“L’anno della sfida alla post-verità” di TIMOTHY GARTON ASH

il 2017
NELL’ERA di Internet nulla viaggia più veloce di un cliché quanto mai attuale. Ormai non si chiude un discorso senza almeno un riferimento alla “post-verità” del nostro tempo. Come se, fino a ieri, la verità uscisse sempre pura dalle labbra dei politici e dei conduttori dei notiziari. Per non parlare di Joseph Goebbels, di Stalin e delle grandi menzogne totalitarie sviscerate da Aleksandr Solženicyn e George Orwell. Il nuovo pericolo è ben definito dal più modesto aggettivo “postfattuale”. Infatti la Germania ha scelto “postfaktisch” come parola dell’anno. Costituisce un rischio per la democrazia in quanto notizie totalmente false (il Papa sostiene la candidatura di Donald Trump alla presidenza, Barack Obama non è nato negli Usa), confezionate ad arte e costantemente amplificate nelle camere dell’eco della Rete, pare abbiano acquisito il potere di influenzare gran parte dell’elettorato.
L’emotività prevale sui freddi dati di fatto, le sensazioni sulla ragione. Anche quando Obama ha pubblicato il suo atto di nascita, Trump ha dichiarato che «molta gente ha la sensazione che non sia un certificato valido», una battuta in linea con il concetto di “truthness” frutto dell’ironia di Stephen Colbert.
Però non c’è motivo di disperare. Se Orwell e Solženicyn non si sono arresi di fronte a Goebbels e a Stalin, sarebbe ridicolo arrendersi oggi. La minaccia postfattuale può essere contrastata in molti modi, facendo del 2017 l’anno anti-postfattuale.
Il “fact-checking” ha già un ruolo di spicco nella cronaca – e nella quotidianità in Rete. Recentemente ho ritwittato un paio di fotografie che mostravano la Camera dei Comuni al completo per il dibattito sugli stipendi dei parlamentari e semivuota per un altro sulla catastrofe umanitaria di Aleppo. Nel giro di pochi minuti sono stato informato che si trattava di una bufala e ho subito postato una rettifica.
La cultura di Internet, che incoraggia contraddittori così rapidi ed efficaci, dovrebbe far parte dei programmi scolastici e le università possono impegnarsi di più per dare maggiore diffusione a rigorose analisi comprovate.
Esistono fondazioni filantropiche che finanziano il giornalismo investigativo serio, e visto l’andazzo della maggior parte dei quotidiani, ne serve in abbondanza. Testate come il New York Times, Der Spiegel e altre hanno mantenuto la loro credibilità online, mentre nuovi siti l’hanno rapidamente acquisita.
I Paesi che hanno la fortuna di avere emittenti pubbliche come la Bbc devono farne tesoro. Le aziende tecnologiche possono e devono individuare ed eliminare le notizie palesemente false diffuse in massa da robot sotto la regia della Russia di Vladimir Putin o da siti di spamming (alias “meme farms”) il cui scopo è semplicemente arricchirsi con la pubblicità online.
Grazie alle straordinarie possibilità di approfondimento concesse da Internet è più semplice che mai per i cittadini vigili risalire alla realtà dei fatti nella maggioranza dei casi. La vera sfida per il giornalismo inteso come arte e impresa sta nel portare la realtà dei fatti alle persone che sono state preda dei discorsi populisti di pancia e non sono forse neppure particolarmente interessate a conoscere la noiosa verità. Chiunque trovi il modo di rendere la realtà dei fatti accessibile e interessante in formato tabloid o di offrirla in pillole su Facebook e YouTube meriterebbe un premio Orwell.
Altrettanto importante è ammettere le responsabilità pubbliche delle cosiddette “superpotenze private”, come mi piace definirle. Google, Facebook e Twitter sono stati soprannominati Sppp – Spazi pubblici di proprietà privata – ma non si limitano a costituire la pavimentazione della nostra pubblica piazza globale.
L’algoritmo del News Feed di Facebook seleziona i post visualizzati da centinaia di milioni di persone ogni giorno. Equivale a un potere straordinario. Lo studio di Filippo Menczer dell’università dell’Indiana indica che la disinformazione ha la stessa possibilità di diventare virale dell’informazione corretta, per cui se l’algoritmo sceglie in base ai “mi piace” degli amici certo non è utile a contrastare le notizie false.
Fino a poco tempo fa i colossi di Internet sono stati restii ad ammettere questa responsabilità. Hanno preferito farsi passare per intermediari neutrali, con l’unico obiettivo di offrire la migliore “esperienza” alla loro “comunità”. Fortunatamente le cose stanno cambiando.
Mentre il 2016 si avvia tremebondo alla conclusione, Zuckerberg ha scritto uno straordinario post su Facebook: «Siamo una nuova piattaforma di dibattito pubblico, abbiamo quindi un nuovo genere di responsabilità per… costruire uno spazio in cui le persone possano essere informate».
Quindi gli utenti ora possono indicare le notizie che reputano false e se un’organizzazione indipendente incaricata del “fact-checking” concorderà, il post verrà segnalato. Facebook cercherà inoltre di impedire che le bufale vengano veicolate per trarne guadagni pubblicitari. Zuckerberg ha ventilato anche un qualche impegno a modificare il sacro algoritmo al fine di eliminare i fake.
Ma come possiamo controllare il funzionamento dell’algoritmo se Facebook ha accesso esclusivo a tutti dati? Il social, come ogni altro genere di potere, deve essere sottoposto a controllo e chiamato a rispondere del suo operato.
Ma meglio esser cauti nelle aspettative: Zuckerberg ha ragione quando dice che Facebook non deve essere chiamato al ruolo di “arbitro della verità”. Può però essere un partner indispensabile nella lotta alle menzogne sfacciate.
Decenni di bugie totalitarie, di manipolazioni politiche e ora il postfattuale ci hanno aperto gli occhi. Non possiamo più condividere la grandiosa fiducia di John Milton, che in “Aeropagitica” esortava affinché la verità con la V maiuscola e la menzogna venissero alle prese, «chi ha mai visto la Verità avere la peggio in uno scontro libero e aperto?». Ma c’è ancora molto da fare per rendere lo scontro tale.
( traduzione di Emilia Benghi)

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