“La mappa che svela il mondo interiore” di Alessandro Baricco

DOMENICALE di Repubblica
GEOGRAFIE
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Non è che la passione per le mappe si possa tanto spiegare, a meno di non ricorrere a imbarazzanti excursus sul proprio personale modo di sconfiggere mostri. Tuttavia si può in qualche modo ricostruire — capire com’è fatta — e allora, almeno nel mio caso, la cosa più semplice è tirare fuori una foto della mappamundi di Hereford. Sarebbe ovviamente più brillante tirare fuori la mappa vera e propria: ma, appunto, giace bella protetta nella cattedrale di Hereford al confine tra Inghilterra e Galles, a essere precisi in una biblioteca. Non te la lasciano portare via facilmente: è lì da settecento anni.
Poiché il mondo, talvolta, ha la sua coerenza, la mappamundi di Hereford non è disegnata su una pergamena, ma sulla pelle di un vitello, cosa abbastanza assurda da qualsiasi parte tranne lì, dove è nata una delle razze bovine più famose e pregiate del mondo. Si riconosce ancora il collo dell’animale, in alto, e la colonna vertebrale che corre verso il basso sull’asse centrale: poco più che un’ombra, ma la memoria dell’animale è chiarissima. Per capire che razza di oggetto è, va annotato che la pelle è alta più di un metro e mezzo e larga quasi un metro e mezzo. Non era una cosa che piegavi e ti mettevi in tasca, ecco. D’altronde, sulla sua superficie c’era la cosa più grande al mondo: il mondo.
Non bisogna però immaginare una mappa come quelle a cui siamo abituati, diciamo, da Colombo in poi. Qui si tratta di Medioevo: non erano così semplici, ai tempi. Per quella gente lì fare una mappa del mondo com’era — un resoconto della realtà fisica — sarebbe stato un progettino inspiegabile, di scarse ambizioni e in definitiva futile. Quel che voleva fare il Riccardo era qualcosa di molto più grandioso: c’era una certa visione del mondo, nella testa dell’uomo medievale, e quella visione lui si mise a vergare sulla pelle di vitello. Era una visione generata dalla Rivelazione, dai testi sacri, dalle leggende, dalla fantasia, dalla pazzia e da qualche viaggetto. Una faccenda complicata. Non te la cavavi disegnando il profilo esatto dell’Adriatico, o imbroccando il punto esatto dell’Everest ( be’ non si chiamava così, allora, ovviamente). Anzi quelli erano dettagli che importavano fino a un certo punto. Quel che lui voleva fare era stirare su una superficie piana, appena conciata, i fantasmi della mente medievale: è più facile rimettere un profumo in una boccetta dopo che è uscito, o far votare democratico un democratico dopo che hai candidato Hillary Clinton.
Ci riuscì, comunque, e la cosa gli costò un lavoro che è facile immaginare esasperante. Come si vede dalle foto, è un complesso di cartografia, illustrazioni, simboli, disegnini e scritte. Molte scritte. Ci sono più di mille didascalie. Ci sono mostri, animali, amene scenette di vita quotidiana ( cannibali che fanno il pranzo, tipo), città montagne mari fiumi. Il mondo è diviso in tre (Asia, Europa e Africa) e gli importava così poco della geografia vera e propria che i due nomi di Europa e Africa li hanno scambiati. Ma quello che per noi sarebbe un errore vergognoso, non lo è poi così tanto in una mappa in cui, per dire, ci sono Sicilia e Sardegna ma anche Sodoma e Gomorra: non c’è distinzione apprezzabile tra posti in cui puoi vivere e posti sanciti dall’immaginario religioso. Fatte le debite proporzioni sarebbe come trovare New York di fianco a Paperopoli su Google Maps (ho detto fatte le debite proporzioni). Alla fine, quello che può aiutare a capire che razza di mappa era, è un dettaglio tra tanti, il più adorabile di tutta la faccenda: è una mappa del mondo in cui trovate anche il paradiso, quello perduto, l’Eden, il giardino incantato di Adamo e Eva. È in alto, è la cosa più in alto che c’è. Il messaggio era chiaro: è lì che tendiamo, è lì che vogliamo andare, è quella la terra promessa. Semplice.
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D’altronde è tutto tremendamente incasinato, ma in realtà anche molto semplice e chiaro: Gerusalemme è nel centro esatto della mappa, e man mano che ti allontani trovi un’umanità sempre più incerta, poi oscura, poi mostruosa. Se non prendi la via rettilinea dell’ascesa (in alto, verso est, perché la mappa è orientata così, con l’est in alto, eredità pagana, il sole come inizio di tutto, il dio sole), se non prendo la via diretta dell’ascesa e raggiungo il Paradiso, quel che mi aspetta è scivolare verso l’inferno diffuso che abita i margini del mondo. Lì si scatena il fantastico mondo dei mostri medievali, rispetto al quale il nostro illuminismo, che i mostri li nomina invece che fonderli nella fiaba, mostra tutta la sua miseria. Popoli con bocca e occhi sulle spalle, Manticore con il volto umano e la coda da scorpione, gente che butta i neonati in pasto ai serpenti, per non parlare dei mostruosi discendenti di Iafet, figlio di Noè, dal nome bellissimo: Gog e Magog.
In tutto questo, però, c’è anche Verona, per dire.
Allora inizia a diventare evidente perché la
di Hereford può aiutare a capire chi, come me, dà di matto per le mappe. Quella pelle di vitello mette a fuoco con formidabile esattezza almeno quattro ragioni per non considerarci dei pazzi.
Uno. Le mappe, le carte geografiche, i mappamondi non sono tanto rappresentazioni del mondo com’è, ma del mondo come l’uomo lo pensa. Dunque, apparentemente servono a navigare, a viaggiare, a portare una carovana al di là del deserto e una chiatta fino alla foce del fiume: ma in realtà servono a viaggiare nel cervello degli umani, e spesso sono la radiografia del loro cuore.
Due. Le mappe sono sintesi, e in questo senso, sono un movimento muscolare, fisico, animale. Sono, sempre, una contrazione, che fa fuori un sacco di mondo per stringerne una porzione e inchiodarla in modo che non possa scappare. Le mappe sono una zampata da animale spaventato, e ogni mappa lascia il segno dei suoi artigli sulle nostre paure: in particolare su quella di perderci, la più feroce che c’è.
Tre. Le mappe non fanno distinzione tra mondo fisico e mondo percepito: usano indizi che provengono da tutt’e due le fonti. Anche le più esatte non sono esatte, non possono esserlo, e questo dà loro una vibrazione di incertezza: quella vibrazione è il nido in cui gli umani covano l’uovo dell’immaginazione. Per dirla in termini oggi di moda, le mappe sono uno di quegli oggetti in cui la realtà rivela la sua essenza più autentica, quella di essere un miscuglio di fatti e storytelling: il risultato di un’operazione che somma cose che accadono e il nostro modo di raccontarle. Le mappe sono un manuale sulla realtà scritto per deficienti.
Quarto. Le mappe sono belle. Alle volte bellissime. Alle volte struggenti. Alle volte poetiche. Alle volte epiche. Alle volte spettacolari. Alle volte surreali. In ogni caso sono belle, lo sono praticamente sempre. In ciò rovesciano uno dei luoghi comuni più radicati tra gli umani di una certa cultura: credono, quelli, e insegnano, che la bellezza porta alla conoscenza. Se non addirittura alla verità. Le mappe stanno lì a dimostrare invece il contrario: che la conoscenza porta alla bellezza. Che il sapere produce eleganza. Che lo sforzo di mettere in fila ciò che si sa disegna alla fine una figura bella. Chiunque ama le mappe cova questa convinzione sotterranea: ci riconosciamo da lontano, e davanti a molte cose abbiamo lo stesso sorriso appena accennato, di chi la sa più lunga seppure in modo mite e silenzioso.
Prima puntata

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