“Senza età” Quando perdi un treno e ritrovi la vita di CONCITA DE GREGORIO

 Questa bellissima recensione di Concita De Gregorio al film “Le stagioni di Louise”, il nuovo film d’animazione francese diretto da Jean-François Laguionie, è pubblicata sulla Repubblica oggi in edicoa; leggerla mi ha fatto sognare ad occhi aperti una vita diversa…libera dal tempo, dalla fretta, dai dolori reumatici ( che ben conosco avendo scoperto a settembre di essere affetto da artrite reumatoide). Quindi, buona lettura, e buona visione per chi lo andrà a vedere al cinema.

DAVIDE contro ogni Golia. Esce domani nelle sale un piccolo film diverso da tutti, incantato, colmo di magia. Un vero regalo di Natale, una sorpresa e una medicina contro quella scia di malinconia — non si dice, ma si sa — che sempre i giorni di festa portano dentro di sé. Le stagioni di Louise è un film di animazione da tutti i punti di vista straordinario. Fuori dall’ordinario è la tecnica, completamente artigianale e agli antipodi dalla reboante animazione “da discoteca” colma di effetti: questi sono disegni ad acquarello su carta che il maestro francese Jean-François Laguionie ha dipinto in tinte pastello e poi animato in 3D, un lavoro lungo anni. Fuori dall’ordinario è la storia, che vede come protagonista una vecchia signora, Louise, rimasta sola un intero inverno in una stazione balneare della Normandia. Riuscite a ricordare un altro film che abbia una protagonista assoluta, lei da sola sempre in scena, settantenne? Soltanto in questi giorni, forse, il bellissimo Aquarius — tuttavia corale — con Sonia Braga, magnifica più di sempre. Ma qui Louise, nel disegno di Laguionie, non è né bella né alta, non ha lunghi capelli, non un giovane compagno da amare: è proprio sola, sempre. Eppure è una storia d’amore e di libertà, di coraggio e passione come non se ne vedevano da tempo, al cinema.
La terza straordinaria fonte di bellezza è la voce narrante, la voce e la carne di Piera Degli Esposti, che dona uno stupore infantile e una gioia intatta ad ogni gesto di Louise.
Adesso dimentichiamo l’età della protagonista così da trovare la Louise che è dentro ciascuno di noi, uomo o donna, giovane o vecchio o bambino. Vediamo cosa succede.
In una cittadina della Normandia passa un solo treno a stagione: all’inizio dell’estate, porta al mare i villeggianti, e alla fine, li riporta in città. Louise perde quell’unico treno: lei è puntualissima ma il suo orologio si è fermato. Perdere un treno significa perdere un’occasione, nella nostra lingua. Qui Louise la trova. Rimasta sola, capisce che dovrà passare lì l’inverno e si organizza: lascia la casa di paese, sarebbe troppo fredda e umida, si costruisce un capanno sulla spiaggia. Spacca con un sasso la vetrina del negozio, si arma di chiodi e martello, indossa cappello e stivali. Non ci può essere altro di quello che c’è: dunque Louise non desidera ciò che non può avere e libera dai bisogni si avvia verso i mesi, segnati dal calendario delle maree. Libera dai bisogni materiali, l’orologio fermo: bisogna pensare come sarebbero le nostre vite, così. È come se quella di Louise cominciasse adesso: non ha più paura di niente, non sente più i reumatismi, guarisce. Un vecchio cane randagio, dopo qualche tempo, le si avvicina. Formano una coppia. Proprio come una vecchia coppia che si capisce si parla si fa compagnia, indovina i sentimenti dell’altro, si aiuta. Con un cane è più facile. Louise pesca, cucina, fa lunghe passeggiate e bagni di mare. Sogna. Ricorda se stessa da bambina, poi da ragazza: uno e molti amori, un misterioso paracadutista, una madre e una nonna durissime, le sue ribellioni. Aveva dimenticato quello che non voleva più ricordare, adesso tutto torna. La voce di Piera Degli Esposti non lascia indietro nessuna sfumatura di dubbio, esitazione, nessuna allegria. È una Robinson Crusoe Louise ma simpatica però, e ragazza. Una vecchia ragazza avventurosa.
Le stagioni di Louise ( Louise en hiver, in originale) è, alla fine, un film sulla scoperta della libertà. Sul tempo quando si ferma e quando torna. Quando sembra che stia per finire e invece ricomincia. Sul vento, sul mare quando è oceano. Sul gioco: un gioco capace di non farti pensare ad altro che a quello. È come entrare nel magazzino di una vecchia cartoleria che chiude e liquida tutto, trovarci dentro i righelli di legno e i goniometri, le scatole di latta con le matite appuntite, i segnalibri di pelle, i quaderni con la cartina del Paese in copertina. Con quelli, e con la colla nel barattolo — il pennello, la colla — costruire una casa e andarci a vivere dentro. Per una stagione, solo per un po’. Finché col treno non tornano tutti, sulla spiaggia, e ti ritrovano e ti salutano con la mano come si saluta un campione. Uno che ha vinto la gara, un eroe delle piccole cose. Le più grandi.

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