“La mafia uccide d’estate Anche a Bari” Attilio Bolzoni recensisce L’estate fredda, l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio

* IL LIBRO L’estate fredda
di Gianrico Carofiglio ( Einaudi, pagg. 352, euro 18,50) L’autore incontra i lettori oggi a Roma, ( ore 18, Feltrinelli Appia)
Ci sono i morti per le strade e ci sono gli scomparsi. Ma nessuno spara al quartiere San Paolo, a Bitonto, a Giovinazzo. Lì, tutto è tranquillo. Più che una piccola grande guerra di mafia sembra un regolamento di conti interno al clan di Nicola Grimaldi, quello che chiamano Tre Cilindri per il cuore spompato, un’insufficienza cardiaca. Cadono solo da una parte, tutti uomini suoi. Fanno fuori Gaetano D’Agostino, detto il Corto. Nel silenzio se ne va Michele Capocchiani, detto il Porco
Poi stendono Gennaro Carbone, detto la Stecca. E nella stessa settimana svanisce come un fantasma pure Simone Losurdo, detto la Zanzara. I confidenti non parlano, i telefoni sono muti, i carabinieri indagano ma non capiscono cosa agita gli ambienti criminali della città. Una fonte “attendibile” fa sapere che hanno rapito anche un bambino. I sequestratori chiedono un riscatto alla famiglia, una somma molto alta: duecento milioni di lire. Non è un bimbo qualunque, è il figlio più piccolo di Tre Cilindri. Una pazzia. Ora sì che potrebbe scatenarsi una guerra totale. Bari, è la primavera del 1992.
Per decifrare lo scontro nella consorteria mafiosa, il nuovo comandante del nucleo operativo si affida all’esperienza di un sottufficiale un po’ malinconico, apparentemente prigioniero di una rigidità molto piemontese, paziente, riguardoso delle regole e soprattutto con la capacità di dubitare, di non accontentarsi mai di ciò che agli altri sembra scontato. Nell’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, L’estate fredda (Einaudi), ritorna il maresciallo Pietro Fenoglio (era già entrato in scena in Una mutevole verità) che per scoprire chi sta mettendo sottosopra Bari deve ricorrere a tutta la sua intelligenza investigativa e sfruttare vecchie «amicizie» fra i malavitosi, personaggi che per un motivo o per l’altro hanno un debito di gratitudine con lui. Per come ha fatto sempre il carabiniere.
«Se vuoi incastrare i cornuti devi essere più cornuto di loro». È da una vita che il maresciallo sentiva questi discorsi. «Le regole sono importanti ma non si possono rispettare sempre. A volte si possono — si devono — violare per il bene superiore». Per quel bene superiore Fenoglio «aveva visto cose che gli facevano schifo e aveva deciso che quel bene superiore non lo interessava».
Pensieri che lo inseguono all’inizio di una stagione inquieta, anche per il sole che non c’è, il termometro segna gli 11 gradi, è quasi estate e sembra autunno. Il maresciallo è rimasto solo, sua moglie Serena se n’è appena andata via da casa. E mentre a Bari una mafia miserabile si sta suicidando fra «tragedie» e tradimenti, in quegli stessi giorni — fra il 23 maggio e il 19 luglio — uccidono prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino.
Narrativa e fatti realmente accaduti si mescolano in un racconto dove il protagonista è costretto a spingersi nei territori di confine fra il giusto e il non giusto pur di rintracciare il filo che lega i delitti. E trovare i colpevoli, ormai non più solo degli omicidi e del rapimento di un bambino. La trama riserva fin dalle prime pagine un avvenimento sconcertante: il figlio di Tre Cilindri è in fondo a un pozzo, raggomitolato, «come se avesse cercato di abbracciarsi a qualcosa, a qualcuno». Segni di lacci ai polsi, lesioni al capo, nessuna violenza sessuale. Il bimbo però non è morto per le percosse ma gli è venuta a mancare l’aria, soffocato, dopo che il suo cuore si è fermato per un forte spavento. Un difetto congenito al setto interatriale, come suo padre.
Chi ha l’ha ucciso? Chi è stato così folle ad eliminare il figlio di Tre Cilindri? I primi e unici sospetti si concentrano su Vito Lopez detto il Macellaio, scomparso pure lui, probabilmente in fuga con tutta la famiglia. Lopez era diventato il braccio destro di Tre Cilindri, poi però la paranoia del suo capo ha fatto saltare il banco. Un giorno al Macellaio uccidono un amico e il cane, gli dispiace per l’amico, si dispera per il cane. Lo braccano in tanti — gli uomini di Grimaldi e i carabinieri — ma Lopez precede tutti e si consegna in caserma. Non ha scampo: vuole pentirsi. E comincia a cantare. «In data 19 maggio alle ore 10,00 in Bari, presso gli uffici del Reparto operativo dei carabinieri, dinanzi al Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore della Repubblica dottoressa Gemma D’Angelo, assistita per la redazione del presente atto da… è comparso Lopez Vito».
Nelle storie di Carofiglio fanno irruzione per la prima volta i verbali giudiziari con la forza letteraria che a loro attribuisce Carlo Emilio Gadda, ma Fenoglio e il suo capitano in una conversazione sempre più intima ricordano Italo Calvino e come definiva — l’«antilingua» — quel linguaggio burocratico che è un ostinato tentativo «di prendere le distanze dalla concretezza del mondo reale». È in uno di questi verbali che il Macellaio confessa sette omicidi. Ma dice — giura — di non sapere niente del bambino. Quello che sembrava ovvio non lo è più, l’indagine sprofonda un’altra volta nel vuoto.
L’interrogatorio di «Lopez Vito» un pomeriggio viene bruscamente interrotto. È quello del 23 maggio, dalla Sicilia arriva la notizia di Capaci. Il sostituto procuratore Gemma D’Angelo è sconvolta, lei aveva deciso di fare il magistrato «perché volevo essere come loro», i giudici del pool di Palermo. Giovanni Falcone l’aveva anche conosciuto personalmente, a un corso del Consiglio Superiore.
Passano altri giorni e altre settimane nella Bari dove è aperta la caccia all’assassino di un bimbo. Intanto il Macellaio continua a parlare. E racconta dei gradi, le “doti” dell’associazione criminale La Società Nostra. Picciotteria, Camorra. Sgarro. Santa. Vangelo. Trequartino. Diritto di Medaglione. Tanti segreti. Tranne uno: chi ha voluto la morte del figlio di Tre Cilindri.
Fra miserie umane, peccati veniali e mortali — mentre a Palermo è già il 19 luglio e salta in aria Paolo Borsellino — affiora la verità. Troppo vicina per non fare paura.

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