“Il sognatore della barca di Dio” di PAOLO RUMIZ

Li vedi a distanza i suoi legni sul mare. Sposano il vento senza sforzo, anche in condizioni estreme. A dieci anni dalla morte (24 settembre 2006), la leggenda di Carlo Sciarrelli, progettista triestino di barche a vela, è più forte che mai nel Mediterraneo.
Lo hanno chiamato «il più francesedei disegnatori italiani», paragonato a Laurent Giles, ne hanno studiato le creazioni al Centre Pompidou, da anni si discute quale sia il suo scafo più filante, ma «ancora nessuno ha compreso il suo segreto — ammette il velista Davide Battistin — e la sua capacità di sfruttare gli effetti dinamici della velocità nell’acqua». In realtà per tutta la vita questo genio del design ha cercato ossessivamente un solo modello, uno solo. Quella che lui chiamava “la barca di Dio”. L’archetipo assoluto. Cassa toracica, costole, spina dorsale, e fasciame con le linee che tendono allo zero.
«Sciarrelli è antiquato — ghignava di se stesso — perché le sue barche sono belle». Considerava osceni gli scafi alla moda, servi della potenza e non di una funzionalità che riteneva intimamente legata all’estetica, e sapeva prendersi ogni tanto le sue rivincite su di loro. Come in una memorabile “Barcolana”, quando una buriana a sessanta nodi spazzò via i grandi a metà gara e la sua “Tiziana III”, ridotte le vele, giunse trionfalmente al traguardo con lui a bordo. Dio aveva ripristinato le gerarchie, sparigliando i giochi e scatenando il “mare vero”. Non quello addomesticato di Coppa America, dove non si parte col vento sopra i diciotto nodi.
«Il bello non è nuovo e il nuovo non è bello», era il leit motiv di quest’uomo grifagno e solitario ai confini della misatropia, disinteressato alla fama ma dalla sconfinata opinione di sé. Non gli importava di essere capito e selezionava i clienti con battute al vetriolo. Racconta lo skipper Sandro Chersi che quando una tipa vestita all’ultima moda gli chiese conferma sulla forza strategica di una nuova vela di nome “stay sail”, lui le disse «Certo che è strategica. Il primo che la toglie vince la regata ». Solo chi reggeva al colpo e tirava fuori l’anima gli diventava amico e veniva ammesso alla sua casa triestina alta sul mare, per scoprire che dietro a quella scorza c’era un mondo fatto di musica, storia e letteratura, e soprattutto che il più grande dei progettisti italiani disegnava a mano, armato di un vecchio curvilineo, con un gatto che gli ronfava sulle carte, gelosissimo del padrone.
Detestava i “marinai del weekend” e per questo non faceva affari la domenica. Poi magari conduceva le trattative in barca, dove tirava fuori il suo charme, citando Erodoto e Omero. Era narratore immenso. Nel 2004 mi evocò meglio di un attore la partenza delle galere veneziane per Lepanto. Al Politecnico di Milano, appena si mise a parlare, affabulò talmente che la voce corse e gli studenti accorsero fino a far scoppiare la sala.
Ha firmato 150 barche, non migliaia come Olin Stephens. I loro nomi li aggiungeva a un rotolo di carta appeso in verticale, e alle più riuscite affiancava un asterisco. E diceva: «Nessun computer è in grado di intuire la linea giusta. L’occhio sì». E il suo occhio era implacabile. Risolveva i rebus con un’occhiata. «Era maniacale nei dettagli — racconta Silvia Piardi, direttrice del dipartimento Design al Politecnico di Milano — e coglieva minime imperfezioni senza misurarle». In navigazione dava il meglio del suo humour. «Non vorrei essere in mare con un tempo simile», disse in una notte di buriana a bordo del suo cat-boat in panne al largo dell’Istria sulla rotta dei mercantili. Lo ricorda l’ingegnere navale Enrico Bruschi, che condivise la brutta avventura.
Fenomenale autodidatta, marinava la scuola per andare in biblioteca. Divenne fuochista sulle locomotive, macchine che amò per tutta la vita, per dedicarsi al mare solo in età più che matura. Un giorno si presentò al blasonato Yacht Club Adriaco con una barchetta da ridere, una passera dalmata di nome Aspasia, e qualcuno snobbò quel principiante vestito alla buona. Ma quella barca povera dalla vela enorme aveva la sua nobiltà. Era una fatta per veri marinai. Lui lo era, e vinse una regata dietro l’altra, finché la fama cominciò a circolare per le marine.
L’industriale padovano Renato Pirota: «Viveva in modo frugale: un sigaro, una branda e il tavolo da disegno». Snobbato dall’alta società triestina, era rimasto uomo del popolo. A un’asta di quadri, a un noto politico locale che aveva osato vantarsi con lui di aver messo le mani su un pezzo raro, Carlo rispose: «Sì, raro come i suoi estimatori ». Preferiva i capimastri agli architetti e aveva appoggiato entusiasticamente la nascita della regata “Barcolana”, destinata a diventare la più grande kermesse velica del Mediterraneo (il 9 ottobre festeggerà 48 anni di vita). Era amatissimo al Sud e dai napoletani in special modo: Paolo Barbati del Centro studi tradizioni nautiche gli organizzava accoglienze memorabili, e Giuseppe Dalla Vecchia, leggenda della vela partenopea, ne coltiva la memoria nel suo immenso archivio.
«Viaggiavo sulla sua “Angelica” tra l’Argentario e le Bocche di Bonifacio, e alcune balene cominciarono a girarci attorno», ricorda il piemontese Carlo Cazzaniga, proprietario di una grande marina. «Era come se avessero sentito il nostro scafo come parte del branco». Secondo Mario Mallardi, maestro d’ascia con la passione del violoncello, Sciarrelli è stato «l’ultimo cantore di una nobile tradizione artigianale dissolta dalle nuove tecnologie». Per celebrarlo, oggi, al cantiere “Alto Adriatico” di Monfalcone, scenderà in mare “Spin One”,tratta dai suoi ultimi disegni.

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