Il popolo delle renne a rischio estinzione

LA STORIA
L’ultimo viaggio del popolo delle renne
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PIETRO DEL RE FOTOGRAFIE DI SERGEI KARPUKHIN/REUTERS
QUANDO il vento artico spazza la tundra e il termometro sfiora i meno 50, con le braci che servono a scaldare il brodo di renna i Nenet riescono a ricreare nel loro teepee un tepore quasi domestico. Del resto, questo popolo nomade del grande nord della Russia orientale con la renna convive in una sorta di simbiosi da più di mille anni.
Come noi con il maiale, della renna i Nenet non buttano via nulla: è il loro cibo (crudo o bollito che sia), il loro mezzo di trasporto, il loro abbigliamento. Del ruminante semi-selvatico sono fatti i rivestimenti delle loro tende coniche e i loro abiti di pelliccia, comprese le cuciture realizzate con i nervi dell’animale. Della renna sono usati perfino i tendini e le ossa nella
costruzione di slitte.
Ora, nel corso della loro storia, i Nenet sono scampati al colonialismo, alla rivoluzione russa e allo stalinismo che li aveva costretti a vivere in kolkov e a pagare pesanti tasse in carne di renna. Gli inuit russi hanno anche resistito allo sfruttamento sovietico di gas e petrolio di una piccola parte del loro sottosuolo, che ha lasciato mostruose e ancora inquinanti vestigia. Adesso però le organizzazioni umanitarie che li proteggono temono che la loro cultura non sopravvivrà alle due nuove minacce che li riguardano: il surriscaldamento climatico e un mega progetto di estrazione di idrocarburi.
Anzitutto il clima, che ha determinato il cambio delle secolari rotte di migrazioni della transumanza estiva, perché con l’innalzamento delle temperature il ghiaccio si scioglie prima e si riforma più tardi, rendendo la tundra più fangosa e dunque alle renne più difficile da attraversare. Lo stesso fenomeno influisce sui licheni e sui vegetali di cui si nutrono le mandrie, causando durante gli spostamenti la morte degli esemplari più deboli. Lo scioglimento del ghiaccio attorno al distretto autonomo dei Nenet ha determinato un altro evento epocale per l’intero ecosistema polare: l’apertura di una nuova rotta artica per il traffico marittimo che collega Asia, Europa e Nord America. Cinque anni fa, il celebre Passaggio a nord-est è stato attraversato dalla gigantesca nave cisterna Vladimir Tikhonov. Ora, una catastrofe ecologica a quelle latitudini avrebbe conseguenze davvero incalcolabili.
Quanto ai progetti di estrazione di combustibile fossile c’è ovviamente di mezzo il gigante russo Gazprom che ha recentemente definito la Penisola di Yamal, terra ancestrale dei Nenet, «regione cuscinetto d’importanza strategica per il petrolio e il gas della Russia». E proprio lì, Gazprom ha annunciato per il 2019 l’entrata in produzione di nuovi giacimenti di gas da cui convogliarne miliardi di metri cubi l’anno verso l’Europa occidentale. I lavori per il progetto Yamal sono cominciati negli anni Novanta, e la tundra appare sempre più sfregiata da oleodotti, torri di trivellazione, strade asfaltate e grandi linee ferroviarie, quali quella inaugurata cinque anni fa, la Obskaya-Bovanenkovo, lunga più di 520 chilometri, che ha il triste primato di essere la più a nord del pianeta.
Ovviamente, tutto quello che intralcia e inquina i pascoli dei Nenet o che ostacola le migrazioni delle loro renne è stato fatto senza il loro consenso. Per l’enorme danno subito verrà forse versata loro una manciata di rubli.
PROFONDO NORD
Il fotografo della Reuters Sergei Karpukhin ha trascorso diverse settimane nel nord della Russia tra gli allevatori di renne che vivono intorno al villaggio di Krasnoye.
Il risultato sono le immagini di queste pagine. Nella foto grande, una mandria di renne viene fatta entrare in un recinto per separare i soggetti più deboli da quelli che potranno affrontare l’inverno nella tundra. A destra, dall’alto: la selezione dei capi, la tenda dei pastori, una pausa e due renne usate per il trasporto.

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