Luis Sepulveda scrive un romanzo su Villa Grimaldi, dove Pinochet torturava gli oppositori

“Basta favole, torno al Cile di Pinochet” di STEFANIA PARMEGGIANI su “La Repubblica” in edicola oggi

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IL LIBRO
La fine della storia
di Luis Sepúlveda ( Guanda trad. di Ilide Carmignani, pagg. 240, euro 17)
Luis Sepúlveda torna al romanzo. Niente favole questa volta, piuttosto un vecchio incubo, un’ombra che nasce dal suo passato e si allunga nel presente, impossibile da cancellare: Villa Grimaldi, la tenuta di campagna a sudest di Santiago che Augusto Pinochet trasformò nel principale centro di detenzione illegale, tortura e omicidio de
gli oppositori politici. In quella fabbrica dell’orrore furono inghiottiti più di cinquemila cileni.
Sua moglie, la poetessa Carmen Yáñez, fu una di loro: rinchiusa, bendata, torturata, riuscì a sopravvivere. Sepúlveda torna in quel luogo per scrivere La fine della storia (Guanda), una novela negra che pur essendo fiction riannoda i tanti fili della sua vita – i giorni della lotta e quelli dell’esilio, le cicatrici lasciate dalla dittatura e la lunga separazione dalla donna amata – con un presente in cui non tutto è risolto: agli inizi della “nuova democrazia” ex agenti della repressione ed ex rivoluzionari sono stati assoldati da L’Oficina, un organismo non ufficiale, per porre fine all’estrema sinistra. Oggi Miguel Krassnoff, l’aguzzino di Villa Grimaldi, riceve dai cosacchi che lo considerano discendente diretto dell’ultimo atamano lettere di stima e solidarietà. «Non importa dove stiamo andando – scrive Sepúlveda – l’ombra di ciò che abbiamo fatto e siamo stati ci perseguita con la tenacia di una maledizione».
Dopo molti anni torna alla sua vita da rivoluzionario e alle miserie del Novecento. Perché ha sentito il bisogno di raccontare “la fine della storia”?
«I romanzi non nascono dopo lunghe e profonde meditazioni. Almeno non nel mio caso. A volte nella realtà accadono fatti che sorprendono, offendono, fanno infuriare e diventano materia di un romanzo. In questo caso fu l’apprendere che in Russia c’è chi considera Krassnoff un eroe e cerca di convincere il governo cileno a liberarlo. Ho sentito il bisogno di scrivere per vedere se il personaggio principale, Juan Belmonte, continua a somigliarmi. La risposta è sì: abbiamo ancora molto in comune».
In “Un nome da Torero” Belmonte era l’ex guerrigliero cileno che dava la caccia a un nazista sfuggito in America Latina. Oggi chi è?
«Allora aveva una quarantina di anni, oggi ne ha sessanta, è più vecchio, desidera vivere in pace alla Fin del Mundo, si muove più lentamente, ma continua ad essere un uomo tosto».
I suoi passi incrociano quelli di Krasnoff, capo del centro di tortura dove è stata rinchiusa sua moglie. Perché ha deciso di mettere quest’uomo al centro di un romanzo?
«Krassnoff è parte della storia, della mia storia e di quella delle sue vittime. In una società dove i crimini contro l’umanità si relativizzano o si giustificano con eufemismi, è necessario mantenere viva la parte più oscura della memoria. Niente deve essere dimenticato».
I sentimenti di Belmonte – l’odio, la rabbia, la tristezza, il desiderio di vendetta – sono anche i suoi sentimenti?
«Chi, come noi, ha sofferto una dittatura ha perduto persone care e compagni, è rimasto senza Paese, ha conosciuto le carceri e la tortura ed è sopravvissuto, all’inizio della sua vita in libertà ha provato un desiderio di vendetta, ma siamo esseri con principi, con un’etica e con una morale. Abbiamo dimenticato rapidamente la vendetta e l’abbiamo sostituita con un ardente desiderio di giustizia. La vendetta non ripara il danno subito, ma una punizione equa, giusta e inesorabile sì, almeno in parte. Io la penso così e Belmonte anche, per questo è incerto quando la possibilità di vendicarsi minaccia di imporsi sul desiderio di una pena giusta e implacabile».
La compagna di Belmonte dopo essere sopravvissuta alle torture ha scelto il silenzio. Sua moglie la poesia… «La parola è liberatoria. Nominare le cose peggiori che abbiamo vissuto ci permette di superarle e nominare le migliori ci fa amare la vita».
In Cile si è discusso se concedere la libertà condizionata a Krassnoff. Può esistere una giusta pena per persone come lui?
«Per fortuna la giustizia cilena ha respinto qualunque possibilità di liberare lui e altri criminali. È un dovere punire implacabilmente i crimini contro l’umanità.
Non ci può essere pietà. Non si può dimenticare né perdonare».
Ha visitato Villa Grimaldi dopo che è stata trasformata nel Parco della Pace?
«In diverse occasioni. Non dimentico la volta in cui tornai con Carmen nelle stanze dove era stata rinchiusa, bendata, torturata… Mentre mi raccontava i dettagli, due giovani ascoltavano in silenzio. Improvvisamente si sono avvicinati, erano agenti della Pdi (Policía de Investigaciones de Chile, ndr). Dissero a mia moglie: “Signora, vogliamo chiederle scusa e le promettiamo che non accadrà mai più nulla del genere”. Nessuno dei due arrivava a trent’anni, l’età dei nostri figli. Carmen li abbracciò, loro insistevano: “Siamo giovani, ma apparteniamo a una forza di polizia che ha torturato o permesso le torture, chiediamo perdono e giuriamo che l’orrore non si ripeterà”. Le loro parole ci hanno dimostrato che in Cile alcune cose stavano cambiando ».
In “Un nome da Torero” parlava di Odessa, la rete di protezione dei nazisti, ora racconta L’Oficina, un organismo che per la storia ufficiale cilena non è mai esistito… «La letteratura racconta quello che la storia ufficiale nasconde ».
Nel libro, oltre ai “bravi ragazzi” del Gap, la guardia personale di Allende di cui anche lei ha fatto parte, ci sono ex rivoluzionari divenuti parassiti dello Stato o mercenari. È deluso dai suoi ex compagni?
«Conosco la natura umana, disprezzo i traditori, quelli che non hanno avuto il coraggio di resistere alla corruzione del potere. Ma sono orgoglioso dei molti compagni che non hanno mai violato il nostro codice etico, la nostra morale di uomini e donne di sinistra. I traditori non deludono, suscitano pietà e disgusto».
Perché per tornare agli anni della dittatura militare e alle sue ombre ha abbandonano il tono fiabesco e scelto una novela negra?
«Nelle favole rifletto sui temi di ieri, di oggi e di domani. La novela negra mi permette, con le risorse formidabili della finzione, di avvicinarmi all’altra storia, quella che ignora volutamente il discorso ufficiale, del potere».

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