Ars moriendi: la morte nelle pagine dei classici, dall’“Ivan Il’ic” di Tolstoj alle parole di Albert Camus passando per “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij

Il senso della fine svelato dalle pagine dei classici
Caro scrittore insegnami l’arte di morire di GIANNI CLERICI
L’unica certezza di questa nostra esperienza di vivere, è che la vita finirà. Mi sono accinto alla lettura di “Una cura per il medico maleducato” di Francesco Tatarelli (Franco Angeli editore) per la viva curiosità di quanto mi accadrà, e perché l’autore cita via via libri e vicende personali di grandi scrittori, che ho letto quasi tutti, da lettore non professionista ma accanito. La dedica
della prima parte del libro è addirittura rivolta a qualcuno che mi pareva più esperto di decessi rapidi e violenti che di malattie in corso, Georges Simenon. Simenon invia un augurio «A tutti coloro – professori, medici, infermieri – che negli ospedali cercano di soccorrere l’essere più sconcertante del mondo, l’uomo ammalato». Segue subito un riferimento a Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic, nella traduzione di Tommaso Landolfi. In che modo Ivan tentava di liberarsi dall’idea della morte? «Aveva il suo ufficio, in quel mondo era concentrato per lui l’interesse dell’esistenza… e soprattutto la padronanza che aveva delle sue cose».
Una vita simile a quella di molti viene sorpresa da un improvviso dolore, che costringe Ivan a consultarsi con un medico e a chiedergli «In definitiva, è cosa grave o no?» per sentirsi rispondere: «Vi ho già detto quanto stimavo necessario. Al resto provvederanno ulteriori esami». Ivan si trova d’un tratto «sull’orlo del precipizio, senza nessuno che potesse capirlo e compatirlo». Ed ecco, nell’apparire del pensiero della morte, «i suoi ricordi divengono simili alla vita di un altro», sinché, in quel tentativo di trasferire l’angoscia, entra l’improvviso aiuto di un servo, Gerasim, presenza fin lì più che secondaria in una vita importante, dal quale «gli sarebbe piaciuto di essere accarezzato, baciato, come si accarezzano e si consolano i piccini».
Insieme a questa consolazione, ecco che la vita appare al morituro «un enorme e spaventoso inganno », di cui Tatarelli ci dice: «Ora non accadrebbe. Laddove il servizio di psicologia esista, è delegato a dare spiegazioni e sostegno emotivo». Ancorché, fino a pochi anni fa, l’aiuto veniva da quella che si poteva chiamare Ars moriendi, ora sostituita da una – si spera – consolante Ars mortem evitandi.
La cultura dominante nel mondo occidentale è, dunque, in pratica, portatrice della cancellazione della morte. «Allora – commenta Tatarelli – può scattare l’odio disperante per l’esistenza, oppure la necessità spesso illusoria, ma benefica, di riscriversi, in altri termini reidentificarsi ». Questo è tanto vero che accadde anche a chi scrive, il giorno in cui, per una malattia contratta in un torneo di tennis orientale, fu costretto in ospedale, e ricevette una diagnosi senza speranze da un illustrissimo esperto di infezioni. Ho usato involontariamente la terza persona, e la lascio, incredulo che ancora non sia in grado di scrivere in prima, per una vicenda che sono riuscito a sfuggire non solo grazie a un medico più avvisato, ma ad una “ars moriendi “ chiamata religione.
Simile divagazione dice quanto il libro sia avvincente, perché riesce a parlarci di vicende che non possiamo sfuggire, e dell’opinione che suscitano in uomini per altro super intelligenti, quali gli scrittori visitati, almeno sulla pagina, da Tatarelli.
Nel continuare il mio riassuntino, mi pare il caso di citare nientemeno che Dostoevskij, e il suo I fratelli Karamazov, del quale più di un vero recensore ha parlato «come di un testo per eccellenza religioso, pure nella complessità della questione della libertà e del mistero del male». Figlio di un medico, Fëdor non è quindi giunto per caso ad una vicenda che sta verso la fine del libro, quella che riguarda il processo giudiziario, in cui l’imputato Mjtja è accusato di aver ucciso il padre. Dei tre medici chiamati a giudicarlo prevale, per la sua umanità non solo professionale, il vecchio dottor Herzenstube, che vent’anni prima aveva regalato a un bambino scalzo, ora l’imputato, un etto di nocciole. Simili vicende, scrive Tatarelli, non sono insolite nei tribunali, dove prevale, a volte, come annota Dostoevskij, una sorta di orgoglio professionale che giudici e soprattutto periti antepongono alla compassione e al rispetto per la morte. Questo accenno alla tenerezza lo ritroviamo in uno scritto di Albert Camus, quando ci dice che «un mondo senza amore è un mondo morto, e giunge sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro, del coraggio, per reclamare invece il volto di un essere umano, e il cuore meraviglioso della tenerezza». Alla fine, dopo infinite citazioni di uno che ha letto molto, questi ci dice: «C’è quasi sempre nella vita qualcuno che ci cura. Come ormai è forse chiaro può essere sufficiente la semplice cura ( to cure in inglese) ma più spesso c’è la necessità di prendersi cura ( to care) cioè di una vera relazione d’aiuto». E conclude.
Nel brano del buon samaritano, Luca, il medico evangelista indica due diversi momenti: «Gli si accostò, curò le sue ferite versandogli olio e vino. Poi, fattolo salire sul suo giumento, lo condusse all’albergo, ed ebbe cura di lui». Vorrei essere riuscito a soddisfare gli obiettivi di questo libro, al quale pensavo da molti anni, termina Tatarelli. Credo ci sia riuscito, almeno per quelli che, come me, non dimenticano di dover morire.
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IL LIBRO Una cura per il medico maleducato di Roberto Tatarelli ( Franco Angeli pagg. 176, euro 23)
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