ARIANNA FINOS intervista il regista cileno Pablo Larraín:“Il mio Neruda è un cocktail di sogni”

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ROMA
PABLO Neruda secondo Pablo Larraín. Il sommo poeta comunista raccontato dal talentuoso regista figlio dell’oligarchia di Pinochet. Candidato per il Cile agli Oscar, accolto in modo controverso in patria, Neruda è una nuova pagina con cui il quarantenne rampollo dell’ex potente ministro Magdalena Matte prosegue la rilettura critica della storia cilena e degli orrori del regime, dopo Tony Manero, Post mortem e No. Cambiando, anche stavolta, registro. Più sentimentale e onirico, dall’anima nerudiana. Il film, in sala domani, è ambientato nel 1948, quando il senatore Pablo Neruda denuncia pubblicamente il governo connivente con gli Stati Uniti. Il Golpe del 1973 è lontano, ma Neruda è costretto alla clandestinità dal governo di Gabriel González Videla, che ne affida la caccia all’ispettore Oscar Peluchonneau. Pablo Larraín, all’incontro in un albergo in via Veneto, ha abbandonato la diffidenza di qualche anno fa, si racconta con calore e senza pudore.
Perché Neruda?
«L’idea è stata di Juan de Dios, mio fratello e produttore dai tempi di Post Mortem. Gli ho detto che era pazzo. Come avrei potuto farlo parlare? Ci siamo rivolti a Guillermo Galderòn che già nella prima stesura è riuscito a dare la parola a Neruda. Qualche anno dopo abbiamo scoperto l’esistenza di Oscar Peluchonneau. Era quella la chiave. Cambiare il punto di vista, vedere il mondo con i suoi occhi. Mi sono rilassato. Neruda per noi cileni è ovunque: nell’aria, nell’acqua, negli alberi. Ha definito il nostro paese e il nostro linguaggio come nessun altro».
Quando ha scoperto la sua poesia?
«A scuola, avrò avuto dieci anni. Per questo cercavo di prenderne le distanze come da qualcosa che è imposto. Poi, per scegliere le poesie del film ho letto tutto Neruda in due anni».
Cosa ha scoperto?
«Che di lui avevo un’idea superficiale. Era esperto in cucina, vino, viaggi. Era un diplomatico, collezionista, senatore. Avrebbe potuto diventare il presidente del Cile, se non avesse fatto un passo indietro per favorire Salvador Allende. Cosa sarebbe accaduto se fosse stato eletto? Ecco un’altra storia da film: che succede quando è un poeta a guidare un paese? Neruda ha plasmato il Cile. Il mio è un anti-biopic, non un film su Neruda, ma sul suo cosmo. Su noi che abbiamo fatto il film dopo aver assorbito la sua vita e la sua opera. Neruda è un cocktail di sogni, un cuscino su cui poggi la testa e chiudi gli occhi. È capace di descriverti prima ancora che tu sia nato. È come Pasolini: non potrei immaginare il mondo senza Pasolini. Ma, proprio per questo, Neruda è incatturabile. Allora devi giocare in modo libero, senza metterlo in una scatola. Non andate a vedere il film per sapere chi era Neruda».
È un film pensato come una poesia di Neruda.
«Sì. È stata questa, l’ossessione. Due settimane prima del set mio fratello Juan mi chiama: “Pablo, siamo fuori budget, devi tagliare una settimana di riprese, venti pagine di copione”. Guillermo vola da New York, ci chiudiamo in una stanza. Lavoriamo come pazzi e alla fine ne aggiungiamo altre venti. Ho spiegato a cast e troupe la nostra missione. Abbiamo deciso che Neruda avesse solo un paio di vestiti. Ho girato più che potevo e poi ho portato il meglio al montaggio. Alla fine tutto ha avuto una logica. Ma prima è stato necessario fabbricare l’incidente. Io non voglio cambiare il mondo, non ho questo potere. Io fabbrico incidenti che non controllo e che diventano un’esperienza nuova da condividere».
La poesia di Neruda l’ha cambiata?
«Molto. Ha cambiato il mio rapporto con il mio paese, mi ha reso consapevole di quanto amo la mia gente e la mia storia, che voglio rispettare e proteggere. Dal punto di vista personale ho capito che bisogna rischiare. Per farlo hai bisogno di persone che lavorano al servizio della tua ambizione, diventando una famiglia artistica. Lo sono i miei attori, Luis Gnecco, Gael Garcia Bernal, Alfredo».
Quali sono state le reazioni in Cile?
«È stato scritto il meglio e il peggio che si può dire di un film. Ai tempi di No qualcuno disse che delegittimava chi combatteva Pinochet, perché invece delle torture raccontava la storia del pubblicitario per la campagna del No. La gente non ama le metafore, legittima solo ciò che pensa già. Di Neruda ognuno ha una sua idea personale. Incarnarlo in un corpo è impossibile. Questo è il problema del cinema, il motivo per cui Garcia Lorca non ha dato mai i diritti di Cent’anni di solitudine.
Noi abbiamo dato un corpo fisico a Neruda, molti lo hanno odiato. Perfetto: non voglio essere amico di chi guarda il film, sono qui per porre un problema e invitare la gente a portarlo con sé».
Anche per la sua storia personale, lei ha un rapporto non facile con il suo paese.
«È difficile parlarne. Non amo lamentarmi in pubblico. È complicato e doloroso. Sono abituato al fatto che le peggiori recensioni arrivano dal mio paese».
Il film è il candidato all’Oscar per il Cile.
«In molti hanno capito perché abbiamo voluto giocare con la sua figura, anche se ci insegnano a non giocare con gli dei. Quando abbiamo iscritto il film alla Quinzaine a Cannes era obbligatorio indicare il genere. Ho chiamato il festival perché lo spazio restasse vuoto. Neruda è un noir, una black comedy, un road movie, un western. Un film su Neruda non puoi metterlo in una scatola: devi viaggiare libero nella sua poesia».
Come ha reagito la Fondazione Neruda?
«Una serie di appunti e correzioni, ma poi alla fine hanno detto: “Fate ciò che volete”. Hanno capito che Neruda non appartiene a loro, ma a ciascuno di noi. Quando ha vinto il Nobel, nel discorso Neruda ha ricordato così i suoi anni in fuga: “Non so se li ho vissuti, sognati o scritti”. Ecco, questo è il nostro film».



Discorso di Stoccolma [NOBEL 1971: AGRADECIMIENTO LOS MENSAJES DEL PUEBLO CHILENO.] (Pagine 341-346.) La trascrizione incluse più o meno le ripetizioni, mancanza di correlazioni ed altri sbagli che sono caratteristici di un testo orale estemporaneo.


Bene, in realtà è Pablo Neruda che parla a voi, cileni, questa notte. È lo stesso di prima di questo rinomato premio. E l’avere un cognome in più nella firma, nella sigla o nel nome è, sebbene un motivo di allegria, di gioia, è anche una complicazione in più delle molte che mi ha portato la vita. Ma non generalizzo troppo. Voglio contar loro i miei sentimenti su molta semplicità.
Io ho ricevuto questa notizia con parecchia sorpresa. Non voglio esagerare. Ma è troppa sorpresa. Non una sorpresa di quelle come se cadesse una porta davanti ad uno. O si aprisse. Bensì una sorpresa gioiosa. È già molto tempo che i giornalisti mi domandavano: Bene, lei, quando va a prendere il premio? Io dicevo loro: lo domandi all’Accademia Svedese. Quella era la mia risposta. Ma c’era qualcosa più di quella domanda professionale dei giornalisti. Da tutte le parti, principalmente nel mio paese, nella mia patria, davanti a voi, dove sto parlando alla gente più inaspettata, di sopra, di sotto, di fronte o di lato e soprattutto la gente più modesta, la gente del nostro paese, la gente che più io voglio, la maggioranza immensa, la gente di quella maggioranza mi domandò molte volte in miniere, campi e strade, mercati e librerie, quando andavo a ritirare io il premio? Perché non me lo davano?
Essi credevano che fosse questione che qualcuno toccasse un bottone nel mondo e le cose sono più complicate di quello. Ed allora mi ero abituato già a non averlo ed inoltre ad avere quell’esperienza deludente, perché molte volte mi avvicinavo tanto al premio che già lo credevo avere, perché mi venivano a dire che era già un fatto che era già un fatto, ed al giorno dopo con grande soddisfazione di colui che l’ottenne in quell’occasione, era il premio per un altro poeta che lo meritava senza dubbio, più di me. E quel premio era naturalmente quasi sempre ben dato.
Ed ora, allora, è accaduto questo. E devo naturalmente pensare, riflettere, a molte cose che si aggiungono, che non si agiungono. Perché uno non può cambiare… Ha sempre una nuova responsabilità. Io non sfuggo dalle responsabilità. Innanzitutto voglio dirvi che voglio ringraziare in Cile quanti mi hanno salutato da lontano. Io so quello che per molti costa in denaro un cablo, un telegramma. Bisogna pensare e parlare delle cose come sono, perché a me è costato molto per tutta la mia vita comandare cablo all’estero dato che costano molto. Ma a coloro, infine, per cui era più semplice o più difficile, li ringrazio per questi tanto quanto coloro che se ne servirono per inviarmi saluti. Tra essi, naturalmente, il mio amico ammirato e caro, il presidente della Repubblica Salvatore Allende in piena lotta per restituire la nuova indipendenza della nostra patria. A lui e a Tencha, la dolce. Ai capi dell’esercito e della marina che hanno avuto un pensiero per un poeta che sta vicino alla tradizione ed ha celebrato gli eroi ed è stato in tutti sensi con la storia eroica della nostra patria. Perchè parlare di cose che mi hanno commosso, come il saluto del cardinale della Chiesa del Cile che mi ha salutato spazzando via le frontiere delle cose che ci differenziano, delle idee che ci separano e delle lotte che ci uniscono.
Infine, a postini, a minatori, a contadini, amici personali, al popolo del Cile, alle centinaia e centinaia di telegrammi che io ho ricevuto questa volta, in queste circostanze per me sorprendenti. Ma infine, se esaminiamo, se voi mi domandate, che cosa è questo? Di che cosa si tratta? Se quello ha qualche significato dentro, fuori di me, dato che quella è la cosa più importante? Ed è quella la domanda che mi hanno fatto molti dei giornalisti che vennero dalla Francia, da questo paese, come da altri paesi dell’Europa. Se questo ricadeva in qualche modo nella vita sociale del Cile, della mia patria, io malgrado tutto credo che questi premi non sono politicizzati fino a questo estremo, penso che comunque, come quando si produce un frutto o molti in un albero, in una pianta, i frutti cadono e cadono per il mio paese.
Soprattutto quando attraversiamo questo momento spettacolare della nostra vita che è guardato con attenzione da tutti i paesi del mondo, da tutti gli spiriti liberi della terra, da tutti i governi, da tutti i giovani, da tutti i vecchi.
Un’altra volta mi trattenete qui tra i miei libri, tra le cose che mi piacciono. Sopra sta il dovere, l’ambasciata, i tremendi viavai. Questa ambasciata è una vecchia casa.
Come dicevo, ricordo tutti voi e ringrazio per i sentimenti espressi in molti messaggi che mi sono arrivati. Tra le forze armate non posso dimenticare, la Forza Aerea che mi ha onorato con un telegramma ammirabile, carabinieri, il comando dei carabinieri, le università, quella del Cile, la Cattolica ed altre, l’Università Tecnica, gli operai del rame, gli operai del salnitro, infine, corporazioni e corporazioni che mi hanno salutato questa volta.
Neanche posso dimenticare l’ammirabile messaggio del mio partito, il Partito Comunista, la cui altezza e la cui ampiezza mi ha fatto essere ancora una volta orgoglioso di avere, da tanti anni, condiviso la lotta dei comunisti, dei discendenti di Recabarren, dei discepoli di Lafertte. Anche gli altri partiti che mi hanno salutato, devo salutare e ringraziare.
Ma in generale, è tanto poderosa questa onda di saluti che mi commuove, che scuotono in me tutti i sentimenti che non stanno mai addormentati, che stavano aspettando il messaggio della mia terra, che ora quando municipalità e persone, corporazioni e sindacati, università e partiti mi salutano, devo anche chiedere qualcosa ai cileni. Sebbene io so, come dicevo, che questo premio ricade nella nostra nazionalità e va anche verso i paesi americani che sono stati il mio tema, che hanno fatto parte integrale della mia poesia durante tanti anni, ho anche il diritto di chiedere al mio popolo in queste ore trascendentali per la vita del Cile, quando da tutti i posti più lontani del pianeta ci si guarda sperando, sperando ll meglio per noi, voglio chiedere a tutti i cileni, a nome di questa onorificenza, che si mantenga la ferma lotta per cambiare l’anacronistico, vecchio e marcio sistema il passato, salutando all’Unitad Popular, che lotta accompagnata dalla maggioranza del paese per la trasformazione del Cile, devo dirvi un’altra volta quello che si sa: la responsabilità di ognuno dei cileni. Stiamo noi vivendo un punto culminante della storia: ritorniamo al passato feudale, torniamo a consegnare le nostre ricchezze che consegnò l’oligarchia cilena, i conservatori che si mascherano da patrioti e che diedero il patrimonio nazionale agli stranieri? O cambiamo il sistema di latifondi, cambiamo il sistema di monopoli? Cioè, andiamo all’indietro: questo è il minuto, questo è il momento. O andiamo decisamente a cambiare il viso e la profondità la nostra patria? Che questo sentimento in cui la speranza si sta costruendo, in cui stiamo versando il contenuto di una lotta che incominciò coi liberatori della patria, nel 1810: si sta decidendo in questo momento quello destino. Quando ci guardano, specialmente i paesi dell’America, dobbiamo sentire tutti noi la responsabilità di questo minuto storico, come la sentirono nel passato i liberatori. Stiamo nell’epoca della liberazione e se prima vediamo nella storia figure individuali che si evidenziano, il mondo è cambiato ed i liberatori, i liberatori non sono solo i quattro, cinque, sei o sette nomi che si distinguono in questa lotta, ma ora tutta la maggioranza, tutto il popolo ed ognuno ha il suo compito, la sua responsabilità ed il dovere di comprendere le difficoltà che dobbiamo attraversare per pulire la strada ed il destino della patria e fare del Cile un paese con maggiore dignità, con maggiore scioltezza, con la prosperità che ci appartenga, un paese che sia lezione, insegnamento e fiore tra i paesi della nostra America, tra i nostri fratelli latinoamericani.
Sono grandi compiti.
Se il mio premio, o se la mia conversazione devia da questo premio, è perché il sentimento di riconoscerlo non solo va oltre la superficie dal nostro paese, ma anche esce dalla mia intima persona, dalla mia personalità e dalla mia propria poesia.
Ahi, quante volte nella storia della mia vita si confusero i sentimenti di creazione o di ispirazione, o di lavoro, con gli ampi, profondi ed estesi sentimenti di amore verso la mia patria, alla quale tante volte cantai…
[Presenta davanti alle camere sua sorella Laura “che vuole dire la mia infanzia” ed a Matilde “che significa la mia vita matura”.]
Insieme, con esse, stiamo vedendo i messaggi, telegrammi, le lettere e, infine… Beno, anche voi informerete per sapere i miei progetti. I miei progetti sono compiere i miei doveri che il governo ed il presidente Allende, il compagno presidente, mi fecero l’alto onore di rappresentare il mio paese e continare a rappresentarlo. A vedere se mi concedo un minuto per riuscire a salutare personalmente i cileni. Io credo che questa notte ho parlato troppo, ma ho sgombrato anche troppe cose dentro me. Specialmente, ricordi, dettagli, individualizzazioni. Ricordi per Parrl, per Valparaíso, per Temuco, per il nord, per il sud. Infine, quanti si credono dimenticati dar me, non lo pensino. Io li sto ricordando tutti. Sebbene abbia parlato loro troppo serio, con un viso che sembra triste, non si dimentichino, già hanno conosciuto in Cile troppo il mio viso per sapere che io sono triste esternamente e allegro internamente.
Allora, un’altra volta, voglio dirvi che questo premio, questa onorificenza, abbraccia oltre i miei meriti e la mia poesia e abbraccia, e parlando in verità e sinceramente, molte cose, molte imprese che io non feci, ma anche altri, tra essi la nobile figura di Gabriela Mistral che prima che io ricevessi questa onorificenza straordinaria e qui, vicino a Matilde, mia moglie e vicino a mia sorella Laura, rimarrò questi giorni compiendo i miei lavori e ricordando e salutando tutti.
Viva il Cile e vinceremo, come dice quel lemma che tanto ci scosse il cuore fino a portarci ad una meravigliosa vittoria che dobbiamo mantenere!

Testo dell’intervento del 23 di ottobre del 1971,
diffuso da Parigi dal Canale Nazionale della
Televisione. Edito in
El Siglo, Santiago, 25.10.1971

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