“Lethem “Il mio falò delle vanità intellettuali” ” di ANTONIO MONDA

Alan, un uomo fortunato [e altri racconti] , da domani in libreria ( Bompiani, trad. di A. Silvestri, pagg.
148, euro 16)
NEW YORK
Jonathan Lethem è il titolare della cattedra di scrittura creativa che fu di David Foster Wallace. E, sulla scia del predecessore, sa criticare ferocemente certa intellighenzia del suo paese. Come fa nel racconto “Il re delle frasi” (pubblicato nella raccolta “Alan, un uomo fortunato” ora in uscita in Italia) in un cui una donna intellettuale va in estasi fino all’orgasmo di fronte alle frasi a effetto del marito:
«Una storia che ha provocato reazioni stizzite nel mondo letterario — racconta lui, dal suo ufficio universitario di Pomona — è la prova che ho colto del segno».
E del resto, tra gli scrittori americani della sua generazione, Lethem è forse quello più attento alla commedia dell’assurdo che attraversa certi ambienti americani. Ed è anche il più interessato alla cultura popolare — come testimoniano i suoi libri più celebri, Brooklyn senza madre e La fortezza della solitudine — e ai temi politici: cresciuto in una comune a Brooklyn, è diventato adolescente leggendo fumetti mentre i genitori, attivisti di sinistra, si accapigliavano in interminabili discussioni sulla politica rivoluzionaria. E poi c’è la sua grande passione per Philip K. Dick, a cui ha dedicato un magnifico saggio. Quanto al nuovo libro, composto da nove racconti, propone storie piene di intuizioni folgoranti, a base di ironia anche crudele, senso di spaesamento, tenerezza.
La sua è in primo luogo una critica feroce agli intellettuali…
«È quello che penso di un certo mondo radical, che mitizza la cultura senza comprenderne il cuore. Devo tuttavia ammettere che è una critica anche a me stesso. Sono cresciuto pensando che gli scrittori fossero delle creature superiori, quasi superumane, ma ora, a cinquant’anni, mi rendo conto della fragilità e poca saggezza che abbiamo tutti, io più degli altri. E questo non può che generare delusione: l’unica reazione è l’ironia. E cerco di ritrovare l’entusiasmo che avevo quando inseguivo gli autori per farmi dare un autografo».
Che tipo di scrittori mitizzava?
«Tutti, ma in particolare quelli che vivevano in disparte, quasi da reclusi, senza tuttavia fare di questa scelta qualcosa di sacrale e indirettamente spettacolare: penso a Don DeLillo e Thomas Berger. Berger in particolare ha posto le fondamenta sull’edificio in cui ho lavorato: una mescolanza di temi alti e popolari, e un’ironia quasi da commedie cinematografiche d’epoca. Ne ammiro il coraggio, l’eccentricità e la capacità di ridere in primo luogo di se stesso».
L’altro suo punto di riferimento è molto diverso: Philip K. Dick.
«Mi ha fatto capire che non ero solo. La sua visione distopica del mondo mi ha salvato, specie di fronte alla delusione degli ideali di gioventù».
Negli ultimi anni molti scrittori, a cominciare da DeLillo, si sono cimentati nel racconto, genere da sempre temuto dagli editori.
«I racconti vendono meno, i lettori hanno bisogno di un mondo che trova maggiore completezza nei romanzi. Ma ci sono delle eccezioni: comeDieci Dicembre di George Saunders, bestseller oltre che ottimo libro. Sarei comunque cauto a parlare di una tendenza, si tratta semmai di una coincidenza di necessità espressiva di autori diversi ».
Nello stesso tempo escono libri lunghissimi: Paul
Auster ne sta completando uno da mille pagine.
«Anche in questo caso si tratta di una coincidenza, dovuta forse alla reazione al linguaggio impoverito da Twitter: si sente l’esigenza di una lingua ricca e di storie sviluppate. Ma non è una novità nella narrativa americana. E poi anche la lunghezza eccessiva spaventa gli editori, malgrado il successo di romanzi come Il Cardellino di Donna Tartt».
E veniamo ai suoi racconti, in cui lei prende di mira una serie di figure tipiche della nostra epoca. Ad esempio, uno dei suoi protagonisti è un critico del porno.
«Non posso rivelare di chi si tratta, ma è ispirato a una persona che conosco. Prima ancora della serietà attribuita a questo tipo di argomenti, sono affascinato dalla commercializzazione del desiderio».
In “Aspirante Vegano”, invece, c’è una riflessione sull’indifferenza della natura che parte dalla visione di due orche assassine in uno zoo.
«Tendiamo ad avere una visione sentimentale e poetica della natura, che invece è crudele nella sua indifferenza. Cadiamo costantemente nell’errore di rendere gli animali antropomorfi, affascinati dalla loro meraviglia e varietà. E ritengo che l’uomo rispetto alla natura rappresenti un momento disarmonico, non poetico: un virus che genera perenni disastri. Per preparare quel racconto sono andato a SeaWorld con i miei figli: un luogo che vorrebbe essere gioioso, ma in realtà è tragico ».
Lei è un appassionato di cultura pop: qual è la grande lezione che ha appreso dai fumetti?
«Il dinamismo, l’energia con cui bisogna reagire, nella vita. Ma questo entusiasmo va esteso a tutta la cultura pop di cui mi nutro ».
E dalla politica?
«Oggi mi è difficile rispondere: sono disincantato, e mi sforzo di non diventare cinico. Mi sento un dissidente rispetto all’intero mondo politico, ma so che pensando in grande si può ottenere qualcosa, spesso di molto piccolo ».
Manca poco alle elezioni presidenziali del suo paese: come le vive?
«Potrei iniziare una lunga riflessione sull’ondata populista, più forte del previsto, e sull’esaurimento della forza propulsiva delle idee liberal che prescindono dalla candidata in questione, evidentemente non popolare. Mi limito a riassumere tutto dicendo semplicemente “ho paura”».

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