“Così teoria e vita s’intrecciano in Jung ” di MORENO MONTANARI

Il saggio:

CARL GUSTAV JUNG
di Romano Màdera
FELTRINELLI
PAGG. 154, EURO 14
Peccato che il sottotitolo, L’opera al rosso, non appaia direttamente nella copertina di questa monografia sull’eredità terapeutico-culturale dell’opera junghiana. Scegliendo il Libro rosso come punto di vista privilegiato per comprendere la psicologia del profondo, Romano Màdera invita a guardare l’opera junghiana come un esperimento personale nel quale teoria e vita si comprendono e si trasformano vicendevolmente. NelLibro rosso Jung vive infatti in prima persona la straziante lacerazione tra “lo spirito del suo tempo” che, anche grazie alla mediazione di Nietzsche, gli appare del tutto privo di senso, e lo “spirito del profondo” il quale, ben lungi dal ridursi a quell’oscuro serbatoio di pulsioni irrazionali descritto da Freud, gli si rivela come un’inesauribile eccedenza di senso. Questa, tuttavia, parla per immagini: archetipi che richiedono una rinnovata ermeneutica simbolica capace di cimentarsi non solo con il materiale onirico ma anche con le religioni, i miti, l’arte e la cultura in generale.
Si delinea così una sorta di processo alchemico nel quale la vita, presa nel proprio sapere, insegue «la romantica aspirazione alla realizzazione della totalità dell’umano», come elaborazione e ricomposizione delle sue innumerevoli fratture. Una proposta che si spinge ben oltre la mera dimensione terapeutica e mira alla realizzazione di un processo di individuazione — versione psicoanalitica del motto pindarico-nietzschiiano “divieni ciò che sei” — che valorizza il mondo come sua irrinunciabile sponda dialettica, alla ricerca di uno stile di vita più consapevole e armonizzato. Un’esperienza per certi versi simile, nota Màdera, all’originaria pratica della filosofia antica come maniera di vivere improntata alla saggezza.
Ma come rinnovare, senza tradirla, l’eredità di un maestro il cui motto preferito era «grazie a Dio non sono junghiano»? Come «universalizzare l’esperienza individuale e individualizzare il lascito universale» di una proposta per la quale, come amava ripetere Jung, «il metodo è l’analista»? Proprio lasciando la via dell’imitazione per quella dell’individuazione; riconoscendo la dimensione storico-biografica come fondante; liberando il soggetto dalla sterile autoreferenzialità narcisistica per riconoscerlo come «interpunzione del tutto»; rilanciando in chiave laica, ben oltre Jung, il dialogo con le diverse tradizioni spirituali ed esplicitando la sua qualificazione etica, nella consapevolezza che «nessuno resta fuori dalla nera Ombra collettiva dell’umanità» che è tuttavia possibile integrare; partendo da sé ma avendo a cuore la possibilità di incidere sul mondo. Un compito ambizioso ma tutt’altro che futuribile del quale il libro ci offre una pluridecennale e convincente testimonianza.

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