Le fatiche di “Stoner” nelle lettere del suo autore

da Repubblica oggi in edicola
di ANTONELLO GUERRERA
«Non ci vedo un grande potenziale», scrive l’agente Marie Rodell nel 1963. «Ha un protagonista così grigio che sarà impossibile venderlo in edizione tascabile», sentenzia l’editore Simon & Schuster un anno dopo. Cosi veniva bocciato “Stoner” di John Edward Williams. Eppure, quel romanzo, con il plumbeo ma adorabile professore di inglese dell’Università del Missouri, oggi è venerato da Ian McEwan, Bret Easton Ellis, Nick Hornby ed è un bestseller dopo la riscoperta sulla “New York Review of Books”. Peccato però che Williams sia morto nel 1994, a 71 anni, in una tenue indifferenza, e oggi sia solo uno “splendido nelle ceneri”, come il suo romanzo mai pubblicato
“Splendid in Ashes”. Ma ora, grazie ad alcune lettere inedite in Italia, possiamo risalire il doloroso Acheronte dell’autore texano, padre di altri due capolavori come Butcher’s Crossing e Augustus, che nel 1973 gli valse l’unico vero premio della carriera, il National Book Award.
Nel 1958 Williams trova una nuova agente, Marie Rodell, «donna di assoluta rettitudine morale». A lei consegna il manoscritto di “Un difetto di luce” (“A Flaw of Light”), titolo originale di Stoner. Williams è ancora stordito dall’incompreso Nulla, solo la notte, dall’accusa di plagio per l’antologia English Reinassance Poetry e dall’amarissimo flop di Butcher’s Crossing, precursore di quel “revisionismo” dell’Ovest che confluirà nella Trilogia della Frontiera di Cormac McCarthy ma bruciato dall’editore Macmillan che lo spaccia come un western anonimo. Comincia così un fitto carteggio tra Williams e Rodell, che si protrae fino al 1963 e 1964, tozzo temporale di queste conversazioni, nelle quali si assaporano le lacrime e gli incubi di Williams, che tradisce ansie e progetti, giustifica con affanno i fallimenti, insegue magre affinità con l’avulsa editoria americana. Perché la sua epoca non lo capisce. Anzi lui, fedele a Melville, a London e all’Henry James di Ritratto di signora, la detesta. Così come disprezza la Beat generation, la contestazione e gli hippy, perché sfruttando Thoreau e Whitman anteponevano le emozioni alla ragione: «Scrivo dell’esperienza umana per poterla capire, attenendomi perciò a una forma di onestà».
Rodell è dunque il suo virgilio in un inferno di umiliazioni. Ma neanche lei è convinta del fascino commerciale di Stoner: «La sua tecnica narrativa, quasi monotona, è desueta», scrive il 13 giugno 1963 a Williams, «potrebbe risultare deprimente per il lettore medio». Lui fa arrivare la risposta in tre giorni: «Certo non mi illudo che possa essere un bestseller. Ma potrebbe essere una sorpresa. Al lettore medio piacerà, o almeno credo». Anzi, “spero”, come corretto da Williams a penna.
Ma Macmillan, nonostante avesse già suicidato Butcher’s Crossing, non si fa scupoli: nein.
Lo stesso altri implacabili editori, da Knopf a Doubleday. Williams non si capacita. Chiede a Rodell di «poter apportare qualche modifica per migliorare il manoscritto ». Ma lei non glielo concede. Il 21 novembre 1963 Williams è disperato: «Non posso credere che non ci sia qualcuno che pubblichi un buon romanzo come questo». Il 10 marzo 1964 la mazzata di Simon&Schuster. Ma qualche mese dopo, ecco la Viking: lo pubblica lei. E fa niente che gli perderà il manoscritto originale e cambierà il titolo in Stoner: «Sono esausto, ogni cosa per
me diventa una soap opera», si sfoga. Anche Stoner, però, toppa. Atroce delusione per Williams, come si legge nella preziosa biografia L’uomo che scrisse il romanzo perfetto di Charles J. Shields, ora pubblicata da Fazi insieme alla raccolta La saggezza di Stoner e a una nuova edizione del romanzo che in Italia ha venduto 200 mila copie. Il sofferto affresco di Williams che ne viene fuori è quello di un buono ma inetto, di un assurdo avanzo della letteratura, di un aspirante dandy che per settimane abbandonava mogli e figli per confessarsi coi fantasmi e l’alcol. Ma la vera, patetica sete di John Williams era la fama. Quando riceveva un piccolo riconoscimento, per l’intera giornata posava nei corridoi dell’università, nell’attesa che un collega si congratulasse con lui. Ma nessuno gli stringeva la mano. Allora lui, a sera, percorreva il corridoio deserto del dipartimento, chiudeva la porta dietro di sé e si immergeva nel suo desolato nulla, solo la notte.
Una lunga teoria di frustrazioni e rifiuti prima della grande fortuna postuma
L’uomo che scrisse il romanzo perfetto
di Charles J. Shields ( Fazi, trad. di N.
Montaldi e F. Di Muzio, pagg. 324, euro 18,50). Per Fazi escono anche la raccolta La saggezza di Stoner( a cura di Barbara Carnevali, pagg. 136, euro 16); e Stoner in edizione semitascabile ( 15 euro)

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