ALEXANDER STILLE: “IL FRONTE DEI RIBELLI

Alcuni giorni dopo l’elezione di Donald Trump mi ferma una vicina di casa — che neanche conosco bene — e si mette a parlare disperata. «Non mi sono mai occupata di politica, ma bisogna fare qualcosa, bisogna resistere!».
Sono innumerevoli le conversazioni del genere che ho avuto negli ultimi due mesi con amici, parenti e perfetti sconosciuti. Molti cercano idee per inventare forme di resistenza: riunioni, proteste, petizioni, la nascita di nuove associazioni. Una mia amica — importante curatrice in un grande museo newyorkese — mi ha detto: «Sto pensando di lasciare il museo, sento il bisogno di impegnarmi in qualcosa di più concreto. Non posso stare qui a non fare nulla » . Un’altra, giornalista scientifica, dice di voler piantare il suo lavoro per dedicarsi ai diritti civili e creare luoghi di dialogo tra elettori dei due schieramenti per sanare le divisioni del paese.
Non era mai successo: certo, ci sono già state sconfitte elettorali molto amare in passato, da Richard Nixon nel 1972 a Ronald Reagan nel 1984 fino alla sospetta vittoria di George W. Bush nel 2000, con i famosi voti contestati della Florida. Ma la vittoria di Trump è sembrata una catastrofe senza precedenti. «Sento di vivere gli ultimi giorni di Weimar», mi dice un amico, un fisico che lavora sul riscaldamento climatico. I suoi colleghi nei laboratori statali hanno ricevuto uno strano questionario dal governo Trump (già prima del suo insediamento) che molti hanno visto come un minaccioso avvertimento a chi si occupa di global warming.
Sui siti si moltiplicano gli appelli alla “resistenza” e le guide alla ribellione: potrebbero risultare effimeri come i buoni propositi che si fanno di solito a capodanno. Ma qualche azione concreta, qualcuno che segue le indicazioni, c’è: la resistenza forse non sarà solo parolaia. Per esempio, l’Unione americana per i diritti civili ha ricevuto quindici milioni di dollari da oltre duecentoquarantamila persone — supporto di cinquecento volte superiore rispetto allo stesso periodo post- elettorale del 2012. Planned Parenthood, che offre servizi sanitari alle donne, compresi contraccezione e aborto, e rischia di perdere tutti i finanziamenti pubblici, ha ricevuto oltre trecentoquindicimila donazioni, cifra record, in due mesi. Le donne sono molto attive: il day after dell’insediamento sono attese in piazza a Washington almeno duecentomila manifestanti, è la Women’s March in difesa delle conquiste femminili, cui hanno già annunciato la loro adesione molte celebrità di Hollywood, da Katy Perry a Scarlett Johansson, a Julianne Moore.
Un’altra star di Hollywood, Meryl Streep, ha concluso il suo citatissimo discorso anti-Trump chiedendo a tutti di donare fondi al Comitato per la protezione dei giornalisti: «Ne avranno bisogno » , ha detto. Ma paradossalmente The Donald potrebbe risultare il miglior alleato (seppure temporaneo) della stampa americana, un’industria in difficoltà che il neopresidente attacca e denigra a ogni occasione. Forse è un caso, ma il New York Times ha registrato centosettantamila nuovi abbonati in un mese. E il Washington Post — forte di nuovi lettori — ha annunciato l’arrivo di sessanta nuovi giornalisti in redazione.
Oltre trecento città americane — tra cui New York, Chicago e San Francisco — si sono dichiarate “ Sanctuary city”, cioè zone sicure per gli immigrati illegali. In pratica, questo vuole dire che si rifiutano di utilizzare le loro forze di polizia per applicare le leggi nazionali sull’immigrazione. Ci sono vari Stati — come la California, che ha un Pil come quello della Francia — che si sono presi l’impegno di ridurre le emissioni di carbone e cercheranno di andare per la propria strada se gli Usa abbandonassero gli accordi sul clima di Parigi.
Cresce, insomma, un fronte locale di ribelli, che non vogliono piegarsi ai nuovi diktat della Casa Bianca: i prossimi mesi vedremo proliferare un gran numero di scontri politici e legali tra potere centrale e amministrazioni. I repubblicani hanno già minacciato di varare nuove leggi per togliere varie forme di finanziamenti federali alle città scese in trincea. Ma l’esito non è scontato: anche perché per i repubblicani è un gran voltafaccia. Nel passato hanno combattuto sul fronte opposto, difendendo l’autonomia degli Stati contro il potere di Washington, sostenendo, per esempio, che è giusto non applicare certe leggi nazionali sul controllo delle armi.
Alla fine, però, la resistenza dovrà tradursi prima o poi anche in forza elettorale. I democratici stanno studiando le strategie che i repubblicani avevano utilizzato, molto efficacemente, per minare l’amministrazione Obama. Saranno oggi capaci della stessa grinta e della stessa spregiudicatezza?

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