premi ricevuti dal governo o da qualche istituzione culturale in segno di protesta verso il clima di intolleranza che si respira. E uscire allo scoperto vuol dire che qualcosa si muove al di fuori del sistema dei partiti politici, in questo monoteismo politico e religioso che riscrive i libri di storia. Sai che ci sono gruppi di “difensori delle vacche”, così si autodefiniscono, che vanno in giro a linciare chi mangia carne bovina e a frustare davanti a tutti, dopo averli denudati, gli “intoccabili” che ripuliscono le pelli delle carcasse sacre?».
Vuol dire che per paura, da quella sera vivi barricata in casa?
«No, non esageriamo, però quando esco mi metto sempre il velo come fanno tante tradizionaliste e come fanno le tribali (una parte del suo sangue è tribale, ndr), soprattutto per coprire questi capelli che ormai mi rendono subito riconoscibile. E poi, francamente, visto che mancano spero solo tre o quattro mesi alla fine del mio nuovo lavoro di narrativa, sto pensando di passarli così, in clausura».
A proposito del tuo lavoro. Sta per essere pubblicato a ottobre “Cose che si possono e non si possono dire”, un altro dei tuoi testi a metà tra il reportage e il saggio, frutto dell’incontro che hai avuto due anni fa a Mosca assieme all’attore John Cusack con Edward Snowden e Daniel Ellsberg. Inoltre, stai anche finendo il secondo romanzo a quasi vent’anni di distanza da “Il dio delle piccole cose” (su cui vige il massimo riserbo: non si sa né titolo, né di cosa tratti, ndr). Cominciamo da quest’ultimo: ci può dire di che cosa parla?
«È una collezione di storie maturate in questi ultimi vent’anni, che non ho affatto passato con le mani in mano. “Scrivi troppo poco, troppo poco”, mi ha rimproverato l’editore di Zed Books, ma non vedo perché tutte le altre pubblicazioni non debbano essere considerate scrittura. La verità? Sto pensando che dopo questo romanzo non vorrei davvero più fare niente».
Niente?
«Sai… in fondo io sono una persona tranquilla, e non mi piace dipendere da quelli che si aspettano sempre qualcosa da me».
Intervistatori compresi…? Difficile immaginarti lontana dalla scena e dalla lotta…
«Vedi, io sono cresciuta in un villaggio tra le bandiere rosse del Partito comunista che sventolavano in tutto il Kerala. Eppure quando nel libro Camminando con i compagni raccontai il mio viaggio con i maoisti, fui attaccata da tutti i fronti per aver tradito i veri ideali del marxismo nei quali in realtà ancora oggi mi riconosco. Lo stesso accadde al tempo de Il dio delle piccole cose. Ma nonostante il mio scetticismo verso certi partiti e movimenti, nel vedere il processo di decimazione delle sinistre in India e tutto il mondo, l’assorbimento di Cuba e del Vietnam nella sfera di influenza americana, provo un senso di tristezza. E di allarme. I poteri forti non capiscono che quella socialista resta l’unica alternativa anche per loro quando il capitalismo crollerà, cosa che credo avverrà. Contrariamente a quanto si pensi, la storia è uno studio del futuro, non del passato».
E la sinistra indiana dove ha sbagliato?
«Nel non farsi carico dei veri problemi: del crudele sistema delle caste, della questione del Kashmir, dei suicidi dei contadini indebitati. È diventata una sentinella dei diritti umani invece di perseguire la vera giustizia».
Che cosa intende?
«Cos’altro sono le Organizzazioni non governative se non il sostituto delle politiche che gli Stati sarebbero tenuti a fornire ai propri cittadini in termini di educazione, sanità e servizi? Dopo aver ridotto in macerie interi paesi e sistemi sociali per creare l’attuale assetto del mondo, i soldi ritornano sotto forma di carità per curare i disastri compiuti, e per giunta solo verso una piccola parte delle vittime. Peccato che molta sinistra non sembra ancora averlo capito».
Parlando del viaggio tra i maoisti e i contadini che lottavano contro le miniere, raccontò che fu un poliziotto a spiegarle qual’era il problema e anche la curiosa soluzione che proponeva.
«Sì, disse che quella povera gente non conosceva l’avidità. E che per inculcargliela l’unico modo era regalare a ciascuno di loro un televisore. Con le armi non sarebbero mai riusciti a sconfiggerli».
Torniamo al suo incontro con Snowden, l’uomo che ha fatto scoppiare il “datagate”, e con Ellsberg, la Gola profonda dei segreti sporchi del Pentagono durante la guerra del Vietnam.
«Quei quattro giorni a Mosca per me sono stati un’esperienza esaltante, con sprazzi di assoluta allegria cameratesca. Immagini: quattro cervelli di estrazione totalmente diversa, in una pomposissima stanza del Carlton Hotel, a due passi dal Cremlino, sotto l’egida di Vladimir Putin, tra milionari ubriachi e donne mezze contadine e mezze supermodelle- escort. Ed mi ha detto subito: “Lo so perché sei qui, per radicalizzarmi”. Ho riso, ero consapevole di essere con due uomini che hanno profondamente creduto di agire nel bene. Snowden esaltò Bush dopo l’11 settembre e salutò la guerra in Iraq perché, mi ha detto, “credevo nella propaganda”. Ellsberg è cresciuto come tutti i bambini americani onorando la bandiera ogni mattina a scuola e da grande preparò fedelmente le prove manipolate per un intervento in Vietnam come richiesto da McNamara. In quella stanza al Carlton, Ellsberg si è commosso recitando una poesia di Sir Walter Scott intitolata Patriottismo: “Respira con l’anima così morta l’uomo che mai disse a se stesso: questa è la mia terra nativa”».
Certo suona surreale vederla così in sintonia con due ex top dell’intelligence americana, per quanto pentiti…
«Non si può non ammirarli per aver denudato pubblicamente se stessi assieme all’ipocrisia di un governo che decide le sorti del mondo, il più delle volte sbagliando, dopo aver creato le condizioni per un attacco. Non solo in Vietnam e Iraq, in Libia, in Siria, Afghanistan, in Congo, in tutte le guerre “giuste” dell’America nate dopo il 2001, per non parlare dell’inizio della Guerra fredda. Diverse Agenzie prepararono rapporti segreti secondo i quali i sovietici avevano tra le centoventi e le mille testate missilistiche, ma erano appena quattro e malfunzionanti».
Snowden compare poco nel libro…
«Per paura di urtare il leader del Paese che lo ospita, ma c’è la sua lucida descrizione di un mondo supercontrollato da tanti piccoli Grandi fratelli che non conosciamo eppure sanno tutto di noi. Redarguisce chi non fa niente per non scivolare negli scenari descritti da Ellsberg sulla base di documenti del Pentagono, peggiori di un nuovo 11 settembre ».
Nel libro accenni anche alla tua visita nell’ambasciata ecuadoriana a Londra dov’è rinchiuso da più di mille giorni il fondatore di Wikileaks, Julian Assange. Mi pare che tu attribuisca più a lui che a Snowden e Ellsberg l’aura dell’eroe, sbaglio?
«Fu Assange ad aiutare Snowden a trasferirsi da Hong Kong a Mosca dove oggi vive da rifugiato di lusso. Assange invece è pallido, provato: non si può stare tanto tempo senza sole e ossigeno in un dannato appartamento di Londra con le finestre sorvegliate dai cecchini. Ma non è per le sue peggiori condizioni di vita che lo ammiro, è perché ha avuto il coraggio di voltare le spalle da solo e per primo all’ideologia dei poteri dominanti. Per questo lo odiano di più».
Non credi proprio al concetto di patria?
«No, proprio non riesco a identificarmi con un’entità del genere, né con l’idea di patria di Ellsberg e Snowden. Anche dopo le sue rivelazioni, Ed si è fatto fotografare su Wired con una bandiera americana sul petto dicendomi che qualcuno gliel’aveva buttata addosso. Io non riesco a commuovermi per un Paese, io mi commuovo davanti allo spettacolo di un fiume che scorre nella valle».
A Mosca avete parlato di guerre, di sfruttamento, di terrorismo, e poteri con i loro sinistri retroscena. Una nota di ottimismo mai?
«Sì, nel libro ho anche scritto che in fondo gli esseri umani, pure incapaci di vivere senza guerre, sono anche incapaci di vivere senza amore».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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