L’ultima intervista a Leonard Cohen di David Remnick

Leonard Cohen 21 settembre 1934 7 novembre 2016
A venticinque anni, Leonard Cohen viveva a Londra, seduto in stanze fredde scriveva versi tristi. Tirava avanti con una borsa di studio da tremila dollari concessagli dal Consiglio per le arti del Canada.
Era il 1960, molto prima che si esibisse al festival dell’isola di Wight di fronte a seicentomila persone. A quei tempi, era un ebreo jamesiano, il provinciale all’estero, un profugo della scena letteraria di Montréal.
Cohen, che veniva da una famiglia importante e raffinata, aveva una visione ironica di se stesso. Era un bohémien di lusso, a Londra per prima cosa si comprò una macchina da scrivere Olivetti e un impermeabile blu da Burberry. Ancora prima di avere una grande audience, aveva le idee chiare sul tipo di pubblico che cercava. In una lettera al suo editore, scriveva che voleva puntare agli “adolescenti introspettivi, amanti in preda a tutti i possibili tormenti, platonici delusi, patiti di pornografia, monaci e papisti irsuti”.
Cohen aveva già allora un certo successo con le donne. Ne avrebbe avuto enormemente di più in futuro. Per essere un moderno trovatore della tristezza — “il padrino della malinconia” fu definito più avanti — Cohen trovava frequentemente sollievo nelle braccia altrui. Da ragazzo aveva una sorta di look alla Michael Corleone prima della caduta: aveva gli occhi a mandorla, era scuro, leggermente gobbo, ma l’estrema galanteria e la scioltezza verbale costituivano il suo fascino.
A tredici anni aveva letto un libro sull’ipnotismo. Aveva sperimentato la sua nuova scienza sulla governante, e lei si era tolta i vestiti. Non tutti si lasciarono stregare allo stesso modo, nel corso degli anni: Nico lo sdegnò e Joni Mitchell, che una volta era stata sua amante, gli rimase amica ma lo liquidò definendolo un “poeta da boudoir”. Ma queste erano le eccezioni. Leonard cominciò a passare sempre più tempo con Marianne (aveva conosciuto la donna norvegese, sposata e con un figlio, sull’isola greca di Idra, ndr). Andavano in spiaggia, facevano l’amore, rigovernavano la casa. Una volta, quando erano separati — Marianne e Axel in Norvegia, Cohen a Montréal per raggranellare qualche soldo — lui le mandò un telegramma: “Ho una casa, manca solo la mia donna e suo figlio. Con amore, Leonard”. Ci furono periodi di separazione, periodi di discussioni e di gelosie. Quando beveva, Marianne a volte tirava fuori una rabbia cupa.
E c’erano tradimenti da entrambe le parti. («Dio santo, tutte le ragazze smaniavano per lui», ricordava Marianne. «Arrivo a dire che ero sul punto di ammazzarmi per questa cosa»).
A metà degli anni Sessanta, quando Cohen cominciò a incidere le sue canzoni e a ottenere un successo mondiale, Marianne divenne nota ai fan come quella figura del mondo antico, la musa. Una sua foto memorabile, vestita solo con un asciugamano e seduta alla scrivania nella casa di Idra, compariva sul retro del secondo album di Cohen, Songs from a Room. Ma dopo che erano stati insieme otto anni, la relazione si sfasciò, poco a poco, «come la cenere che cade».
Cohen passava più tempo lontano da Idra per portare avanti la sua carriera. Marianne e Axel rimasero per un po’ nell’isola, poi partirono per la Norvegia. Alla fine, Marianne si risposò. Ma la vita ha i suoi fardelli, in particolare per Axel, che aveva costanti problemi di salute.
I fan di Cohen conoscevano di Marianne la sua bellezza e quello che aveva ispirato: Bird on the Wire, Hey, That’s No Way to Say Goodbye e soprattutto So Long, Marianne. Lei e Cohen rimasero in contatto.
Quando lui, durante i suoi tour, veniva a suonare in Scandinavia, lei lo andava a trovare nei camerini. Si scambiavano lettere e email. Quando parlavano ai giornalisti e agli amici della loro storia d’amore, era sempre con grandissima tenerezza.
Alla fine di luglio di quest’anno, Cohen ha ricevuto un’email di Jan Christian Mollestad, un caro amico di Marianne, che lo informava che era malata di cancro. Nella loro ultima comunicazione, lei aveva detto a Cohen che aveva venduto la sua casa al mare per contribuire a garantire mantenimento e assistenza per Axel, ma non aveva mai accennato al fatto di essere malata. Ora, a quanto pareva, le rimanevano pochi giorni di vita. Cohen rispose immediatamente: “Ebbene Marianne, è arrivata quest’epoca in cui siamo molto vecchi e i nostri corpi stanno cadendo a pezzi, e penso che ti seguirò molto presto. Sappi che sono così vicino dietro di te che se allunghi la mano credo che potresti toccare la mia. E sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non serve che dica nient’altro su questo, perché sai già tutto. Ma ora ti voglio augurare un bellissimo viaggio. Addio vecchia amica. Amore infinito, ci ritroveremo lungo la strada”.
Due giorni dopo, Cohen ricevette un’email dalla Norvegia: “Caro Leonard, Marianne ha lasciato questa vita scivolando lentamente nel sonno ieri sera. Totalmente serena, circondata da cari amici. La tua lettera è arrivata quando era ancora in grado di parlare e ridere in piena coscienza. Quando gliel’abbiamo letta ad alta voce, ha sorriso come solo Marianne riesce a sorridere. Ha sollevato la mano quando dicevi che eri proprio dietro di lei, vicino abbastanza da toccarla. Sapere che tu eri a conoscenza della sua condizione le ha dato una profonda pace dello spirito. E la tua benedizione per il viaggio le ha dato più forza. (…) Durante la sua ultima ora di vita le ho tenuto la mano e ho canticchiato Bird on the Wire mentre lei respirava pianissimo. E quando abbiamo lasciato la stanza, dopo che la sua anima era volata fuori dalla finestra per nuove avventure, le abbiamo dato un bacio sulla fronte e abbiamo sussurrato le tue parole immortali. So long, Marianne…”.
Leonard Cohen vive al secondo piano di una modesta casa di Mid-Wilshire, una zona variegata e senza particolare fascino di Los Angeles. Ha ottantadue anni. Tra il 2008 e il 2013 è stato quasi continuamente in tournée. È altamente improbabile che il suo stato di salute possa permettergli ancora in futuro sforzi del genere. Marianne è morta solo da poche settimane e Cohen è ancora stupito di come la sua lettera — un’email a un’amica che stava morendo — sia diventata virale, almeno nell’universo dei suoi fan. Non aveva pianificato di rendere pubblici i suoi sentimenti, ma quando uno degli amici più intimi di Marianne, a Oslo, gli ha chiesto di rendere pubblico quel messaggio, non ha obbiettato. «E dal momento che c’è legata una canzone, e c’è una storia… È solo una storia dolce. In questo senso non sono dispiaciuto». Come per tutti quelli che sono arrivati alla sua età, i lutti sono routine per Cohen, un fatto della vita. Più che devastato per la morte di Marianne è sopraffatto dal ricordo del loro tempo insieme. «C’era una gardenia sulla mia scrivania che profumava l’intera stanza», dice. «C’era un piccolo sandwich a mezzogiorno.
Dolcezza, dolcezza per ogni dove».
Le canzoni di Cohen sono ossessionate dalla morte, ma d’altronde lo sono sempre state. Cinquant’anni fa, il manager di una casa discografica gli disse: «Cambia rotta, ragazzo. Non sei un po’ vecchio per queste cose?». Ma nonostante la salute che peggiora, Cohen resta lucido e operoso come sempre, militaresco nelle sue abitudini. Si alza ben prima dell’alba e comincia a scrivere.
«Per qualche strana ragione», prosegue, «ho ancora tutte le rotelle a posto. Ho molte risorse, alcune coltivate a livello personale, ma anche dovute alle circostanze: mia figlia e i suoi bambini vivono al piano di sotto, e mio figlio a due isolati di distanza. Ho una grandissima fortuna. Ho un’assistente devota e abilissima ealcuni amici che rendono la mia vita molto ricca. Perciò, in un certo senso, non me la sono mai passata meglio. A un certo punto, se hai ancora tutte le rotelle a posto e non devi fare i conti con problemi finanziari seri, hai l’opportunità di mettere ordine nelle tue cose. È un luogo comune, ma è sottovalutato come analgesico a tutti i livelli. Rimettere in ordine le tue cose, se sei in grado di farlo, è una delle attività più confortanti, e i benefici sono incalcolabili».
Quando iniziò il suo ultimo tour Cohen aveva settantacinque anni, e il suo manager faceva il possibile per fargli risparmiare energie: gli mise a disposizione un aereo privato così che nei trasferimenti avesse l’opportunità di dormire e scrivere; ottimi alberghi dove potesse leggere e comporre su una pianola, un’auto che lo riportasse in hotel appena sceso dal palco. «Durante le prove non si badava solo alle note ma a creare un’atmosfera, inesprimibile a parole», ricorda Cohen.
«Si percepiva in camerino all’avvicinarsi del concerto, si avvertiva l’impegno, era tangibile nella stanza». Questa volta niente Château Latour per riscaldarsi. «Non bevevo mai. A volte una mezza Guinnes con Neil Larsen, ma non pensavo proprio all’alcol».
Il tour non solo rimpinguò le finanze di Cohen (e non di poco); gli diede anche un senso di raro appagamento. Si chiuse nel 2013 a Auckland, alla fine di dicembre con alcuni brani di commiato: If It Be Your Will, quasi una preghiera, seguito da Closing Time, I Tried to Leave You e, infine, una cover della canzone dei Drifters Save the Last Dance for Me. Tutti i musicisti sapevano che quella sera non era solo l’ultima di un lungo viaggio, ma forse l’ultimo viaggio per Cohen.
Seduto in poltrona Cohen scaccia il pensiero dell’aldilà. Va oltre la comprensione e il linguaggio: «Non chiedo informazioni che probabilmente non sarei in grado di elaborare anche se mi fossero fornite». Perseverare, vivere intensamente, chiudere i conti in sospeso, lavorare, tutto qui. Il nuovo album si apre con il brano che gli dà il titolo, You Want It Darker e nel ritornello Cohen canta: “ Hineni Hineni/ Sono pronto, mio signore”. Hineni in ebraico significa “Eccomi”, la risposta di Abramo a Dio che gli chiese di sacrificare il figlio Isacco. Il brano è chiaramente l’annuncio di un uomo che si sente pronto e che, giunto alla fine, si prepara al servizio e alla devozione. Cohen ha chiesto a Gideon Zelermyer, il cantore di Shaar Hashomayim, la sinagoga della sua giovinezza a Montreal, di fare la seconda voce. Ma l’uomo sulla sedia a rotelle non era affatto tormentato, né sconfitto.
«So che nella vita di ciascuno è presente un aspetto spirituale, che losi ammetta o meno», dice Cohen. «C’è, lo si percepisce — le persone riconoscono che esiste una realtà impenetrabile che però influenza il loro stato d’animo e le loro azioni. È quindi attiva. Questa attività in certi momenti del giorno o della notte richiede un certo tipo di reazione. A volte si limita a un: “Sei dimagrito troppo Leonard. Stai morendo ma non devi necessariamente cooperare con entusiasmo al processo”. Sforzati di mangiare un panino».
«Voglio dire che si sente Bat Kol ». La voce divina. «Ascolti quest’altra realtà che ti canta dentro continuamente e per lo più non riesci a decifrarla. Anche quando stavo bene la percepivo. A questo punto della partita sento che dice: “Leonard, fai quello che devi fare”. In questa fase la voce è molto benevola. Più che in qualsiasi altro periodo della mia vita. Non mi dice più “stai facendo cazzate ”. È una straordinaria benedizione, davvero».
© 2016 THE NEW YORKER TRADUZIONE DI EMILIA BENGHI E FABIO GALIMBERTI © RIPRODUZIONE RISERVATA

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