“Gli spiriti sciamani tra i boschi del Pollino” di STEFANO MALATESTA

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Morano Calabro, Parco Naz.le del Pollino, in una foto d’epoca
3/1/2017 da Repubblica oggi in edicola
CULTURA
Gli spiriti sciamani tra i boschi del Pollino
STEFANO MALATESTA
Non mi ricordo esattamente quando sono cominciati i lavori dell’Autostrada del Sole. Deve essere stato intorno al Pleistocene o in un altro periodo remotissimo quando i dinosauri brucavano le erbe. Fino all’anno scorso non sapevi se prendendo l’Autostrada del Sole a Reggio Calabria arrivavi in buone condizioni a Napoli. Il viaggio si svolgeva senza intoppi fino alla catena del monte Pollino. Ma appena la montagna era in vista cominciava una serie infinita di blocchi stradali per lavori in corso, per frane, per smottamenti di terreno, per buche che si aprivano nell’asfalto, per lavori non finiti, con deviazioni improvvise e demenziali con camion dirottati su stradette di campagna immediatamente bloccate da questi mastodonti della strada che si mettevano di traverso finendo nel fango.
Anni fa ho passato due notti di tregenda senza potermi muovere sopra a Morano Calabro, dormendo in una macchina o chiacchierando con gli agenti della polizia stradale che arrivando sul posto non sapevano cosa fare. Adesso — dicono — si va in linea diretta da Reggio Calabria a Milano. L’ultimo lavoro terminato è un traforo con gallerie che si aprono e si chiudono, permettendo brevi, ma affascinanti scorci di un paesaggio che non aveva mai visto da quella angolazione nessuno prima di oggi.
I boschi si inseguono con altri boschi e il verde delle querce si mescola con il giallo dei carpini. Il momento più bello per venire da queste parti è quel periodo che in America si chiama “Indian summer”, negli Stati Uniti sono le foglie degli aceri che danno il colore, da noi ci sono i castagni altrettanto maestosi e dorati.
Quando vennero costruiti i primi viadotti, come quello di Roncobilaccio, ci furono polemiche a non finire su Italia Nostra e su altri organismi benemeriti che volevano salvaguardare la natura delle splendide colline toscane. Credo di aver partecipato anch’io ai sit-in contro il viadotto di Roncobilaccio che secondo l’accusa deturpava la natura di quei luoghi. Adesso riconosco che siamo stati troppo intolleranti. Non avevamo capito che questi manufatti, con il tempo si sarebbero inseriti nella natura e sarebbero diventati una parte essenziale del paesaggio. Dopo questi lavori il Pollino non ha perso nulla del suo aspetto selvaggio e lussureggiante. Paradossalmente i viadotti hanno accentuato e reso l’area ancora più selvaggia. È quasi impossibile trovare in Italia un ambiente che veda tante specie di piante assemblate insieme. In basso crescono quelle mediterranee come il lentisco, il tamarindo, l’alloro, il rosmarino. Più in alto troviamo boschi di querce, di castagni e di tassi che sono così numerosi che per crescere devono puntare verso l’alto e hanno un aspetto filiforme. Gli albanesi che vivono in due comunità della montagna li chiamano serpenti.
Ogni paese d’Italia ha un suo luogo mitico che riflette le fantasie pagane della popolazione. A Benevento c’è il famoso noce dove si radunavano le streghe per ballare con i diavoli. Nella foresta di Nemi il sacerdote della quercia dal ramo d’oro di Frazer custodiva la pianta sacra contro ogni intruso. I monti Sibillini sopra la Nera sono stati luoghi frequentati da maghi, maghette e streghe.
In cima al monte Pollino c’è il pino loricato, un albero dalla corteccia rugosa che prende il nome dalla lorica, l’armatura dei legionari romani, un albero contorto e mostruoso che fa pensare ad altri alberi legati alla magia. Più di cento anni fa questa regione venne attraversata da un famoso scrittore e viaggiatore Norman Douglas, l’autore di South Wind, che alternava la permanenza a Capri con giri per l’Italia. Viaggiava sempre a piedi, da solo o in compagnia di qualche ragazzo, con il suo passo da montanaro, facendo anche 30-40 chilometri al giorno. Aveva la complessione di un barone normanno e la sera si piantava in un caffè dove ingurgitava due o tre granite e si scolava due bottiglie di Cirò, poi andava a sdraiarsi su balle di fieno in una stalla che qualcuno gli aveva offerto gratis dove dormiva come se fosse sdraiato sul letto della principessa sul pisello. Parlava perfettamente italiano e molti dialetti del sud e così lungo la strada si fermava a chiacchierare con i paesani.
Il libro che ha pubblicato, Old Calabria, è il miglior testo mai scritto da uno straniero sul Meridione d’Italia, dove si espone sotto altro nome la teoria del familismo amorale cinquant’anni prima che fosse inventato questo termine. Oggi i boschi sono più grandi di prima ed emanano lo stesso fascino del tempo di Douglas. Per secoli gli abitanti della Calabria e della Basilicata si sono curati unicamente con le erbe del Pollino.
Per una serie di ragioni climatiche e ambientali qui nascono quantità inverosimili di piante officinali e curative, che hanno una forza taumaturgica unica, non riscontrate in altre zone d’Italia: l’aneto, l’assenzio, la bardana, la belladonna, la borragine, la camomilla, la carota selvatica, l’edera, la gramigna, l’ortica, il cardo mariano, la lavanda, la malva, la menta, l’origano, la rosa canina, la saponaria e anche la verbana con cui si fa un ottimo digestivo. Tanti anni fa anch’io ho scalato la montagna sulle tracce di Douglas. Durante tutta l’ascensione fui seguito da un’aquila reale che non smetteva mai di volteggiarmi sopra. Una donnola mi attraversò la strada facendomi cadere sulle pietre. A un certo punto sentii provenire dal bosco un sordo potente miagolio. Quando girai lo sguardo vidi un gatto selvatico dalla testa immensa che continuava a soffiare rabbioso. Questo animale è molto più simile a una tigre in miniatura che a un gatto domestico. Ha una testa enorme, unghie e dentatura d’acciaio ed è capace di uccidere animali molto più grossi di lui. Poi il gatto selvatico scomparve nella macchia.
La seconda visita l’ho compiuta poche settimane fa. Non potendo camminare sono andato in giro per il Pollino con la jeep in compagnia di un esperto del parco che conosceva per nome tutte le piante che incontrava. Era un grande piacere ascoltarlo mentre illustrava la macchia creando una specie di poema della vegetazione, elencando tutti i benefici che portavano le erbe. La rosa canina ottima per curare l’asma, le allergie, migliorare le difese immunitarie, un antiossidante contro l’invecchiamento, favorisce la produzione dell’emoglobina. La bardana con proprietà diuretiche e depurative, che abbassa la quantità di zucchero nel sangue sotto forma di impacchi considerati benefici in caso di reumatismi, di acne, pelle impura e capelli grassi. A un certo punto preso da una sindrome erbacea cominciai ad afferrare a destra e a manca tutte le piante che trovavo. Ma quando feci vedere un ramo con delle bacche viola all’esperto, quello cacciò un urlo: «Stai attento, quella è la belladonna, contiene scopolamina, usato dai tedeschi come allucinogeno per far parlare i prigionieri che entravano in delirio». Questa vegetazione lussureggiante è dovuta anche alla presenza di un numero incredibile di sorgenti, che scendendo lungo i pendii della montagna, si trasformano in torrenti tumultuosi, precipitando con una forza terrificate pur mantenendo l’aspetto di piombo fuso.
Per descrivere quest’ambiente vorrei usare le parole di Vladimir Nabokov, uno degli scrittori più grandi del Novecento: «L’acqua, raggiunte le rapide, si gonfiava mostruosamente, accatastando onde multicolori, passava con un mugghio indemoniato attraverso le lucide fronti dei macigni, per precipitare dagli arcobaleni nel buio con un salto di quasi sei metri e continuare ormai diversa la sua corsa: ribollente, di un grigio-violaceo screziato da schiuma che sembrava neve, andava a frangersi contro uno e poi l’altro lato del canyon di rocce conglomerate con tanta forza che la tonante fortezza della montagna, pensavi, non avrebbe retto l’urto». Il torrente scomparve dentro la montagna e noi decidemmo che era venuto il tempo di lasciare il Pollino.

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