“De senectute”   di Bruno Arpaia

4/12/2016
DOMENICALE
TITOLO: SCHERZETTO PAGINE: 176
AUTORE: DOMENICO STARNONE EURO: 17,50
EDITORE: EINAUDI DISEGNI: DARIO MAGLIONICO
“Scherzetto”, l’ultimo romanzo di Domenico Starnone, racconta un settantacinquenne alle prese per la prima volta col nipote di quattro anni. Un legame strano e forse impossibile che è specchio della vera scoperta del protagonista: avere il futuro irreparabilmente alle spalle
Daniele Mallarico, il protagonista di Scherzetto, l’ultimo romanzo di Domenico Starnone, ha settantacinque anni, è un illustratore famoso, fuggito giovanissimo da Napoli per inseguire quello che credeva “il suo destino” artistico, e vive, ormai vedovo, a Milano. Mario, quattro anni, sarebbe suo nipote; ma in pratica i due non si conoscono. Poi, una sera, Betta, la figlia di Daniele, gli telefona e, rimproverandolo perché è in difetto sia come padre sia come nonno, gli chiede di occuparsi del bambino per quattro giorni: i genitori, due professori universitari di matematica, devono partecipare a un convegno a Cagliari e non sanno a chi lasciarlo. Così, malvolentieri, portandosi appresso le proprie idiosincrasie e un lavoro da consegnare (le illustrazioni per un racconto di Henry James), Daniele parte per Napoli.
Quando arriva nella vecchia casa di famiglia dove anche lui è cresciuto, una casa affacciata su piazza Garibaldi, su “viuzze, vie, piazze, canaloni vorticosi tra i mille traffici di Forcella, della Duchesca, del Lavinaio, del Carmine, fino al Porto e al mare”, trova la figlia e il genero sull’orlo della separazione, e soprattutto trova Mario: un bambino “beneducato e insieme incontrollabile”, che sa apparecchiare perfettamente la tavola e cambiare le pile al telecomando, che parla con una proprietà da adulto e che non sta mai zitto, un bambino ordinato e attento, ma a volte dispettoso, precisino e saccente. Un bambino capace di dire che i disegni del nonno non gli piacciono e di copiare, con molto più estro e originalità, un’illustrazione che Daniele sta approntando per il libro di Henry James, insinuando in lui il dubbio di aver sbagliato tutto nella vita. Il fatto è che Daniele non è preparato a quell’incontro, a quel rapporto senza ipocrisie: perfino essere chiamato nonno lo disturba. Il fatto è che Daniele non vorrebbe essere distolto dalle sue abitudini, vorrebbe rimanere imbozzolato nel suo mondo, e invece gli tocca perfino mettersi a quattro zampe e portare in groppa il nipote per la vecchia casa grondante di passato. Ma può un vecchio che sta perdendo le forze perdonare a un bambino la sua energia, il futuro che gli si spalanca gloriosamente davanti agli occhi? Così, nell’ambiente chiuso della casa di famiglia e in sole settantadue ore, dopo uno “scherzetto” che potrebbe costare la vita al nonno, lo scontro tagliente fra i due fa riemergere in Daniele Mallarico le insicurezze del passato e le fa sovrapporre a quelle del presente, costringendolo a rimettere tutto in discussione: no, forse l’arte non era “il suo destino”; no, quella rabbia, anzi: ’a raggia, della giovinezza, quando era un ragazzo di strada che cresceva nella Napoli degli anni Cinquanta dietro la ferrovia, tra risse, sfide e violenze non solo verbali, non è morta, non è stata “soffocata in tempi andati”: si è soltanto trasformata nella rabbia flebile di essere diventato “un vecchio senza qualità, forze scarse, passo incerto, vista offuscata, sudori e gelo improvviso, una svogliatezza crescente interrotta solo da sforzi fiacchi della volontà, entusiasmi finti, malinconie reali”.
E allora, come nel racconto di James, anche nell’affilato, appassionante romanzo di Starnone gli spettri di ciò che si è stati (e da cui si è fuggiti per tutta una vita) si materializzano: «Io ero diventato carne, il resto fantasmi. E ora eccoli, stazionavano nel grande soggiorno dell’appartamento della mia adolescenza […]. Si erano radunati lì con il loro dialetto, i loro modi e desideri scostumati, la loro cattiveria pronta a esplodere per ogni minuscolo conflitto». Dietro ogni porta di quella casa, adesso, sembra esserci qualcuno o qualcosa in agguato, ma l’angoscia che attraversa il romanzo, e che Starnone è abilissimo a trasferire con apparente leggerezza al lettore, è quella di un uomo anziano alle prese con il passato, e soprattutto con il futuro. E il sorriso di Starnone, quel sorriso così “napoletano”, così perversamente impregnato di malinconia e di rivolta, quel sorriso che ci accompagna lungo le pagine, non è altro, direbbe Quevedo, che «il ricordo della morte».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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