“Montagna Madre” di Paolo Cognetti

Domenicale di Repubblica
Da tempo avevo smesso di leggere i libri degli alpinisti. “Conquistatori dell’inutile”, così li chiamava Lionel Terray, ma se è inutile lo scopo, cioè salire in cima alle montagne, l’utilità andrebbe cercata nel gesto, in quel che si scopre e si realizza compiendolo. Nel come si va in montagna, invece gli alpinisti fanno sempre a gara sul quanto: quante cime e in quanto tempo, e chi ci è andato per primo o da solo o d’inverno o per la via più difficile. Ci voleva una donna a riempire di nuovi significati questa lotta tra superuomini.
Il libro è Non ti farò aspettare di Nives Meroi, e comincia come gli altri: nel 2009 Nives era in corsa per diventare la prima donna al mondo ad aver salito i quattordici Ottomila. Stava scalando il dodicesimo quando il suo compagno di vita e di montagna, Romano Benet, si sentì male, mostrando i sintomi di  grave anemia. Romano disse a Nives di andar su senza di lui, lei invece decise subito di scendere insieme, salvandogli la vita. Cominciò poi in Italia, nei mesi e negli anni successivi, la lunga prova della malattia — il “quindicesimo Ottomila”, la chiama Nives nel libro. Così come era scesa dal Kangchendzonga la prima volta, decise di ritirarsi dalla gara. La vinse un’altra donna, o forse la perse perché proprio con quel ritiro Nives cominciò a dare senso al proprio alpinismo, a riempirlo di significato.

Una ricerca di pulizia, rispetto, onestà, non violenza, relazioni tra le persone e con la terra. Non tanto, non più un modo di scalare le montagne ma un modo di stare in montagna, e lo stare in montagna come modo di stare al mondo.

Ho voglia di parlarne con lei, così le telefono un pomeriggio di dicembre. Io sono in Valle d’Aosta, lei in Friuli: le nostre voci percorrono tutte le Alpi per parlarsi. Quella di Nives è un po’ roca, da fumatrice (solo quattro al giorno, confessa, quando è in spedizione). Ha una risata aperta, che mette allegria. Ti fa venir voglia di essere con questa donna in un’osteria delle sue parti, a chiacchierare davanti a un litro di vino.

C’è una frase bella che hai scritto: “In questi posti lontani dal mondo, dopo la tenda il libro è il più bel rifugio dalla neve che cade”. Non avevo mai trovato un alpinista che cita Conrad, Camus, Saramago.

« Un libro è un dono. A casa leggo pochissimo, ho sempre troppe cose da fare. È diversa l’esperienza di lettura al campo base, dove caschi dentro alle pagine senza riuscire a saltarne più fuori. A volte c’è brutto tempo e devi stare chiuso nella tenda per giorni. Il gusto, la qualità e il piacere della lettura sono diversi a cinquemila metri».

Ma ti porti i libri di carta?

«Quando siamo in spedizione ognuno porta qualche libro e facciamo la biblioteca nella tenda mensa. Così poi dopo uno legge anche i libri degli altri e succedono degli incontri strani, com’è stato per me con La linea d’ombra di Conrad o Cecità di Saramago. Ci sono libri che arrivano quando devono arrivare».

“ Cecità” parla di un paese in cui, per un’epidemia, diventano tutti ciechi tranne una donna, che si ritrova a compiere scelte drammatiche. Parla di te?

«Non ho ancora ben capito perché quel ruolo tocchi a una donna. O forse sì: una favola sul Kangchendzonga racconta di una grande madre che ha generato il mondo e la montagna, e poi dalle nevi della montagna ha creato il primo uomo e la prima donna, e li ha fatti scendere nelle valli a vivere e prosperare.

C’è un principio femminile nelle religioni antiche. La montagna madre l’abbiamo conosciuta anche noi, il Kangchendzonga ci ha fatti rinascere a nuova vita».

Prima però vi ha respinti, non vi voleva.

« Sì, non eravamo ancora pronti. Io non mi ero ancora liberata di quel senso di sporcizia che mi sentivo addosso per aver preso parte allo spettacolo. Noi abbiamo recitato una parte, siamo stati al gioco della corsa femminile agli Ottomila perché era l’unico modo per trovare degli sponsor e ripartire ogni anno. Ho continuato a non capire finché la montagna non mi ha messa di fronte a una scelta».

Ma non c’è una specie di violenza verso la montagna che è connaturata all’alpinismo? Alpinismo è arrivare in cima, non per niente si è sempre parlato di “conquista”.

« Non per me! Un percorso bellissimo che abbiamo fatto io e Romano è la Cengia degli Dei, un sistema di cenge che gira intorno a un gruppo di montagne della nostra zona. Non tocca mai la cima e infatti è chiamata la via eterna».

Mi ricorda il pellegrinaggio che i buddisti tibetani fanno intorno al monte Kailash. Per loro arrivare in cima è un gesto sacrilego, il modo giusto di andare in montagna è girarle intorno.

« Sì, anche se i climbing sherpa in vetta ci arrivano trascinandosi dietro i clienti. Gli abbiamo insegnato noi che tutto ruota intorno ai dollari. Io sbatto il muso sempre più violentemente contro l’arroganza dell’alpinismo fatto coi soldi».

Hai scritto che la cosa più avvilente della corsa agli Ottomila è che in quella situazione le donne si erano piegate al modo maschile di andare in montagna, invece di inventarne uno femminile. Hai capito qual è l’alternativa?

«Posso dirti il mio modo di andare in montagna. Non mi interessa la competizione ma tirare fuori da me le mie migliori capacità. Non contro gli altri ma attraverso la collaborazione, all’interno di una cordata o una spedizione. Sono più di trent’anni che io e Romano andiamo in montagna insieme, e sappiamo che in quegli ambienti sei comunque solo, ma più del risultato ci interessa vivere certe esperienze insieme. Siamo due solitudini che vanno su ognuna al suo passo, e ci ritroviamo alla fine».

Questo mi ricorda una frase di Tolstoj che viene da “La felicità domestica”. Quel libro fu trovato nello zaino di Chris McCandless, il ragazzocontinua?

morto in Alaska dopo tre mesi di vita solitaria nei boschi. Chris aveva segnato la frase: “La felicità è vera solo se condivisa”. È così anche tra voi?

«Le spedizioni sono viaggi lunghi che durano due mesi. La parte alpinistica è solo un pezzo del viaggio, esperienze così sono molto più ricche se fatte a piedi. C’è chi si fa portare al campo base in elicottero, va e torna in quindici giorni, non so cosa vedano così. Fare il cammino in due, arrivare in cima in due e guardarsi intorno e mettere insieme le prospettive, ti dà la possibilità di fare un dipinto più ricco».

Si sente leggendoti quanto vuoi bene a quei posti. Mi racconti del Nepal?

«Sono tanti anni che torniamo, è bello ripercorrere le stesse strade. Vedere le cose che sono cambiate, quelle rimaste uguali, sentirsi a casa. Visto che anche tu vivi in alto puoi capire: c’è un filo che unisce i popoli di montagna. L’errore che facciamo è pensare che loro siano più poveri, quindi più stupidi. Se non cadiamo in quest’errore riusciamo a vedere le capacità delle persone, la dignità, la fierezza. C’è un sapere che loro hanno e noi abbiamo perso, quello di vivere in armonia col loro ambiente».

Che cosa possiamo fare di buono per le Alpi?

«Salvaguardare la specificità della montagna, non solo come paesaggio ma come modo di vivere. La montagna oggi è sfruttata e proposta — da noi montanari per primi — come luogo di svago e basta, mentre è fondamentale far sapere che esiste un’altra cultura, un altro stile di vita rispetto alla città, una diversità che va protetta».

Per finire, c’è una montagna a cui sei affezionata?

«Quella che ho davanti a casa, il Mangart. Lo vedo dalla cucina, mi sono scelta il posto a tavola per averlo di fronte, così ogni giorno lo guardo e vedo che umore ha».

Chiacchieriamo ancora un po’: di Nepal, di libri, poi la ringrazio e la saluto. La mattina dopo mi alzo presto, sono le sette di mattina e qui all’ovest è ancora buio. Voglio vedere se lì a est Nives è già in piedi, così le mando un messaggio chiedendole com’è il Mangart stamattina. Mi risponde in un minuto: “Si sta svegliando anche lui. I primi raggi colorano di rosa la neve sulla cima”. ?

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