“Giordano Bruno autobiografia di un processo” di FRANCO MARCOALDI

Quando si vedono le cose troppo spesso e troppo da vicino, si finisce per non vederle più. È il rischio in cui incorre chi passa quotidianamente sotto la statua di Giordano Bruno, in Campo de’ Fiori, a Roma. Quasi che quella statua del filosofo bruciato vivo in piazza il 17 febbraio del 1600 avesse perso il suo più profondo, tragico significato.
Per fortuna sulla medesima piazza c’è una bella libreria, “Fahrenheit 451”: sul banco compare la ristampa di Giordano Bruno, Un’autobiografia, curata da uno dei suoi massimi studiosi, Michele Ciliberto, e pubblicata da Castelvecchi.
Vi appaiono, in successione, le pagine di accusa e difesa dell’interminabile processo davanti al tribunale dell’Inquisizione, cominciato a Venezia otto anni prima della condanna a morte.
La strategia del Nolano si articola in un teatro complesso e doloroso: un continuo ammettere e ritrarre, grazie a una mobilità mentale stupefacente, che lo vede passare dalla ritirata al contrattacco a fronte delle molteplici accuse che gli vengono rivolte: avere opinioni eretiche sulla Trinità, la transustanziazione, la natura del peccato… E per aver sostenuto che «il mondo è eterno, et che sono infiniti mondi, et che Dio ne fa infiniti continuamente perché dice che vuole quanto che può».
Il filosofo cede dove gli appare utile, ma torna e ritorna nelle sue parole quell’irrinunciabile primato del “lume naturale”, di una razionalità antidogmatica e antiautoritaria che prefigura il cuore pulsante della libertà di pensiero della modernità. Per arrivare a tanto, però, prima il Nolano dovrà patire le peggiori atrocità da parte del potere ecclesiastico.
Questo ci ricordano le pagine del fiammeggiante libretto di Giordano Bruno. E, dopo averle lette, finalmente anche la sua statua in Campo de’ Fiori si risveglia dal lungo e incauto letargo a cui per eccesso di abitudine l’avevamo relegata.

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