Trekking urbano

Sentieri, pellegrinaggi strade storiche e passi Si moltiplicano le iniziative per praticare il trekking urbano
Impariamo a camminare tra città e natura
GIANNI BIONDILLO*
IL COMBINATO disposto fra la decisione, presa l’ottobre scorso, del ministro Franceschini di dichiarare quello corrente l’anno dei cammini e l’apertura del giubileo straordinario della misericordia da parte di papa Francesco, ha reso il 2016 un anno davvero particolare. Ce lo ricorderemo come l’anno dove l’intera nazione s’è messa in cammino. Per sentieri, vie storiche, pellegrinaggi, passi. Del lungo elenco di iniziative fioccate in tutto lo stivale ricordo, fra le ultime, “La giornata del camminare”, il 9 ottobre scorso, organizzata da Federtrek e ora, il 31 di questo mese, “La giornata nazionale del trekking urbano”. Per chi non ha dimestichezza con l’argomento la definizione potrebbe apparire contradditoria: cosa c’entra il trekking con la città?
Forse dovremmo scrollarci di dosso alcuni luoghi comuni sul tema. Il trekking non è uno sport estremo. Non ha nulla a che vedere con la logica della prestazione performativa, muscolare, non cerca un primato, un successo. Fare trekking significa camminare col passo dell’ultimo della fila, non con quello del primo. Che a pensarci è già di suo una bella rivoluzione filosofica: è un attività che implica la condivisione di una esperienza, non l’ardimentosa prestazione del singolo.
Il trekking ha, alla fine del secolo scorso, scoperto a passo d’uomo il paesaggio naturalistico che avevamo dimenticato, messo da parte, abbandonato. È stato un modo semplice, e “politico”, di farlo tornare nel nostro universo simbolico, chiedendone la cura. Ma fermarsi all’idea che “paesaggio” sia sinonimo di “natura” significa perdere di vista come tutta la nazione sia stata disegnata, modificata, dall’intervento millenario dell’uomo. La maggior parte di noi camminatori vive in città, ed è proprio la città che negli scorsi anni abbiamo smesso di guardare, vivendola solo come il luogo della produzione. Ecco perché portare l’esperienza del trekking dentro i centri urbani è diventato un modo di cambiare la prospettiva e il significato di quei luoghi. Il nostro paesaggio comune è questo, ed è contraddittorio che spesso sia quello che meno conosciamo.
Fare trekking urbano non è semplicemente fare una gita turistica. Chi lo pratica è quasi sempre residente della stessa città che visita. È un modo che ha l’abitante di riprendersi simbolicamente le piazze, le strade, i quartieri. È una richiesta di identità. Conoscere dove si vive significa amare, avere cura e rispetto. Conoscere le storie depositate in certi nomi, luoghi, pietre, è come raccogliere le erbe medicinali in un giardino medievale per farne unguenti. Per rendere più salubre la quotidiana convivenza.
Ora però credo occorra fare un passo ulteriore. Fermarsi ai centri storici non basta, per quanto sia doveroso. In fondo riconoscersi nell’eredità del passato è comodo e pacificante. Ma la maggior parte di noi vive fuori dalla città consolidata. È ora di ragionare ad una scala metropolitana, con percorsi di dimensioni più vicine alle escursioni naturalistiche. Insomma, uscire dai centri storici, attraversare la città del novecento, raggiungere le periferie e la città diffusa. Trovare le contraddizioni, i problemi irrisolti, ma anche scoprire il deposito di storie, di memorie, spesso difficili da scovare, come tartufi preziosi sepolti da infrastrutture, capannoni, villette. La dimensione metropolitana è l’autentica sfida del trekker oggi, se vogliamo davvero prenderci cura dell’intero territorio, senza pregiudizi. Perché, ricordiamocelo, dobbiamo lasciarlo in eredità ai nostri figli il più integro possibile.
* Architetto e scrittore, è autore di Passaggio a Nord- Ovest. Milano a piedi dal Duomo alla nuova fiera (Terre di Mezzo). Il suo nuovo romanzo è Come sugli alberi le foglie (Guanda).

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