“Sul set di Alien. La saga infinita di Ridley Scott Ritorno al futuro con robot umani” di SILVIA BIZIO

SPETTACOLI
Viaggio in Australia per seguire la lavorazione del film con Fassbender
SYDNEY
L’ARRIVO sul set di Alien: Covenant di Ridley Scott, 45 minuti d’auto da Sydney, Australia, dà subito la sensazione di trovarsi davvero su un altro pianeta: è noto che a Scott piace il realismo del set con i suoi enormi spazi e con i macchinari, il realismo massimo della finzione; ma oggi, qui, è come stare davvero in un mondo ostile e alieno, e fa venire i brividi. Scott, che ha piantato nell’immaginario collettivo la spaventosa immagine dell’onnipotente, orribile creatura nel primo Alien del 1979, torna a spaventarci con Alien: Covenant (il titolo si riferisce a un patto sinistro con la morte), sorta di seguito di Prometheus, del 2012. Il film, in uscita in Italia il 17 maggio, è stato girato interamente in Australia e in Nuova Zelanda, con una troupe di quasi mille persone, una vera spedizione, di cui Scott è il generale a quattro stelle; un generale di ferro che comanda cinque o sei cineprese allo stesso tempo.
Scott è uno specialista nel creare un feeling di cameratismo sul set, dicono gli attori. «È fantastico poter lavorare con lui tutto il giorno, creare con lui il tuo personaggio», dice di Scott la giovane attrice Katherine Waterston, la cui somiglianza con la Ripley di Sigourney Weaver dei primi due Alien è sorprendente, e per niente casuale: la Waterston interpreta il ruolo della giovane protagonista di questa storia, un’astronauta in viaggio verso un pianeta sconosciuto.
«Ridley mi ha detto: non mi piace perdere tempo sul set, mi piace fare due ciak, fare in fretta e finire sotto budget e portare tutti a cena la sera», dice l’attrice durante una pausa sul set. «È bello lavorare con un regista a cui piace bere un Martini e mangiare ostriche alla fine della giornata di lavoro».
Nei giorni scorsi lo studio Fox ha mostrato a un piccolo gruppo di giornalisti 40 minuti del film, un primissimo montaggio: le scene mostrano il gruppo di piloti/astronauti scelti che si staccano dall’astronave “madre” per atterrare sul pianeta da colonizzare, per passare poi alle prime avvisaglie di qualcosa che va storto, molto storto. Ci sono scene degli alieni (alcuni simili a quelli dell’Alien originale, altre ancora più spaventose) che emergono dalla schiena del malcapitato di turno, con quel tac tac tac tac di fondo che fa capire la loro presenza micidiale e letale.
Il film è ambientato in un futuro vago, che s’intuisce sia circa 10 anni dopo gli eventi di Prometheus, dunque potrebbe essere il 2090. Spiega il regista: «Siamo vicini all’inizio di un nuovo secolo. Un futuro possibile se continuiamo ad evolverci come stiamo facendo, sempre che entro quella data l’umanità non si sia già auto-distrutta».
L’equipaggio della nave colonizzatrice Covenant scopre che quello che pensano sia un paradiso vergine, dove cominciare una nuova vita, è in realtà un mondo oscuro e pericoloso, il cui solo abitante è l’androide David, unico sopravvissuto della dannata spedizione Prometheus.
Lo interpreta Michael Fassbender, comune denominatore tra i due film. «David è come un computer che hai avuto per dieci anni e che non hai mai fatto controllare», spiega Fassbender, «e ora cominciano ad apparire una serie di difetti. David è stato solo e senza manutenzione, quindi è un po’ fuori fase. Ma è ancora molto intelligente e ha un obiettivo preciso. È uno che si adatta velocemente a ogni circostanza».
Fassbender interpreta il doppio ruolo di David e del nuovo computer Walter, che ci spiega essere la serie 8.0 di David, risultato di un «esperimento per vedere se si può programmare un robot in modo da permettergli di evolversi e assumere forme umane, con caratteristiche umane».
Ma scopriamo che gli esseri umani si sentono a disagio con un robot troppo umano. Quindi il modello di Walter è logico e funziona come robot di servizio per il Covenant e il suo equipaggio. «Ma non prova emozioni umane», spiega Fassbender, «David era troppo legato a tratti umani, mentre Walter è un robot… robot».
Ridley Scott è molto affezionato alla serie di Alien. «È difficile fare i seguiti di un seguito di un seguito», spiega, «ma comunque mi sorprendeva che nessuno si ponesse la domanda di chi avrebbe dato un seguito alla saga. La serie stava svanendo ed era un peccato, perché quello che abbiamo fatto all’epoca era davvero speciale. E con la storia sarebbe scomparsa anche la creatura horribilis».
Sul set assistiamo a una scena in cui gli attori si lanciano su un’ala della navetta spaziale che li avrebbe potuti portare dal pianeta ostile all’astronave madre e alla salvezza, scossi da un meccanismo a propulsione idraulica gigantesca e spazzati da macchine turbine per il vento, aggrappandosi uno all’altro pur trattenuti da cavi di sicurezza. «È un divertimento da pazzi lavorare in un film di Ridley Scott», dice Fassbender. «Il fatto di usare set così realistici e macchinari autentici, invece degli effetti digitali, aumenta il senso di gioco e di meraviglia».
Interpretare Walter e David nello stesso film è una sfida, aggiunge Fassbender, che in alcune scene interpreta entrambi i personaggi fianco a fianco. Quale dei due è più divertente? «Sono più vicino a David per via dei suoi tratti umani: noi esseri umani siamo molto difettosi, e come attore viene più facile giocarci sopra». Ma Walter è la perfetta controparte: «È una sorta di super maggiordomo che ricorda, se volete, il Data di Star Trek ».
Anche per Fassbender il primo Alien rimane un film speciale: «È stato seminale, l’ho visto di nuovo sull’aereo mentre venivo qui in Australia ed è un film d’azione molto sofisticato, con tanti strati e livelli di lettura e godimento. Fantascienza, thriller e horror tutto insieme. I brividi che mi ha fatto venire dopo tutti questi anni sono pazzeschi. Quel film mi è rimasto dentro per via di quell’ambiente claustrofobico in una nave spaziale, il modo in cui Ridley e la sua Ripley presentano questo mondo futuristico. Prometheus ci avvertiva che saremmo tornati dentro questa claustrofobia da pelle d’oca. Covenant ci rigetta dentro con un calcio nel sedere!».
Covenant ha qualcosa di metafisico in comune con Prometheus e Blade Runner, ammette il loro autore Scott: «C’è sempre una dimensione metafisica nel mio cinema, qualcosa che trascende la dimensione fisica. Sarà una deformazione professionale. Io stesso ci ho messo 30 anni per capire che Blade Runner non era solo un film d’evasione futuristico! La gente adesso mi chiede: Ridley, sei religioso, credi nella spiritualità? No, dico io. Credo solo nella spiritualità che emerge dalla finzione cinematografica. Non credo in alcun aldilà. Ma», conclude ridendo, «spero che questo film terrorizzi più degli altri».

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