Cosa accade alla natura se non è più selvaggia di MARCO BELPOLITI

Il saggio.
In “Addomesticati” lo studioso Richard C. Francis unisce la teoria evoluzionistica alla genetica, per indagare sul rapporto tra uomo e animali
«Se vuoi un amico addomesticami», così dice la Volpe rivolta al Piccolo Principe. Saint-Exupéry non conosceva di sicuro la biologia evolutiva dello sviluppo (evo-devo), e non poteva neppure sapere che il libro di Richard C. Francis, Addomesticati si sarebbe aperto proprio con le volpi dell’opera artistica di Sandy Skoglund, Fox Games. Ma è così: l’uomo è riuscito a sopravvivere e a impadronirsi del Pianeta perché ha reso mansueti gli animali che lo abitano, o almeno quelli che gli servivano di più, o quelli che è effettivamente riuscito ad avvicinare. La selezione naturale operata dall’Homo Sapiens, a partire da 200.000 anni fa, ha reso possibile la civiltà umana come la conosciamo oggi. Questa azione di modificazione è avvenuta in tempi molto più brevi rispetto alla evoluzione naturale, così che, parlando di razze canine, il pechinese è ancora un lupo smussato e non un organismo progettato ex novo a partire dai suoi antenati; come il dingo, portato in Australia 5000 anni fa dai proto-polinesiani come animale da compagnia, si è evoluto diventando più simile al lupo che non a un cane. L’autore, saggista scientifico, racconta come i principali animali — mammiferi — si siano avvicinati agli uomini (cani e gatti) o l’uomo li abbia accostati (suini, bovini, pecore, capre, cavalli) per addomesticarli, tema su cui lo stesso editore aveva pubblicato anni fa un ottimo libro di Clutton-Brock, Storia naturale della domesticazione dei mammiferi
(2001). Cosa ha in più il lavoro di Francis? Che mette in campo le novità che derivano dalle ricerche intorno al genoma, integrando alla lettura evoluzionista classica gli apporti della genetica attuale. Nelle prime pagine compare un curioso studioso sovietico, Dimitri Belâev, sfuggito alle purghe staliniane e migrato in Siberia, dove ha portato avanti le sue ricerche sulle volpi. Il problema che si era posto era quello di capire come i cambiamenti del fenotipo (che include tratti comportamentali, fisiologici e morfologici) agiscano sui cambiamenti del patrimonio genetico. Detto altrimenti: se l’uomo seleziona tra i lupi quelli più mansueti, e poi agisce sul colore del pelo degli animali che ne derivano, cosa succede sul piano genetico?
Il problema della azione sugli esseri viventi interessa però non solo gli animali, ma anche l’uomo stesso, di cui Francis si occupa nei capitoli finali. Molto interessanti sono le pagine sul cane e sul gatto, quest’ultimo un caso eclatante di auto-addomesticamento. Tutto ruota intorno a quello che è stata chiamata la “risposta di stress”: quanto gli animali “selvaggi” possano tollerare la vicinanza all’uomo. Tra i mammiferi che Francis analizza quello che appare più vicino a noi è senza dubbio il maiale, uno dei più intelligenti, animale reso impuro da due delle religioni del Libro.

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