La ricetta di Stiglitz per l’euro: un euro flessibile

intervista di Eugenio Occorsio da Repubblica oggi in edicola

«PER salvare il progetto dell’euro, ed evitare che da strumento di sviluppo diventi fattore penalizzante, bisogna renderlo flessibile, perché si è rivelato impossibile conciliare modelli e livelli di sviluppo assolutamente incompatibili senza strumenti come un cambio elastico e tassi d’interesse diversificati».
Joseph Stiglitz, docente alla Columbia, premio Nobel 2001, consigliere economico di Hillay Clinton, da tempo insiste perché l’Europa adegui alla realtà la struttura della moneta unica. Per non essere strumentalizzato dai movimenti populisti, aveva già chiarito che non è contro l’integrazione e la mutualizzazione di rischi e benefici, né contro il progetto dell’euro:
«Ma è costruito male. Mi chiedo come sia stato possibile che tanti statisti così prestigiosi abbiano messo insieme un’architettura destinata per natura a non reggere».
Per precisare il suo pensiero, Stiglitz ha appena pubblicato il libro “L’euro e la sua minaccia al futuro dell’Europa”.
Cosa vuol dire euro flessibile?
«Una volta accertato che indietro non si torna, e che anzi una moneta unica è un passo verso un’Europa realmente unita, bisogna guardare la realtà. Ci sono diverese ipotesi. Mantenendo tutte le caratteristiche di un mercato comune e aperto, potrebbe staccarsi la Germania, che cresce anche se non in maniera clamorosa. Oppure andrebbe creato un euro del nord e uno del sud. Non c’è nessuna prova che l’euro abbia mai dato un contributo alla prosperità dell’Europa ma ci sono molte prove che ha funzionato da amplificatore delle recessioni fino a inchiodarla a stagnazione di cui non si vede la fine».
Come pensa che verrà accolta la sua proposta in Europa?
«Spero come un contributo utile a modificare quello che c’è di sbagliato. Non propongo di smantellare l’euro, tornare alle valute locali e far finta che non sia successo nulla. Ma di intraprendere azioni coraggiose in grado di sbloccare la situazione: quanti altri anni volete perdere? ».
Lei nel libro però parla dello “spezzatino” dell’euro come soluzione estrema.
«L’ipotesi ottimale è di dotare finalmente l’Europa delle strutture in grado di sostenere l’integrazione monetaria: una vera unione bancaria dotata di un’efficace assicurazione comune sui depositi, programmi di solidarietà in grado di aiutare concretamente i Paesi che restano indietro, una quota significativa di mutualizzazione del debito e di eurobond, una parte di bilancio comunitario con un ministro delle Finanze europeo e tasse comuni sulle transazioni finanziarie e sulle grandi proprietà oggi frammentate e troppo basse, un piano di investimenti pubblici molto maggiore di quelli attuali finanziato appunto con queste risorse, una banca centrale che non abbia come unico focus l’inflazione bensì sviluppo e occupazione ».
Se si arrivasse ad un euro del nord e del sud, in quest’ultimo rientrerebbe la Grecia?
«La Grecia è una storia a parte. Tsipras ha avuto l’occasione di sganciarsi un anno fa, e non capisco perché non l’abbia fatto, io e Varoufakis l’avevamo consigliato in tal senso. Il risultato sono ulteriori sofferenze per la sua gente e sacrifici indicibili di cui non si vede la fine. Spero ancora che la Grecia lasci l’euro nel suo interesse».
Si rende conto delle difficoltà politiche di una ripartizione del genere?
«Qualsiasi problema sarà minore di quelli attuali. Non è possibile rinviare la soluzione di sei mesi in sei mesi, e poi di anno in anno. Prendiamo l’Italia: le sembra dignitoso che un Paese come il vostro sia costretto a elemosinare ogni misura dai partner europei, che non riesca a impostare un programma di sviluppo perché bloccato dall’austerity di marca tedesca, di chi ha come mantra la stabilità finanziaria e una convinzione fondamentalista che una volta stabilizzato il bilancio pubblico sarà il mercato come d’incanto a risolvere tutto? Di fondamentalismi del genere ne abbiamo già avuto uno in America, e ci è bastato».

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