“Il pane di Wagner” di Haruki Murakami

27/11/2016
DOMENICALE di Repubblica
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Il racconto di Murakami uscirà con le illustrazioni di Igort
In ogni caso, avevamo fame. Anzi, per l’esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione. All’inizio era un vuoto piccolo, delle dimensioni del buco di una ciambella, ma col passare dei giorni andava espandendosi all’interno del nostro corpo e prendeva le dimensioni di un abisso senza fondo. Un monumento alla fame, con tanto di musica solenne in sottofondo.
Cos’era a provocare una fame simile? La mancanza di cibo, naturalmente. E come mai non avevamo cibo a sufficienza? Perché non possedevamo niente da poter dare in cambio di viveri. Quanto alla causa di questa situazione, molto probabile che fosse la nostra mancanza di fantasia. Anzi, forse c’era un collegamento diretto tra la mancanza di fantasia e la fame.
Comunque non ha importanza.
Dio era morto, al pari di Marx e di John Lennon. E noi eravamo famelici. Il risultato fu che decidemmo di compiere un reato. Non era la fame a spingerci a fare il male, no. Il male si trasformava in bisogno di cibo per istigarci a delinquere. Non me ne intendo molto, ma era qualcosa vicino all’esistenzialismo.
«Senti, io do di matto», disse il mio amico. Una triviale e perfetta sintesi della situazione.
Non c’era da stupirsene. Negli ultimi due giorni avevamo bevuto solo acqua. Una volta avevamo provato a mangiare delle foglie di girasole, ma non ce la sentivamo di farlo di nuovo.
Ragion per cui ci armammo di coltelli da cucina e partimmo alla volta della panetteria. La quale si trovava nel centro del quartiere commerciale, tra un negozio di futon e una cartoleria. Il padrone era un uomo calvo che aveva passato la cinquantina, ed era un membro del Partito comunista. I coltelli stretti in mano, ci avviammo lentamente verso il quartiere commerciale.
Avete presente il finale di Mezzogiorno di fuoco? Man mano che ci avvicinavamo, la fragranza del pane caldo si faceva più forte. E più intenso era l’odore, piú cresceva la nostra propensione a delinquere. L’idea di attaccare una panetteria e, al contempo, un membro del Partito comunista ci eccitava, ci metteva in uno stato di esaltazione simile a quello della Gioventú hitleriana.
Era già pomeriggio inoltrato e nel negozio c’era solo una cliente. Una donna di mezza età piuttosto sciatta che teneva la borsa appesa con incuria a una spalla.
Intorno a lei aleggiava un’aura pericolosa: era quel tipo di donna che manda a monte i piani criminali.
Perlomeno, è quello che succede sempre nelle serie televisive. Con gli occhi, feci cenno al mio amico di non muoversi finché lei non fosse uscita. I coltelli nascosti dietro la schiena, facemmo finta di guardare il pane esposto sugli scaffali.
Dopo un tempo infinito — c’era da uscire pazzi — , con una prudenza degna dell’acquisto di un armadio o di una coiffeuse a tre specchi, la donna finalmente prese con le pinze un melonpan (tipico dolce giapponese la cui forma ricorda quella di un melone, ndt) e un krapfen, e li posò sul suo vassoietto. Ma non crediate che sia andata subito a pagare. No, per lei quel melonpan e quel krapfen erano semplici ipotesi. O un polo remoto, un estremo Nord per adattarsi al quale aveva bisogno di tempo.
Col passare dei minuti, il melonpan cominciò a perdere il suo stato di ipotesi. La donna scuoteva la testa, con l’aria di chiedersi perché mai avesse preso quella roba.
No, era la scelta sbagliata, sembrava pensare. Troppo dolce. Rimise il melonpan al suo posto, e in cambio, dopo qualche esitazione, depose sul vassoietto due croissant. Una nuova ipotesi era nata. L’iceberg cominciava a scricchiolare, mentre un raggio di sole primaverile iniziava a farsi strada fra le nuvole.
«Cosa sta aspettando?», sibilò il mio amico. «Facciamo fuori anche la vecchia, già che ci siamo».
«Aspetta, stai fermo!», gli dissi.
Il padrone della panetteria, indifferente al comportamento della donna, ascoltava trasognato la musica di Wagner che usciva dallo stereo. Era corretto per un membro del Partito comunista ascoltare Wagner? Non ne ero sicuro.
La donna continuava a osservare in silenzio i croissant e il krapfen. Sembrava dirsi che c’era qualcosa di strano.
Qualcosa che non quadrava: dei croissant e un krapfen non avrebbero dovuto trovarsi sullo stesso vassoio.
Probabilmente percepiva nel loro accostamento una contraddizione. Nelle sue mani, il vassoio si mise a sbatacchiare come un frigorifero dal termostato guasto. Uno sbatacchiare metaforico, è ovvio, mica lo fece realmente.
«Io l’ammazzo», disse il mio amico. Aveva i nervi a fior di pelle, mi ricordava la buccia di una pesca: colpa della fame, di Wagner e della tensione creata dalla donna.
La quale, sempre col vassoio in mano, vagava in contrade infernali degne di Dostoevskij. Il primo a salire sulla tribuna fu il krapfen, che fece, davanti a un’assemblea di antichi Romani, un’arringa emozionante. Grande ricchezza di linguaggio, una retorica brillante, un tono baritonale carico di risonanze… tutti applaudirono contenti. Poi fu il turno dei croissant, che dalla tribuna fecero un discorso piuttosto sconclusionato sui semafori agli incroci: le automobili che volevano girare a sinistra, quando il semaforo passava al verde dovevano andare dritto, e svoltare solo dopo essersi assicurate che non arrivasse nessuno in senso inverso… qualcosa del genere, insomma. I cives romani non sembravano capirci granché, era un discorso troppo complicato per loro, pensavano, ma applaudirono lo stesso. Persino con maggior entusiasmo di prima. Il krapfen si ritirò sullo scaffale.
Il vassoio aveva raggiunto la perfezione pura: due croissant.
A quel punto la donna finalmente se ne andò.
Adesso toccava a noi.
«Stiamo morendo di fame», dissi al padrone. Il coltello lo tenevo sempre nascosto dietro la schiena. «Ma non abbiamo un soldo».
«Ho capito…», fece il padrone annuendo.
Sul bancone era posato un tronchesino per le unghie. Il mio amico e io non staccavamo gli occhi da quell’arnese: era enorme, avrebbe tagliato le unghie di un avvoltoio. Un oggetto ideato per fare qualche brutto scherzo, di sicuro.
«Be’, se avete tanta fame, qui c’è pane di tutti i tipi».
«Sì, ma non abbiamo soldi».
«Ho sentito», disse il padrone con aria annoiata. «Non è necessario che mi paghiate, potete mangiare tutto il pane che volete».
Di nuovo guardai il tronchesino.
«Sono stato chiaro? Siamo qui per compiere un reato».
«Sì, sì…».
«Quindi non accettiamo elemosine da un estraneo».
«D’accordo».
«Parlo sul serio».
«Ho capito», disse di nuovo il padrone annuendo.
«Allora facciamo così. Voi prendete tutto il pane che volete, e io vi lancio una maledizione. Vi va bene?».
«Una maledizione? Tipo quale?».
«Be’, una maledizione non è mai qualcosa di preciso.
Non è mica come l’orario dell’autobus».
«Ehi, un momento!», si intromise il mio amico. «A me non piace affatto, questa cosa. Non voglio maledizioni, io! Facciamolo fuori, questo qui, e non se ne parla più!».
«Piano, piano! A me non va di essere ammazzato», replicò il padrone.
«E a me non va di beccarmi una maledizione».
«Sì, però qualcosa bisogna che ce lo scambiamo», feci io.
Restammo per un bel po’ in silenzio, lo sguardo fisso sul tronchesino.
«Ho trovato!», fece il padrone. «A voi piace Wagner?».
«No», risposi io.
«Per niente», disse il mio amico.
«Ecco, se ve lo fate piacere, vi lascio mangiare tutto il pane che volete».
Sembrava la predica di un missionario in Africa. Ma ci affrettammo ad accettare. Era sempre meglio di una maledizione.
«Sì, Wagner va bene!», dissi.
«Anche a me», fece il mio amico.
E fu così che ci riempimmo la pancia di pane ascoltando Wagner.
« Tristano e Isotta è un’opera che brilla come un faro nella storia della musica. Scritta nel 1865, è fondamentale per la comprensione delle ultime composizioni di Wagner », diceva la nota esplicativa che ci lesse il padrone.
«Ah…».
«Mhmm…».
« Tristano, nipote del re di Cornovaglia, ha l’incarico di portare in quel paese la fidanzata dello zio, la principessa Isotta, ma nel viaggio di ritorno, sulla nave, Tristano e Isotta si innamorano. Lo splendido duo di oboe e violoncello del preludio è il filo conduttore che simboleggia il loro amore » .
Un paio d’ore dopo, ce ne andammo tutti e due con la pancia piena.
«Domani vi faccio ascoltare Tannhaüser! », ci disse il padrone.
Quando tornammo a casa, il vuoto dentro di noi era sparito. E la nostra fantasia cominciò a rotolare su un dolce pendio.
Titolo originale Panya sh?geki © 1981 Murakami Haruki © 2016 Giulio Einaudi editore s. p. a., Torino

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