“La ragazza del treno Il thriller scorre lungo il finestrino del vagone” di NATALIA ASPESI

Sin dall’inizio il viso smunto e lacrimante di Rachel non promette niente di buono, almeno per lei e per chi avrà il problema di trovarsela accanto. Non le manca nulla per giustificare quel suo sfinimento, che turba chi la osserva sul suo stesso lento treno che ogni mattina e ogni sera viaggia dalla periferia al centro della città e ritorno. Nulla del peggio, povera ultratrentenne Rachel: sterilità, abbandono, divorzio, licenziamento, solitudine, alcolismo, depressione, smemoratezza con incubi sanguinolenti. Un’esagerata Cenerentola contemporanea in cui forse le donne, anche le più sagge e realizzate, ritrovano la parte oscura di se stesse, la minaccia antica che talvolta immaginano possa incombere ancora sulla loro vita.
Infatti il romanzo La ragazza del treno dell’inglese Paula Hawkins (donna) è uno di quei successi editoriali inaspettati che ha infiammato un immenso pubblico femminile: tradotto in 30 lingue, 15 milioni di copie vendute nel mondo, in Italia (Piemme) 600 mila (quindi con un paio di milioni di lettrici e anche qualche lettore), restando da noi in classifica per quasi due anni e forse ritornandoci adesso, all’uscita del film americano dallo stesso titolo, diretto da Tate Taylor (uomo). Che segue la storia in fotocopia, solo spostando il luogo del thriller del cuore e del gender da Londra a New York.
Lungo il quotidiano percorso del treno, Rachel (che è la bella, truccata da sbiadita, Emily Blunt) passa dietro una casina bianca di legno dove abita una giovane coppia sconosciuta che si bacia sul balcone proprio quando arriva il treno, incurante dei voyeur sferraglianti: Rachel fantastica attorno ai due, Megan e Scott, e alla loro felicità, a lei negata, per poi sulla stessa strada intravedere lo chalet pure bianco dove lei un tempo viveva con il marito Tom (Justin Theroux); che adesso è sempre lì, felicemente, ma con Anna (Rebecca Ferguson), la nuova giovane moglie e la loro figliolina. Quella che Rachel non è riuscita ad avere. Da questo momento, soprattutto per chi non ha già letto l’appassionante romanzo e quindi sa tutto, uno spavento via l’altro; Megan (Haley Bennett), la deliziosa sexissima moglie di Scott (Luke Evans), quelli della coppia perfetta, scompare; è fuggita con lo sconosciuto che, sempre sul fatale balcone, una mattina Rachel ha visto baciarla? Ha semplicemente abbandonato il marito perché come può capitare alle impazienti, annoiatissima di lui? O è stata uccisa? E in questo caso, come in ogni thriller, chi è stato e perché? Rachel s’improvvisa detective generando pasticci, e svegliandosi ogni tanto terrorizzata: sarà mica stata lei tra una sorsata e l’altra di gin contenuto nella bottiglia di acqua minerale?
Ogni quarto d’ora c’è un nuovo sospettato, che potrebbe essere il vero assassino: appunto Rachel, oppure il marito di Megan, oppure lo psicanalista da lei sedotto Kamal (Edgar Ramirez), oppure il vicino, oppure la vicina, oppure uno sconosciuto che scende dal treno. Oppure chissà. Finalmente, dopo una serie che è poco definire, come piace al web, mozzafiato, di rivelazioni, smentite, randellate, fantasticherie, altri tentativi di omicidio, il rompicapo è risolto: in aiuto c’è la materna sagacia di una matura poliziotta dalla celebre faccia sconosciuta e che comunque è Allison Janney, vista in decine di film e nella serie Masters of sex. Finalmente Rachel torna bella ed elegante, smette di bere, e, era ora, si pettina.
I tre maschi di La ragazza del treno, due mariti e uno psicanalista specializzato in turbe femminili, sono difettosi, come può raccontarli una moglie dopo quarant’anni di convivenza arrivati al rancore: un po’ sessuomani, un po’ violenti, sempre colpevolizzanti, taciturni, poco affettuosi anche se innamorati. Nel film poi sono giovani, belli e privi di qualsiasi fascino, come quasi sempre ormai, protagonisti asessuati che non rispondono più ai desideri femminili non adolescenziali, come un tempo Cary Grant, e poi Jeremy Irons e più recentemente Johnny Depp o Ryan Gosling, tanto per dire.
Quanto ai personaggi femminili, pare di tornare alle eroine del cinema anni Trenta, quando si accumulava su di loro ogni tipo di disgrazia prima di arrivare al lieto fine o, se peccatrici, alla morte. Qui, non solo Rachel ma anche le apparentemente felici Anna e Megan o si struggono in segreti drammatici, o abusano del sesso per dimenticare, o non reggono la vita domestica, o hanno angosce sul ruolo materno. I mariti paiono su un altro pianeta, ignari o colpevoli, mai come le donne del romanzo e del film, ma anche della realtà, vorrebbero, assurdamente, che fossero.

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