“Edipo” di MAURIZIO BETTINI

da Repubblica in edicola
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Quando l’uomo giunse a Tebe, terrorizzato, la notizia sconvolse la città: Laio, il re, era stato assassinato. Nel frattempo però un altro evento aveva sparso il terrore. Si diceva che un essere spaventoso e seducente nello stesso tempo — corpo di leone, ali di uccello, testa e petto di donna — si fosse appollaiato su una roccia e da lì, bloccando la via, sfidasse i passanti a risolvere un enigma. Una musica dolce era la sua voce, ma la Sfinge — così si chiamava — era crudele. Nessuno era stato capace di trovare la soluzione, e tutti erano stati divorati dal mostro. Poi però era comparso lo zoppo. Dicevano che fosse arrivato trascinando i piedi
nella polvere, ma quando si trovò di fronte alla Sfinge non ebbe paura. Si appoggiò, mise la mano al mento, come se pensasse, poi pronunziò la risposta. La Sfinge, sconfitta, aveva urlato e si era gettata giù dalla rupe. Tebe era libera. Lo zoppo si chiamava Edipo e in città lo portarono in trionfo. Gli dettero in moglie la regina vedova, Giocasta, e lo fecero re di Tebe. Adesso la città era felice, ma passati alcuni anni, le sventure ricominciarono. La peste infatti afferrò Tebe, e con la peste la carestia. La città è di nuovo immersa nella disperazione.
Siamo giunti così all’inizio dell’Edipo re di Sofocle, di cui abbiamo raccontato l’antefatto. Adesso il re è sulla scena e, pressato dai vecchi di Tebe, dichiara di aver mandato a consultare l’oracolo. La risposta giunge, ed è chiara: il sangue di Laio chiede vendetta, e l’ignoto assassino si trova in città. Al re non resta dunque che cominciare a indagare — è un grande solutore di enigmi, chi meglio di lui potrà risolvere questo mistero? Edipo assume dunque il ruolo di detective, alle prese con un “cold case”, come oggi si dice. E da buon detective si preoccupa subito di cercare indizi: «Come sarà possibile trovare la traccia di un crimine antico, difficile da decifrare?», si chiede. Ma poi è più fiducioso: «Un solo dettaglio può aiutarci a scoprire molte cose, basta lo spunto, anche piccolo, di una congettura». Come si vede del detective Edipo ha assunto anche il linguaggio. «Da solo, non potrò seguire le tracce molto a lungo» dice ancora «se non dispongo di qualche segno ».
Eccolo anzi sottoporre sospettati e testimoni ad interrogatori invero serrati mentre — come ogni investigatore che si rispetti — fa ricorso alle regole della logica per escludere determinate ipotesi: «Infatti l’uno non potrebbe essere la stessa cosa dei molti», dirà a un certo punto. Sotto i nostri occhi si svolge un’inchiesta che, come vedremo, è costruita su uno straordinario gioco di incastri, tale da superare la fantasia di qualsiasi giallista.
Solo che Edipo non è solo un investigatore, è soprattutto un eroe tragico. Che nel profondo del cuore cela, come si sa, un terribile segreto. Prima di giungere a Tebe, infatti, un oracolo gli aveva predetto un destino di sventura: «Ucciderai tuo padre e ti unirai a tua madre! ». Per questo Edipo era scappato da Corinto, dove viveva con i suoi genitori, Polibo e Merope, il re e la regina di quella città. Che altro avrebbe potuto fare se non fuggire il più lontano possibile da padre e madre?
Ma torniamo sulla scena di Sofocle, l’inchiesta infatti va avanti. Finalmente è stato individuato il testimone chiave, un servo che accompagnava Laio il giorno dell’omicidio. Interrogato, l’uomo riesce solo a ricordare che il fatto si era svolto sulla via che da Tebe porta a Delfi, a un bivio: Laio stava sul suo carro, dice, e gli assassini — uno solo? molti? — lo avevano trafitto. A questo punto, però, la vicenda ha una brusca impennata: il detective è preso dall’angoscia. Egli ricorda infatti che prima di giungere alla rupe della Sfinge, sulla via di Tebe, aveva incrociato un arrogante che gli aveva chiesto il passo con la frusta. Edipo l’aveva tirato giù dal carro e l’aveva ammazzato. Dunque quell’uomo era Laio? Ed era lui stesso, Edipo, l’assassino? Se è così, e tutto lo fa credere, l’inchiesta condotta da Edipo ha condotto a questo paradossale risultato: l’assassino altri non è che il detective.
Ma ecco un nuovo colpo di scena, in questa vicenda la suspense è incalzante. C’è infatti un nuovo mistero da risolvere, ci sarà bisogno di ascoltare nuove testimonianze e di comporre altri indizi. Giunge infatti un messaggero da Corinto: Polibo, il padre di Edipo, è morto. Almeno c’è questo sollievo, pensa il re, non ho ucciso mio padre, il mio destino non si è compiuto. Racconta dunque dell’oracolo al messaggero e l’altro quasi si mette a ridere. Per questo sei fuggito da Corinto, gli dice? Per paura di uccidere tuo padre? Ma no, Polibo non era il tuo vero padre. Ti ho raccolto io, trovatello, sulla montagna, e ti ho portato a lui, che ti ha adottato. Di chi son figlio allora? Chiede il re ancora più sconvolto. Chi sono io? Da detective che era, Edipo si vede sempre più trasformato in oggetto di indagine. Anche in questa seconda, inattesa tappa dell’inchiesta, il servo che aveva assistito all’uccisione di Laio si conferma nel ruolo di testimone chiave.
Tanti anni prima, racconta, quando pascolava le greggi sui monti, gli era stato ordinato di uccidere un bambino: il figlio di Laio e Giocasta, di cui il re voleva liberarsi. Aveva le caviglie trafitte, quel bambino, e lui non aveva avuto il coraggio di ucciderlo. Per questo lo aveva abbandonato sui monti, dove l’altro, l’uomo di Polibo, lo aveva raccolto e portato a Corinto. Edipo è zoppo, il piccolo aveva le caviglie forate: tutti gli indizi convergono, dunque quel bambino era lui, Edipo. Al termine della sua indagine il detective non solo ha scoperto di essere lui l’assassino che cercava, ma anche di aver compiuto punto per punto il proprio destino: ha ucciso suo padre, Laio, e ha concepito figli da sua madre, Giocasta. Edipo, il detective, risolvendo un caso di omicidio ha scoperto di essere un mostro.
La vicenda dello zoppo che scioglie enigmi, e indagava su un omicidio eccellente, è ciò che un giallo (riuscito) difficilmente arriva ad essere: una grande riflessione sulla “colpa”. Edipo, l’assassino, l’incestuoso che appesta Tebe, in realtà è contemporaneamente un innocente. Perché nessuno di questi delitti egli lo ha voluto commettere, il destino ha deciso per lui — ma nonostante questo Edipo è un colpevole, un impuro.
Proviamo a tradurre questa categoria arcaica, mitica, di “destino” in quelle che useremmo noi al suo posto: come il crescere in condizioni sociali miserabili e degradate. Dopo di che immaginiamo che, in simili situazioni, qualcuno uccida, contamini di sangue la città, diventi un mostro. Colpa? Destino?

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