“Per il tribunale degli scrittori il colpevole è sempre l’avvocato” di ALBERTO MANGUEL-1

I grandi autori hanno fatto della diffidenza verso una professione quasi un genere a sé, salvando pochi personaggi come Atticus Finch e Perry Mason
Nulla di ciò che facciamo o diciamo è innocente. Tutto ha un significato, o crediamo che abbia un significato, o gli attribuiamo un significato. I nomi, i luoghi, gli oggetti sono quello che sono, ma anche ciò che immaginiamo che simbolizzino. Il pane ci sembra buono, il fiele ci sembra cattivo; associamo le isole dei mari del Sud al paradiso, i vulcani dell’Italia meridionale all’inferno. Lo stesso vale per le professioni. Ci sono professioni che hanno una carica simbolica positiva, e altre negativa. Fare il muratore, l’insegnante o il medico è visto come una cosa buona. Fare il dentista, il banchiere o l’avvocato
non tanto. Non so bene perché, ma ci basta leggere in un romanzo che il Dottor Zivago è un medico o che Jane Eyre fa la maestra per affezionarci al personaggio prima di conoscerlo veramente. Ma quando si scopre, per esempio, che il cattivo in diversi romanzi di Graham Greene è un dentista, non ne siamo sorpresi, e quando Balzac ci presenta uno dei suoi personaggi come appartenente al mondo della finanza, subito ne diffidiamo. Chesterton inizia uno dei suoi racconti con questa frase: «L’assassinio di un milionario, evento che chissà per quale ragione viene considerato una calamità… ». Sono molte le professioni di cui potremmo dire altrettanto.
Purtroppo, gli avvocati occupano un posto privilegiato nel mondo dei personaggi odiosi. Naturalmente, ce ne sono di ammirevoli, come Atticus Finch ne
Il buio oltre la siepe o Perry Mason nei romanzi di Earle Stanley Gardner (e nella serie televisiva). Ma, di solito, la figura dell’avvocato si presta a battute pesanti e alla derisione, certamente ingiustificata. Quando veniamo a sapere che il fratello di Horacio Oliveira, il protagonista de Il gioco del mondo ( Rayuela) di Cortázar, è un «soddisfatto avvocato di Rosario che allegava quattro fogli di carta aerea sui doveri filiali e civili dissipati da Oliveira», istintivamente ne diffidiamo, senza altro motivo che la sua professione. Questa diffidenza nei confronti degli avvocati è molto antica. Nella letteratura spagnola, la possiamo trovare già nel Medioevo, come ad esempio nel Libro de buen amor del XIV secolo, dove l’Arciprete di Hita descrive così un legale: «Dava muchos juïzios, mucha mala sentençia:/ con muchos abogados era su mantenençia, / en tener pleitos malos e fazer mala abenençia;/ en cabo, por dineros avía penitençia» (Dava molti giudizi, molte male sentenze / Con molti avvocati si manteneva / Nel sostenere cattive cause e fare un cattivo lavoro; /alla fine, per la tasca era una penitenza).
Nella seconda parte dell’Enrico VI di Shakespeare, scoppia una piccola rivolta e Dick il Macellaio, seguace del ribelle Jack Cade che vuole essere re, incita i suoi compagni con un grido divenuto famoso: «Per prima cosa, uccidiamo tutti gli avvocati! ». Con queste parole, Dick si fa eco di un pregiudizio popolare fortemente radicato nei secoli: gli avvocati sono dei truffatori che rubano alle povere parti in causa. Una nuova società (in questo caso, quella che Jack Cade intende governare) deve cominciare a definirsi eliminando quelli che sono visti come i suoi sfruttatori, personaggi che invece di aiutarli rallentano i procedimenti legali e incassano tassi usurari.
Nel XIX secolo, Dickens immortalò questo pregiudizio nel romanzo Casa desolata. Qui si descrivono le manovre senza fine dello studio legale Jarndyce & Jarndyce di Londra che finisce col rovinare i propri clienti. Una delle varie trame di questo romanzo di Dickens (come sempre in Dickens, ce ne sono molte) parla di un’importante eredità che ha atteso nei tribunali per diverse generazioni, finché nell’anno in cui il romanzo si svolge l’intera eredità si rivela consumata dalle spese legali. Qui Dickens cerca di criticare la Court of Chancery d’Inghilterra, le cui attività considerava così nefaste che uno dei personaggi raccomanda a un convenuto in giudizio: «Subisci qualsiasi torto ma non venire qui». Per Dickens, i tribunali sono l’ultimo posto a cui si debba fare appello se si desidera ottenere giustizia.
La dea della giustizia, che i greci chiamavano Dike e i romani Iustitia, fu immaginata come una combinazione di altre divinità. Fortuna, la dea romana della sorte, le presta la sua benda per gli occhi; Nemesis, la dea greca della vendetta, la sua spada. Tuttavia, nell’immaginario popolare medievale, la Giustizia prese la figura di una prostituta, venduta da avvocati e giudici come un qualsiasi prodotto commerciale. C’è una lunga tradizione letteraria che descrive questi giureconsulti come corrotti e avidi, uomini perfidi che allungano i giudizi ed ostacolano gli accordi tra le parti per guadagnare di più.
Quevedo, ne “Il sogno della morte”, va oltre e attribuisce a giureconsulti e avvocati tutti i mali della società: «Volete vedere quanto sono perturbatori gli avvocati? Se non ci fossero avvocati non ci sarebbero liti; e se non ci fossero liti, non ci sarebbero cause; e se non ci fossero cause, non ci sarebbero procuratori, e se non ci fossero procuratori, non ci sarebbero inganni; e se non ci fossero inganni, non ci sarebbero delitti; e se non ci fossero delitti, non ci sarebbero sbirri; e se non ci fossero sbirri, non ci sarebbero prigioni; e se non ci fossero prigioni, non ci sarebbero giudici; e se non ci fossero giudici, non ci sarebbero passione; e se non ci fosse passione, non ci sarebbe corruzione. Guarda la litania di rettili infernali prodotta da un avvocatuccio, che cosa nasconde una barbetta e a che cosa autorizza un berretto».
1. Continua
©RIPRODUZIONE RISERVATA
LA SERIE
Alberto Manguel racconterà da oggi in tre parti il rapporto tra giustizia e letteratura, citando i grandi classici Sopra, Honoré Daumier: Tre avvocati( 1855- 1857)

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