“È già nell’Eneide la storia di chi oggi fugge dalle guerre” SILVIA RONCHEY intervista MAURIZIO BETTINI  

CULTURA
Era un professore così giovane che molti, all’inizio, lo scambiavano per uno dei suoi studenti. Un piccolo gruppo nel suo primo anno di docenza, a Pisa, esattamente quarant’anni fa. Maurizio Bettini insegnava la morfologia storica del latino e il metodo filologico con inusuale severità, ma il rapporto maestro-allievo includeva le arie che suonava sul liuto, le passeggiate con la bicicletta a mano, i consigli sulla letteratura contemporanea oltreché sull’uso della linguistica e dell’antropologia strutturale nella lettura di quella classica.
E Alla sua scuola, fin dagli esordi, era sottinteso che il passato dovesse servire al presente. Oggi questo maestro salito in cattedra negli anni Settanta sta per andare in pensione. È il momento di fare un bilancio. Seduto nella sua biblioteca, scambia con noi qualche idea sul passato.
Silvia Ronchey: C’è ancora il passato? Sembra che in questi quarant’anni il presente sia stato depauperato di passato oltre che di un futuro chiaramente progettabile.
Maurizio Bettini: Ci siamo progressivamente alleggeriti del passato perché la nostra cultura si è alleggerita di libri. La fame di libri che avevamo negli anni Settanta non dipendeva solo dal fatto che da giovani si legge di più e con più passione. Eravamo convinti che lì fosse il tesoro della nostra cultura, della nostra vita. Oggi non è più così. Un rapporto lungo come quello che si deve intrattenere con un libro sta uscendo dai nostri orizzonti. E poiché il passato, almeno per quello che riguarda la nostra storia, sta essenzialmente dentro testi, il recedere della forma testo dalla nostra cultura fa sì che pian piano il passato non si esplori più.
S.R.: Ma a cosa serve esplorare il passato? Possiamo ancora sostenere che serve al presente?
M.B.: Leggere, studiare, pensare è avere un dialogo continuo con quello che vedi, c’è una specie di osmosi tra cultura e vita.
S.R,: “Che tu possa vivere in tempi interessanti”, recita una maledizione cinese. Noi viviamo in tempi maledettamente interessanti. Assistiamo per esempio a una grande migrazione di popoli. Ne abbiamo visti, leggendo i testi antichi, di popoli migranti, ittiti, micenei, troiani…
M.B.: Tutta questa meraviglia che c’è intorno a noi, questo sconcerto, anche questa irritazione per l’immigrazione è frutto di un orizzonte limitatissimo. Troppi non hanno mai pensato finora che i popoli si spostassero. E invece una minima conoscenza della storia ci mostra che la migrazione è la cifra dell’umanità. È molto difficile stabilire quale sia la natura umana, e non siamo neanche tanto sicuri che esista, ma se c’è un tratto connaturato all’uomo è il suo spostamento continuo. Le culture si sono sempre mescolate e molto spesso anche a costo di sofferenza e di guerre. Anzi, in passato le migrazioni sono state legate più ai conflitti che, come oggi, a un ingresso pacifico di disgraziati.
S.R.: Hai presente Battiato: “Cantami o Diva dei profughi afghani che dal confine si spostarono nell’Iran…“ Non trovi che l’attuale movimento di popoli abbia qualcosa di omerico, di epico?
M.B.: Più che Omero ci ritrovo l’Eneide. Un popolo che fugge da una città in fiamme. Che si mette per mare e naufraga proprio come i troiani di Enea. Che viene respinto come loro e più volte e nella stessa Italia finché con una guerra si impone su quello dei latini e alla fine fa pace e si unisce a loro con matrimoni misti. Ora, mi auguro che il finale bellico dell’Eneide non si avveri, ma per il resto è così. Quello virgiliano è stato un epos di disgraziati, di infelici, di scacciati, di gente che aveva perso figli, mogli, genitori, esattamente come questi che vediamo sbarcare oggi sulle nostre coste e hanno più o meno seguito le stesse rotte, avuto le stesse sciagure… S.R.: Con il vecchio padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio per mano. Ma qual è il Palladio che portano?
M.B.: Nel caso di Enea e dei suoi, più che un Palladio, almeno nella versione virgiliana, sono i Penati. È sbagliato immaginarli solo come statuette. I Penati sono qualsiasi cosa tu abbia portato dalla tua tradizione alla terra dove resti comunque uno straniero, un ospite spesso sgradito. E allora quella preghiera che reciti, o anche quel capo di vestiario, quel poco che hai salvato e che lì era un cosa qualunque, qui diventa un oggetto religioso.
S.R.: Il Novecento, inventando l’antropologia culturale, ci ha insegnato a guardare la nostra cultura allo specchio delle altre. Tu ci hai insegnato come Agamennone oggi sia più vicino a un capotribù africano che a noi; il che però avvicina a noi il capotribù africano, non allontana certo Agamennone. In cosa la percezione dell’alterità degli antichi può soccorrere chi teme questi migranti, che vengano dalla Siria o dall’Africa, perché “non sono come noi” — come se “noi” fossimo un’entità semplice e univoca?
M.B.: Nelle nostre retoriche nazionali europee, l’antichità classica è stata il serbatoio degli antenati: con gli antichi noi ci identifichiamo: parliamo una lingua derivata dal latino, abbiamo sempre letto i testi classici, abbiamo continuato ad assimilare il loro modo di vedere il mondo. Ma se li guardiamo da vicino con occhio sgombro e realizziamo quanto fossero anche diversi da noi, ragionassero e si comportassero in altro modo, ecco che quando ci troviamo di fronte il contemporaneo che parla un’altra lingua, ha un’altra faccia e altre abitudini possiamo essere più pronti ad accettarlo.
S.R.: Ed eccoci all’antropologia del mondo antico. È questo il suo modo di servire il presente?
M.B.: L’antropologia del mondo antico, abituandoci a vedere in quella cultura da cui ci siamo sviluppati gli elementi di diversità e perfino di alienità, ci educa all’idea che si possa guardare il mondo in modi molto diversi da quello che consideriamo il nostro. Ma questo è da sempre anche l’insegnamento fondamentale di ogni studio umanistico. Le
humanities si chiamano così perché tengono al centro l’humanitas, la capacità di capire l’uomo.
S.R.: Il Novecento ha aggiunto alle nostre discipline anche la psicologia storica del mondo antico: lo studio del mito e delle religioni sotto un approccio più laico. Il neospiritualismo post-New Age che pervade l’Occidente fonde tradizioni mistiche cristiane e orientali con la rivoluzione novecentesca della psicoanalisi, che trova nell’antichità i suoi archetipi. Non credi che più che a uno scontro di civiltà o di religioni stiamo assistendo allo scontro fra il monoteismo storico e un nuovo politeismo, dove il cristianesimo è ibridato con buddhismo e sufismo?
M. B.: Noi abbiamo dovuto sancire nelle nostre costituzioni il diritto alla pluralità delle confessioni, dopo averlo negato per secoli in Europa. Il politeismo antico per oltre un millennio è riuscito a tenere spontaneamente uniti i popoli senza che ci fossero mai guerre di religione.
S.R.: Forse allora questo cosiddetto ritorno alla religione non è un vero ritorno. Se guardiamo con occhio antropologico alle credenze e leggende che in passato dominavano la vita dei singoli, contadini o condottieri, alle visioni dell’aldilà rispecchiate dall’iconografia sacra, al tempo scandito dall’assiduità della preghiera, alla fonosfera liturgica che lo pervadeva, vediamo qualcosa di molto diverso da quella che oggi chiamiamo nuova spiritualità.
M.B.: Dopo la Rivoluzione Francese la religione è diventata un’altra cosa, e c’è senz’altro oggi una sua riscoperta, ma non dimentichiamo che ci sono anche milioni di agnostici e di atei. È un mondo intellettuale che meriterebbe di essere approfondito. A chi non aderisce a una fede cosa dà un diverso senso dell’esistenza? Cosa gli fa sentire che la vita è più interessante di come normalmente si presenta?
S.R.: In un libro di alcuni anni fa avevi intuito che il moltiplicarsi dell’archivio della modernità avrebbe prodotto non un progresso ma, alla lettera, un inselvatichimento. Oggi la disponibilità di dati è diventata esponenziale e questo è meraviglioso, libertario se non potenzialmente rivoluzionario. E però è una selva in cui pochi sanno districarsi, specie considerata l’involuzione dei nostri pubblici insegnamenti, che un’escalation demagogica ha enormemente impoverito.
M. B.: Quello che sempre più manca tra i più giovani è il cammino della costruzione del pensiero. Soprattutto oggi è necessario suscitare quel lampo di meraviglia che già Platone diceva essere “la scintilla della Filosofia”. Consultando la rete si trovano di fronte a una quantità enorme di informazioni di cui non solo non sanno valutare la qualità, ma che non sanno se non giustapporre l’una all’altra, senza ricerca, argomentazione o riflessione. E quando gli dici “per questo esame c’è questo libro da leggere”, ti rispondono: “Ma professore, un libro intero?”.

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