“Vergogna” di J.M.Coetzee: recensione

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Quella che parla è Lucy: ha appena comunicato a suo padre, David Lurie, ex professore di Scienze della Comunicazione a Città del Capo, che ha deciso di tenere il figlio, risultato da un violento stupro di gruppo, a cui era stata soggetta in casa, da parte di una banda di due uomini di colore e un ragazzo., presente per “imparare”.

La banda lo fa sistematicamente: Lucy li definisce “professionisti dello stupro”; suo padre ha tentato di intervenire ma è stato malmenato, gli hanno versato alcol addosso dandogli fuoco. Lui cerca vendetta, lei no. La sua decisione di tenere il frutto della violenza è una mazzata per David, che non la condivide, ma è costretto ad accettarla.

Per la vergogna Lucy non esce più di casa per alcuni mesi; sempre la vergogna, che è il sentimento protagonista del romanzo, da cui il titolo, David era fuggito dalla sua città, perché una “storiella” con una sua studentessa, Melanie, di 20 anni, era diventata di dominio pubblico: lui, di 52 anni, due volte sposato e altrettante divorziato, preferisce dimettersi dall’Università, per evitare l’espulsione , e si rifugia in campagna dalla figlia, che portava avanti una fattoria. La sua condotta, nel circuire la studentessa, e nell’usarle violenza, costringendola a sesso non consenziente, è del tutto AMORALE: pur essendo ateo, si difende dicendo di essere stato conquistato dal Dio Eros…

Lucy è l’opposto di suo padre: di sani principi morali, essendo contro l’aborto, decide fin da subito di tenere l’eventuale frutto della violenza bruta, ma lo nasconde al padre, che dà per scontato che la figlia abbia preso le debite precauzioni; ma non è così…Il fatto che sia lesbica, poi, non incide affatto su come l’autore delinea  il personaggio: Coetzee è molto bravo a NON DARE MAI GIUDIZI DI VALORE sul comportamento di protagonisti e comprimari, limitandosi a descriverne azioni e pensieri. E si sforza di entrare e farci entrare nella psicologia dei personaggi: il massimo lo raggiunge, secondo me, con Petrus, uomo di colore sulla cinquantina, vicino di casa di Lucy e per un periodo di tempo suo salariato, personaggio che può apparire negativo, essendo colui che quasi certamente ha organizzato la violenza carnale ai danni di Lucy e di suo padre (e, alla fine, si offre di sposarla per “darle protezione”, comportamento che dalle nostre parti si definirebbe mafioso, ma che Lucy si dice costretta ad accettare perché quello è l’ambiente in cui ha deciso di vivere) ma che ha anche risvolti positivi: è l’unico che ha aiutato Lucy in tutti gli anni precedenti a far nascere la fattoria, aiutandola nelle coltivazioni e diventando il guardiano del canile in cui Lucy alloggiava cani a pagamento, cani tutti uccisi dalla banda di stupratori.

Ho letto il romanzo in poche ore, cominciato prima di cena, l’ho finito a mezzanotte, divorandolo, per sapere come andava a finire, scoprendo che, alla fine, non c’è un finale…ma era prevedibile, essendo un romanzo di descrizione di personaggi e di situazioni; un ottimo viatico per comprendere il Sudafrica post-apartheid, con le sue contraddizioni e le popolazioni di colore assetate, spesso, di rivalsa verso i bianchi.

Ne è consigliata la lettura ad un pubblico adulto…

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