“Il rumore del tempo” (Einaudi), di Julian Barnes, diario immaginario del compositore Dmitrij Shostakovich

di GREGORIO BOTTA

Shostakovich

Fino ad allora era andato tutto bene, o quasi. Aveva 29 anni ed era un artista ovunque acclamato: qualche suo motivo veniva persino fischiettato per strada. Anche l’ultima fatica “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” – storia scandalosa di una moglie che uccide suocero e marito, per
proteggere il suo amante raccontata da una musica estrema – era stata fino ad allora accolta, in Urss, Europa e America, dalle ovazioni del pubblico e da magnifiche recensioni. La chiamavano la “nuova lirica russa”. Il Bolshoi l’aveva messa in scena 83 volte: ma quella sera, il 26 gennaio del 1936, Stalin decise di assistere alla 84esima replica. Il dittatore si fece accompagnare da Molotov, Mikojan e Zdanov, il feroce ideologo del realismo socialista. Al quarto atto il palco delle autorità apparve deserto: quel vuoto equivaleva ad un verdetto. Che infatti appare sulla Pravda due giorni dopo. Il titolo diceva tutto: “Caos anziché musica”. Il reato era il peggiore possibile per l’epoca: “Formalismo”. Quel capo d’accusa trasformò per sempre la vita di Dimitrij Shostakovich: fu l’inizio di un inesorabile percorso di umiliazione e espropriazione di sé. Il regime prima lo terrorizzò, poi lo usò, mostrandolo all’Occidente come un fiore all’occhiello, vanto e strumento del potere sovietico.
Il rumore del tempo (Einaudi), l’ultimo romanzo di Julian Barnes, rapsodico diario immaginario del grande compositore russo, una sorta di flusso di coscienza scritto in terza persona, parte proprio da quel 26 gennaio. L’autore divide il suo libro – come se fosse un’opera musicale – in tre atti, aperti da un prologo e chiusi da un finale che al prologo ritorna. Tutti e tre i capitoli cominciano con la stessa frase: «Sapeva che quella era la volta peggiore ». Perché c’è sempre una volta peggiore: non c’è limite nella lenta discesa agli inferi cui il regime costringe i suoi sudditi. Fino a spezzarli: «Al di sotto di una certa soglia è questo che diventano gli uomini: sistemi di sopravvivenza ». È il destino di Shostakovich. Nel primo capitolo lo troviamo di notte, in piedi, sul pianerottolo di casa. Accanto a sé ha una valigetta con le cose essenziali. A quei tempi, i tempi del Grande Terrore, molti russi avevano la valigia pronta, in attesa di essere arrestati. Anche il musicista è sicuro di finire in carcere, dopo quella condanna minacciosa della Pravda. La paura lo domina. Ma non sarà arrestato, se la caverà con un grottesco interrogatorio, e un anno dopo sarà anzi riabilitato grazie alla Quinta Sinfonia, che viene accolta da quaranta minuti di applausi. Gli scriba di Zdanov la sdoganano come l’opera che segna il pentimento del musicista “rieducato”, tornato sulla retta via dell’arte popolare. Che sia davvero così è tuttora oggetto di discussione.
Shostakovich è salvo, ma vivrà per sempre nella paura. Finita la guerra, Stalin gli chiede di andare in America a parlare di pace, arte e rivoluzione nel nome della grande repubblica socialista. E lui, che sognava di incontrare l’amato Stravinskij, si ritrovò ad attaccarlo in pubblico senza neanche saperlo. Succedeva così: gli consegnavano testi già scritti, lui pronunciava le prime frasi in russo, poi lasciava che il traduttore snocciolasse tutto il resto in inglese. Non leggeva neanche ciò che gli avrebbero messo in bocca: sperava che questo stratagemma bastasse, che un estremo scudo di distanza ed ironia potesse salvarlo dall’apparire come un alfiere della cultura staliniana. Ma l’ironia ha i suoi limiti; può guastarsi in sarcasmo. «E a che serve a quel punto? Il sarcasmo è l’ironia dopo che ha perduto l’anima». L’America fu la sua “seconda volta peggiore”. La terza fu la più inspiegabile. Non poteva dire no a Stalin e restare vivo, ma forse avrebbe potuto resistere a Krusciov. Invece l’estrema capitolazione avvenne proprio ai tempi del disgelo con l’iscrizione al Pcus, che era riuscito ad evitare negli anni del Grande Terrore. E conseguenti firme ad articoli mai scritti contro gli amati Sacharov e Solgenitsyn. Shostakovich odiava tutto questo e si odiava: carico di onori e privilegi, era un uomo spezzato, piegato da decenni di terrore. Era nato – scrive Barnes – “sotto una stella vigliacca”. Ma la sua non è una condanna, anzi: il romanzo è un cantico del dolore e dell’umiliazione che dimostra una profondissima pietà per l’odissea di Shostakovich. «Essere vigliacco non è facile, molto più facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante, quando la lancia una bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere vigliacco significa imbarcarsi in un’impresa che dura una vita».
Julian Barnes ama definirsi uno scrittore trans-genere, (vista la facilità con cui cambia generi letterari) e si irrita alla definizione di “romanzo biografico”: «È volgare – dice – Tutti i romanzi sono biografici, Madame Bovary era lo studio di Emma Bovary e così Anna Karenina. È solo che in alcuni romanzi i protagonisti sono reali e in altri no». Ma qui non è così semplice. Non a caso molti giornali hanno affidato la recensione a esperti di musica e non di letteratura: e non tutti hanno apprezzato. Il punto è questo: Il rumore del tempo ha riacceso una polemica che ha scosso il mondo degli studiosi fin dal 1979, da quando apparve il libro
Testimony di Solomon Volkov che cambiava l’immagine del musicista russo. Fino ad allora era stato visto come un grande artista, ma allineato al regime. Volkov sosteneva invece che era sempre stato una vittima, segretamente ribelle, pieno di rimorsi e sensi di colpa. Le testimonianze raccolte da Volkov erano autentiche e credibili? Le discussioni sono state talmente accese da essere state definite “Le guerre di Shostakovich”: e hanno prodotto una miriade di pagine a favore o contro, convegni infiammati in cui gli studiosi si insultavano. Ad esempio: la Quinta Sinfonia. Il Potere la battezzò con un grottesco ossimoro “Tragedia ottimistica”. «È la risposta creativa di un artista sovietico a critiche fondate ». Ma era davvero un autodafé? Quel movimento finale era una marcia trionfale scritta secondo i dettami zdanoviani o una sottile parodia, una grottesca partitura colma di sprezzante ironia? Ancora oggi gli esperti discutono: se l’intento dissacrante fosse stato così evidente – ha notato il musicologo Richard Taruskin – Shostakovich non sarebbe sopravvissuto: «Non c’erano dissidenti nella Russia di Stalin». Non vivi, almeno. D’altronde, la musica è protetta da una sua tale ricchezza di senso che può permettersi anche una certa ambiguità: i pittori non hanno goduto dello stesso privilegio, e per questo Zdanov riuscì a trasformare la patria dell’arte astratta nel regno triste del Soviet kitsch. Con la musica fu più difficile. Barnes, comunque, sposa la tesi del messaggio iconoclasta della Quinta: è l’unico momento in cui il libro parla davvero di musica, che è la grande assente del romanzo. Come componeva Dmitrij Dmitrievic? Come resisteva alle pressioni di Mosca sui suoi spartiti? Barnes non si avventura su questo terreno: d’altronde il suo è un libro sul Potere, più che sull’artista. In scena vanno i meccanismi feroci, sottili ed arbitrari di un regime che calpesta ogni libertà.
Il rumore del tempo è anche il titolo di un testo di Osip Mandelstam: il grande poeta vittima di Stalin, definiva così il rumore prodotto della storia. Ma per Barnes c’è un’altra storia che produce un suono più sottile e profondo: «La musica del nostro essere, se sarà abbastanza forte e pura e autentica da annegare il rumore del tempo, si trasformerà nel mormorio della storia». Ecco, un mormorio, un sussurro. Shostakovich sognava che qualcuno potesse percepirne la bellezza, dimenticando le vergogne e gli orrori del suo tempo. Ma il rumore, per ora, ancora non si è spento.

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