“La letteratura è meglio della realtà” Ian McEwan e Julian Barnes si raccontano.

Due scrittori e una certa idea di romanzo: “Nelle nostre storie c’è una promessa di futuro”
NON ERA MAI ACCADUTO che Julian Barnes e Ian McEwan, due tra gli autori più rappresentativi della moderna letteratura inglese oltre che amici da decenni, concedessero un’intervista in comune. McEwan ha convinto il collega, di due anni più anziano, ad accompagnarlo in Germania: un’impresa non semplice, dato che dalla morte di sua moglie, Barnes conduce una vita molto ritirata. Ma ora eccoli qui, a parlare di infanzia infelice e liberazione attraverso l’arte, della paura del dolore, ma anche del conforto che dà il lavoro sulla lingua
alla ricerca della precisione.
In tedesco esiste il termine “Fremdschämen”, che vuol dire vergognarsi per qualcun altro.
Una facoltà irrinunciabile per uno scrittore?
Julian Barnes:
«Per me la debolezza è più interessante della forza, l’impotenza più del potere. Non mi interessano molto gli autori che celebrano la forza virile. Perciò apprezzo Hemingway, secondo
me uno scrittore frainteso. La sua immagine è quella di un gigante barbuto e litigioso; ma in verità la sua cifra è la debolezza dell’essere umano: non il coraggio, ma la viltà».
Ian McEwan:
«In certi momenti la vergogna o il pudore rivelano tutto un universo».
Nei vostri libri avete creato entrambi un’infinità di personaggi letterari. Queste figure continuano a esistere in qualche piega della vostra coscienza, dove conducono una sorta di vita propria?
Barnes:
«Un romanziere rammenta i suoi personaggi in maniera assai diversa dai suoi lettori. Questi ultimi tendono a vederli come esseri umani reali; mentre noi abbiamo memoria del sangue sulle nostre mani quando li abbiamo plasmati — un po’ come un artigiano ricorda le ferite che si è procurato mentre fabbricava una sedia. Siamo pupari: e dunque sappiamo che si tratta di marionette…».
McEwan:
«Quando un autore rilegge un suo vecchio libro ricorda soprattutto le cose che non ha scritto, quelle che aveva in mente e che poi ha deciso di lasciar cadere; e le vie che ha rinunciato a percorrere ».
In quest’intervista, come nei vostri incontri coi lettori, siete obbligati in qualche modo a recitare la parte di un personaggio di nome Julian Barnes o Ian McEwan: è una componente essenziale del mestiere di scrittore. Per voi è un problema, o fonte di gratificazioni — il piacere di auto- rappresentarsi?
McEwan: «Le rispondo con una frase di Philip Larkin: “Faccio finta di essere me”. È così che mi sento quando leggo in pubblico. A un certo punto si incomincia a provare disgusto per se stessi, per il suono della propria voce. Alla fine ci si sente come un venditore ambulante di spazzole degli anni Cinquanta, che suona a tutte le porte sotto l’occhio diffidente delle massaie».
Barnes: «Quando mi capita di fare qualche lettura, c’è una frase che appare nella mia testa, come un sottotitolo: “Sei una puttana”. Perché naturalmente molte osservazioni sulla propria opera si imparano a memoria; e ci si rende conto di aver inserito nel discorso le stesse pause della sera prima, o anche di aver detto questa o quella battuta come se ci fosse venuta in mente in quel preciso momento. La gente ride, e si pensa: “È andata bene anche stavolta, puttana che non sei altro!”».
McEwan: «Io mi guarderei bene dall’andare a una mia presentazione! E ieri sera mi ha dato un dannato fastidio vedere Julian tra il pubblico, addirittura in prima fila. Ma oggi tocca a lui e mi vendicherò: andrò a sedermi direttamente davanti al suo naso!».
Barnes: «Per un autore che abbia una nuova fiamma, il modo più sicuro per mandare tutto a monte è farsi accompagnare da lei in una tournée di letture. C’è il rischio di sentirsi dire: “Se ti ripeti quando parli per due sere di seguito, cosa sarà mai dopo mesi o anni di vita comune?”».
Una domanda a Ian: a undici anni i suoi genitori la mandarono in un collegio dove dormiva in una camerata con altri trenta compagni… McEwan: «No, erano sessanta!».
PETER KÜMMEL
COS’HA IMPARATO SULLA NATURA UMANA, in quelle notti passate insieme a tanti altri ragazzi?
McEwan: «Il mio collegio era a duemila miglia da casa mia. Ero molto legato a mia madre; non averla più vicina è stato un trauma che ho vissuto in silenzio. Per sopravvivere mi sono ritirato completamente in me stesso. Ma non ho pianto, come facevano tanti altri ragazzi».
Li sentiva singhiozzare di notte? McEwan: «Mio Dio, sì. A volte era insopportabile. Io non piangevo. Non ho mai subìto vessazioni, forse perché ero delicato, pallido e taciturno. Credo di essere rimasto muto e come irrigidito per tre o quattro anni. Solo a sedici anni ho finalmente rialzato la testa. A un tratto ho scoperto che il paesaggio intorno alla scuola era stupendo. E ho incominciato ad amare la musica. E per di più ho scoperto che l’amicizia era possibile».
Fino a quel momento non ha avuto amici?
McEwan: «Tra gli undici e i sedici anni era come se fossi morto. Quando tornavo a casa, su un rumorosissimo DC3 — passando per Londra, Roma, Malta e Tripoli — i miei genitori mi aspettavano all’aeroporto e mi domandavano: “Allora, figliolo, come te la passi?”. E io: “Benissimo”. Non avrei mai confessato che stavo male. Mi sarebbe sembrato un tradimento verso i miei genitori».
Barnes: «Ti obbligavano a scrivere a casa?».
McEwan: «Sì, ogni settimana. “Oggi abbiamo giocato a rugby e vinto trentatré a ventisette. Col tè ci hanno dato le patatine e le uova”. Ecco, queste erano le cose che scrivevo nelle mie lettere».
E neppure un accenno al magone, alla nostalgia di casa?
McEwan: «Non ero capace. Non riuscivo a confessarlo neppure a me stesso. Negli anni Cinquanta un bambino non avrebbe mai detto in faccia ai genitori: “Sto male”. Le mie figliastre lo fanno, ma allora era diverso. Soprattutto i maschi non lo avrebbero mai fatto».
Era un collegio solo maschile?
McEwan: «Sì. Mi è mancata la passione, il batticuore dei primi appuntamenti. Niente ragazze!».
Barnes: «Posso chiederti se hai avuto una fase di omosessualità?».
McEwan: «A undici anni mi struggevo per un compagno bellissimo, ero sempre alle sue calcagna. Pensavo: come sono belli i suoi occhi! Sembrava una ragazza. Ma non è successo niente».
Per lei, Julian, la situazione era molto diversa, dato che viveva con i suoi genitori.
Barnes: «Sì, stavo a casa coi miei, ma anche la mia scuola era solo maschile. E coi genitori mi comportavo più o meno come Ian, anche se li vedevo tutti i giorni. Ho sempre mentito sul mio reale stato d’animo. Dicevo: oggi abbiamo giocato a rugby, è finita trentatré a zero, o cose del genere. Invece mi guardavo bene dal dire che nel Southern Region Train un ragazzo mi aveva quasi tirato giù i calzoni. E soprattutto non dicevo che in fondo stavo male. Dei sentimenti non si parlava».
McEwan: «Eravamo molto soli. A pensarci adesso, quasi inconcepibile!».
Barnes: «Ma ovviamente c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare: tendiamo tutti a travisare il nostro passato. Lo abbiamo riscritto, prima ancora di scrivere i nostri romanzi. Nei miei ricordi mi sono sempre visto come un adolescente molto riservato, un timido topo di biblioteca. Poi, cinque anni fa ho avuto un incontro con un ex compagno di scuola, che mi ha detto: “A quei tempi eri un tipo fracassone e indisponente”. Può darsi che fossi diverso da come credevo di essere. Anche perché la mia scuola era molto competitiva: una vera brain factory, che sfornava giovani universitari».
McEwan: «A me quel clima da brain factory piaceva molto, soprattutto gli esami scritti».
Barnes: «Perché non conoscevamo altro; non avevamo modo di confrontare le emozioni della competitività con quelle di una cotta per una ragazza altrimenti non ci saremmo interessati tanto agli esami. Forse avremmo avuto una vita del tutto diversa, addirittura opposta. E magari poi, a quarant’anni, stufi di bere e fumare canne, avremmo scoperto la letteratura».
Lei, Julian, come l’ha scoperta?
Barnes: «A scuola, una volta alla settimana dovevamo vestirci come soldati, con tanto di stivaloni, cinturone, berretto e bottoni tirati a lucido. Fu in quel periodo che iniziai a leggere Dostoevskij, e una cosa mi apparve chiara: tutto quello che ci avevano propinato, la cosiddetta realtà della vita, al confronto con quanto leggevo era solo un teatrino, uno spettacolo da quattro soldi. E non perché le vite dei personaggi di Dostoevskij fossero più interessanti, ma perché erano autentiche, descritte con onestà, a differenza di quanto mi era stato raccontato fino a quel momento. A un tratto ho pensato: i miei genitori non mi hanno detto la verità. E neppure i miei professori, i giornalisti, i politici».
Lei dunque ha trovato più verità nella letteratura che nel mondo reale. Ma non pensa che la letteratura sia anche un modo per parafrasare la realtà, in altri termini che l’autore si nasconda dietro il testo, o tra le sue righe?
Barnes: «Se mi chiedono perché scrivo, ho alcune risposte standard: il piacere di raccontare, il gusto di lavorare sulla lingua, l’intima comunicazione con persone sconosciute. Ma forse esistono anche altre ragioni. Da giovane ero incredibilmente timido. A poco più di trent’anni lavoravo al New Statesman, e alle riunioni di redazione non riuscivo a dire neanche mezza parola. Ero irrigidito dal terrore che qualcuno mi facesse una domanda costringendomi a parlare. Mi ero costruito una teoria su misura: mi dicevo che scrivere era la mia salvezza, il mio modo per poter conversare con un gran numero di persone. Ma forse questa teoria era solo un muro di protezione, per nascondere anche a me stesso le vere ragioni che mi inducono a scrivere. Forse non voglio neppure conoscerle. Freud non ha detto che gli autori scrivono per far soldi…?».
McEwan: «… e per farsi amare dalle donne.
Sì, è questo che ha detto. (Pausa, ndr). Vorrei raccontare una storia di quando avevo undici o dodici anni. Un insegnante mi mandò nell’ufficio del direttore per recapitare qualcosa alla segretaria, che però in quel momento non c’era. Sul tavolo vidi un fascicolo intestato a me. Sapevo che non avrei dovuto aprirlo, ma al tempo stesso mi dicevo: è qualcosa che mi riguarda».
Barnes: «E che hai fatto?».
McEwan: «L’ho aperto, col cuore che batteva a mille… E ho letto queste parole: McEwan is an intimate boy — un ragazzo riservato. Quella parola ha scatenato come un’esplosione nella mia testa. Ero incapace di continuare a leggere, ho fatto un passo indietro da quella scrivania… Poi, in biblioteca, ho cercato sul dizionario la parola
intimate. Pensavo che si potesse essere in intimità con qualcun altro, ma qui il termine era usato come intransitivo. Allora ero in intimità con me stesso? Quella definizione mi ha sconvolto ».
Sul web ho trovato un’interessante descrizione del suo carattere, Ian. Vuole che gliela legga?
McEwan: «Sarà forse quello che non sono riuscito a leggere nel mio fascicolo?».
No, sono frasi scritte a commento di una sua intervista uscita su YouTube, da qualcuno che la descrive come un uomo sensibile, mite e profondamente inquieto per i mali del mondo, che però non ha mai vissuto sulla propria pelle. Pensa sia vero?
McEwan: «Indubbiamente ha ragione. Chi è nato in quest’angoletto sicuro che è la nostra Europa lo deve riconoscere: siamo tra gli scampati. Ci sono state risparmiate indicibili sofferenze».
Barnes: «Eppure penso che in verità tutt’e due abbiamo conosciuto il male nel campo ristretto dei rapporti interpersonali».
McEwan: «Però non abbiamo mai subìto minacce, ferite, torture…».
Barnes: «Questo no. E non credo che saremmo disposti a scambiare le nostre vite con altre più tormentate e rischiose nella speranza di poterne distillare qualcosa di meglio in campo letterario… Ma abbiamo la nostra immaginazione. Partendo da un’esperienza dolorosa, anche se piccola e sopportabile, riusciamo a immaginare una sofferenza infinitamente più grande e lacerante. È questo il lavoro dello scrittore».
Esiste un dolore troppo grande per farne un’opera letteraria?
Barnes: «Ho letto una volta sul New Yorker un articolo che descriveva i supplizi praticati nell’ex Jugoslavia. Non dimenticherò mai alcuni episodi riferiti in quel testo. Anche ora, a distanza di tempo, mi fanno troppo orrore per poterne parlare. Naturalmente uno scrittore dovrebbe guardare in faccia l’orrore, andare dove accadono questi fatti. Ma io non me la sento di permettere che quelle scene prendano possesso della mia mente; e neppure di scaricarle nelle menti di altre persone».
Perché raccontare il male?
Barnes: «Flaubert fu accusato di essere ossessionato dai mostri e dal male — de Sade, Nerone… La sua risposta: questi mostri ci spiegano la storia degli umani. Servono a questo: ci dobbiamo spiegare la nostra storia».
Shakespeare è unanimamente riconosciuto come il più grande autore teatrale. Esiste l’equivalente — un autore che si possa considerare come il più grande di tutti i tempi — anche nel campo della narrativa?
Barnes: «Non credo».
McEwan: «Il posto è ancora libero, Julian!».
Barnes: «Beh, di fatto l’ho occupato io, Ian. Solo che non te ne sei accorto. Stavi dormendo quando è successo».
McEwan, il grande Philip Roth, che lei ha conosciuto bene quand’era un giovane scrittore alle prime armi, le ha dato un consiglio: “Scrivi come se i tuoi genitori fossero già morti”. Ora i suoi genitori sono scomparsi, ma ci sono i suoi figli. Così lei si trova ad avere nuovi testimoni. Pensa che oggi Roth dovrebbe dirle: “Scrivi come se non avessi figli”?
McEwan: «Io questo l’ho sempre fatto: fin dall’inizio ho scritto come se i miei genitori fossero già morti».
Barnes: «Tutti gli scrittori lo fanno. Ma penso che la frase sui genitori vada riferita all’intera cerchia delle persone a noi più vicine: amici, amanti. Il concetto è la necessità di rinunciare a ogni riguardo per entrare in quello che è il processo essenziale della scrittura».
McEwan: «Quando uscì Primo amore, ultimi riti, mio padre era combattuto tra l’orgoglio sfrenato per il fatto che avessi pubblicato un libro e l’orrore per il suo contenuto. Prevalse l’orgoglio. Distribuì un gran numero di copie del romanzo ai suoi colleghi. Forse avrebbe fatto meglio a non farlo. In ogni caso ai miei figli mando tutto quello che scrivo. A volte anche a puntate, prima ancora di aver finito il libro».
Ai tempi nostri, come concludere una storia?
Oggi il motto di Shakespeare “all’s well that ends well” (tutto è bene quel che finisce bene) è considerato reazionario.
McEwan: «Il giovane ha conquistato la fanciulla, iniziano i preparativi delle nozze, suonano le campane della chiesa… Così, si concludono i romanzi di Jane Austen. Ma con quel tipo di felicità abbiamo chiuso, a cominciare da George Eliot, se non prima».
Barnes: «Pensiamo entrambi che il nostro compito non sia quello di dispensare consolazioni fittizie. In realtà, a me piace non concedere al lettore questo tipo di conforto».
McEwan: «Ma proprio questo, di rimbalzo, può essere in qualche modo consolante».
Barnes: «Citerò un passaggio dalla corrispondenza tra Flaubert e George Sand, che ha scritto: “Io cerco di dare conforto al lettore; tu gli dai la disperazione”. Risposta di Flaubert: “È questo che vedono i miei occhi”. Credo però che si possa trovare un grandissimo conforto in una descrizione veritiera della disperazione».
McEwan: «Se un romanzo è veramente grande ha sempre in sé qualcosa di incoraggiante, per quanto buio sia il mondo che descrive».
Barnes: «Le storie di Ian, come le mie — anche le più cupe — si concludono invariabilmente con una promessa di futuro: ci sarà sempre un dopo. Lasciamo che sia il lettore a decidere se il seguito sarà consolante o meno».
Una volta, durante il lavoro di ricerca per “Miele” McEwan ha detto: “In fondo siamo tutti un po’ spie: nascondiamo le nostre vere motivazioni e cerchiamo di carpire la missione segreta della vita altrui”. Vi è mai capitato di spiarvi a vicenda — cercare di sapere cosa l’altro avesse in mente, cosa stesse progettando o scrivendo? Barnes: «Sarebbe un modo per poter finalmente scrivere in McEwaniano. Potrei tentare con un titolo comeSunday… (alludendo a Saturday di McEwan, ndr); e tu, Ian, potresti scrivere Il bassotto di Goethe (riferimento al suo romanzo Il pappagallo di Flaubert, ndr). Ma, seriamente, nel nostro caso lo spionaggio sta tutto nel leggere i libri l’uno dell’altro. Rubarci le idee non avrebbe senso: siamo scrittori troppo diversi».
McEwan: «Sì, tieniteli pure stretti, i tuoi dannati segreti! (ride, ndr). Però sarebbe un quadretto niente male: io che entro nel mio studio e ti colgo sul fatto mentre stai chino sul mio computer… ».
First published in Die Zeit # 40/ 2016 ( Traduzione di Elisabetta Horvat)

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