«Scrivere un libro che si lascia leggere per intero come una storia vera, un libro ispirato a fatti realmente accaduti, come si dice, ma in cui tutto, o quasi tutto, è inventato.»

Il romanzo.

Nel solco di un finto autobiografismo, il thriller di Delphine de Vigan indaga la relazione ambigua di due donne ma anche il rapporto tra finzione e verità

Tra vita e letteratura un’amicizia piena di ombre

di FABIO GAMBARO

«Scrivere un libro che si lascia leggere per intero come una storia vera, un libro ispirato a fatti realmente accaduti, come si dice, ma in cui tutto, o quasi tutto, è inventato.» Un libro come un vertiginoso labirinto di specchi in cui realtà e finzione s’inabissano insieme, mentre il lettore si perde nei meandri di una verità sempre sfuggente. Nel nuovo sorprendente romanzo di Delphine De Vigan, Da una storia vera (Mondadori), questa prospettiva non è solo un’ipotesi avanzata di sfuggita dalla protagonista intenta ad interrogarsi sulle complicate relazioni tra creazione letteraria e mondo reale. È probabilmente molto di più, quasi una dichiarazione di poetica. L’allusione alla difficile impresa letteraria in cui si è lanciata la scrittrice francese con questo romanzo metà thriller psicologico e metà riflessione sulla scrittura. Una storia di menzogne, fantasmi e manipolazione che mescola di continuo le carte, gioca con l’autobiografia, insinua dubbi nel lettore, costringendolo ad interrogarsi sull’ambiguo statuto della sincerità letteraria.
Per realizzare l’ambizioso progetto, la celebre autrice di Niente si oppone alla notte e Gli effetti secondari dei sogni, ha scelto una protagonista che è la sua controfigura perfetta: Delphine, scrittrice quarantenne molto apprezzata, che, dopo aver pubblicato un romanzo fortemente autobiografico, attraversa una fase di crisi fatta di dubbi e incertezze. La donna, a cui giungono anche alcune minacciose lettere anonime, si sente stanca e vulnerabile, incerta sul suo futuro di scrittrice. E qui entra in scena L., una coetanea intelligente, sensibile e generosa. Per la scrittrice, la nuova amica è un miraggio e contemporaneamente una presenza calorosa e rassicurante, che entra a poco a poco nella sua vita, rendendosi di fatto insostituibile. L. sembra essere la sol persona capace di comprenderla, saziando il suo bisogno di consolazione. Ma con le sue attenzioni giorno dopo giorno imprigiona Delphine in una relazione esclusiva, allontanandola dagli altri e cercando di orientare le sue scelte, il suo lavoro e la sua vita. Così, più la presenza di L. diventa indispensabile alla protagonista, più questa sprofonda in un abisso di angoscia e solitudine. Come un vampiro, L. si nutre della vita e dell’energia di Delphine, vittima consenziente di una relazione soffocante che assume contorni sempre più inquietanti e pericolosi, rischiando di finire in tragedia. Raccontata in prima persona dalla protagonista, la vicenda ricostruisce retrospettivamente le tappe dell’ambigua relazione e prova far luce sui suoi misteri. De Vigan ricostruisce perfettamente e con grande sensibilità il complesso legame tra le due donne, le debolezze dell’una e le minacciose ambizioni dell’altra. Con grande senso della narrazione, trasforma il romanzo in una sorta di noir teso e avvincente sul tema della possessione. E non è un caso che proprio da quest’opera Roman Polanski abbia deciso di trarre un film attualmente in lavorazione. Fin dal titolo, l’autrice dissemina il testo d’indizi che riconducono alla sua esperienza biografica, ma poi confonde le acque muovendosi sul filo del rasoio di un finto autobiografismo che sfrutta abilmente i nuovi territori della narrazione dove il confine tra fiction e non fiction è sempre più labile. E tramite un efficace gioco di allusioni e false piste, non solo scava nelle zone d’ombra della relazione tra autore e lettore, ma affronta di petto la difficile problematica della verità letteraria e dell’autenticità trasformata in un feticcio. E se certo «siamo tutti voyeur», quello che conta veramente «non è tanto la realtà ma il modo in cui viene trasformata da chi cerca di mostrarcela o di raccontarcela». La letteratura è il filtro montato sull’obiettivo, non il reale, perché questo, «ammesso che esista e che sia possibile restituirlo», ha comunque bisogno di «essere incarnato, trasformato, interpretato ». E questo lavoro, qualunque sia il materiale di partenza, per De Vigan «è sempre una forma di fiction.» Insomma, Da una storia vera, oltre ad essere un ottimo romanzo, propone anche un’utile e intelligente riflessione sulle relazioni tra letteratura e realtà.

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